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	<title>Il Leone della laguna &#187; Venezia 2011</title>
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	<description>ilSassolino.net alla Mostra di Venezia</description>
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		<title>L&#8217;Ultimo terrestre</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 16:39:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Venezia 68]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 2011]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gian Alfonso Pacinotti
Italia 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente anche in Italia ci mettiamo a fare le trasposizioni dai fumetti. L’Ultimo terrestre è una pellicola girata da uno che fa fumetti ma non ha scritto quello su cui ha adattato la sua opera prima. (è infatti di Giacomo Monti). Arrivano gli alieni e chissà cosa ci faranno, solo che invece di parlare degli alieni in questa pellicola ci si concentra sugli umani.</p>
<p>Fondamentalmente Gipi ha realizzato una commedia nera che non si discosta molto da altri prodotti dello stesso genere, solo che ci ha aggiunto gli alieni. Senza voler essere eccessivamente critici, il problema di questa pellicola (che è in realtà molto carina e piacevole) è proprio il suo non distaccarsi dalla tipica struttura da commedia nera. Il problema è che questi alieni sono principalmente un accessorio e non hanno una valenza narrativa così rilevante. La storia di Luca, misogino e brutto, innamorato della vicina che però odia perché da quando la madre lo ha abbandonato ha deciso che tutte le donne fanno schifo e sono delle puttane, è in realtà molto convenzionale. L’arrivo degli alieni da il via a qualche divertente spunto comico (come l’apertura con l’intervento di Cruciani di Radio24) ma servono a poco altro. In un certo senso paiono più importanti i gatti dei piccoli esseri grigi con la testa grossa.</p>
<p>Insomma poteva essere un film innovativo, capace di raccontare le vicende di Luca in modo diverso e originale, ma non ci riesce. Detto questo bisogna pure osservare che la sceneggiatura non è totalmente impeccabili e che alcune interpretazioni non sono propriamente memorabili. Tuttavia la scelta del cast è assolutamente particolare. Un tweet pubblicato durante il redcarpet faceva osservare come la non particolare avvenenza fisica (per usare un eufemismo) degli interpreti, avesse fatto sì che nessuno scattasse foto al passaggio del cast prima della proiezione ufficiale. Scelta sicuramente in controtendenza rispetto a quanto siamo normalmente abituati a vedere e pertanto a mio avviso apprezzabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’arrivo di Wang</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Sep 2011 15:19:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 2011]]></category>
		<category><![CDATA[– Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>

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		<description><![CDATA[di Manetti bros.
Italia 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente un po’ di cinema di genere italiano. In un panorama cosparso solo di drammi e commedie (ma soprattutto drammi), la sezione controcampo italiano propone nel suo programma una pellicola che prende chiaramente spunto dal cinema di fantascienza degli anni cinquanta americani ma pure dai grandi maestri del cinema di genere italiani. Diciamo finalmente perché non ne potevamo più di pellicole che parlano d’immigrazione o di struggimenti amorosi. Anche se da un certo punto di vista questa pellicola il tema dell’accoglienza dell’altro lo pone. È ormai assodato infatti che i film con gli alieni parlano del timore del diverso (oppure del comunismo durante la guerra fredda).</p>
<p>I Manetti Bros sono diventati famosi al grande pubblico per la serie televisiva di Coliandro, andata in onda negli ultimi anni sulle reti RAI. Tuttavia qua a Venezia invece di proporre un polizziottesco contemporaneo si mettono a giocare con un misterioso Mr. Wang che parla solo in cinese. La storia prende proprio le mosse da questa caratteristica linguistica, la protagonista è un’interprete che viene chiamata con urgenza per tradurre simultaneamente un interrogatorio. Solo dopo che sono state rivolte molte domande e date molte risposte la ragazza scopre che davanti a lei, celato dall’oscurità, si trova un alieno. La scelta di approcciarsi ai terrestri attraverso la lingua cinese è abbastanza ovvia, prima di arrivare sulla terra si era informato e aveva constatato che la lingua più parlata nel mondo, quella con la popolazione di lingua madre più diffusa, era il mandarino cinese e quindi si erano preoccupati di impararla invece dell’inglese o, essendo sbarcato a Roma, l’Italiano. E solo una volta arrivato si era reso conto dell’errore.</p>
<p>In quanto film a basso budget il tutto si svolge pressoché totalmente in un&#8217;unica location che ha le fattezze di un magazzino, e gli attori non sono famosissimi (il più conosciuto è Ennio Fantastichini). Le interpretazioni sono tutt’altro che perfette (come accade normalmente in tutte le pellicole a basso budget e nei film di serie B) e tutti i dialoghi si incentrano su poche domande che vengono ripetute fino allo sfinimento: “perché siete venuti sulla terra, cosa volete da noi, dove ti eri nascosto nell’ultima settimana e cosa cercavi di costruire?”. Nonostante presenti vari difetti questa pellicola è divertente, diversa da ciò che normalmente viene proposto in sala e realizzata con mestiere e abilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Rabitto Horaa 3D</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Sep 2011 11:49:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 2011]]></category>
		<category><![CDATA[– Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>

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		<description><![CDATA[di Shimitzu Takashi, 
Giappone 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Horror giapponese in tre dimensioni che parla di un bambino che entra in possesso di un coniglio di peluche che lo trascinerà a forza in un mondo di allucinazioni. La sorellastra maggiore è muta e entrambi hanno perso la madre, loro padre è in crisi da quando ha perduto pure la seconda moglie passa il tempo a costruire illustrazioni in tre dimensioni per libri delle favole. Ma le cose non sono come sembrano e molto presto sarà impossibile distinguere la realtà dalla finzione. L’idea di base era abbastanza banale, il mostro cattivo è un enorme pupazzo a forma di coniglio, e quando in un film horror ci sono bambini e conigli giganti è bene stare sempre attenti.</p>
<p>Nonostante questo e nonostante il 3D che dovrebbe far aumentare la tensione, questa pellicola è molto noiosa. La terza dimensione non serve a molto, se non a costruire un carinissimo passaggio narrativo: il bambino con sua sorella sono al cinema e stanno guardando il film precedente di Shimitzu Takashi (anche questo in 3D) nel quale appariva lo stesso coniglio protagonista della pellicola di quest’anno. Il coniglio lanciato nel vuoto viaggia verso il bambino, esce dallo schermo e viene afferrato dal protagonista che se lo mette in borsa. Similarmente pensando che aiuti a far sparire le sue allucinazioni i due ritornano al cinema per rilanciare il coniglio dentro lo schermo, ma il bambino viene inglobato nel cono di luce proveniente dallo schermo e inglobato dall’immagine.</p>
<p>Fatta esclusione di questi due passaggi però il film non presenta altri particolari guizzi o motivi di interesse e difatti annoia. Ormai sono anni che un horror in 3D è presente fuori concorso qua a Venezia, e di nessuno ho sentito parlare bene.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>The Moth Diaries</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/venezia/2011/09/06/the-moth-diaries/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 13:58:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 2011]]></category>
		<category><![CDATA[– Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mary Harron, 
Canada, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ma non doveva essere un film di vampiri? Tratto da un romanzo di Rachel Klein pubblicato nel 2002. Questa pellicola racconta la storia di un gruppo di una ragazza di sedici anni che in seguito al suicidio del padre viene mandata dalla madre in un collegio dove entra a far parte di un gruppo di ragazze che come lei hanno avuto dei problemi in famiglia. All’inizio del nuovo anno scolastico arriva però una nuova alunna (Ernessa), molto strana che si avvicinerà alla migliore amica della protagonista (Rebecca). La gelosia è fin da subito forte, ma pian piano l’amica inizia a stare male e Rebecca pensa che dipenda dalla sua nuova frequentazione. Che si tratti di un vampiro?</p>
<p>Queste sono le premesse di questo brutto adattamento sposta nella contemporaneità le vicende che nel libro sono ambientate negli anni sessanta (mantenendo però degli orribili camicioni da notte bianchi indossati da tutte le ragazze del collegio). Il film non ha le capacità di inserirsi nel filone vampristico, anche perché non ci sono veri vampiri (solo qualcosa di vagamente simile). Non è un horror perché la costruzione della suspance è forte come in uno dei piccoli brividi, e non è nemmeno un film di formazione perché queste ragazze di esperienze non ne fanno molte. Quello che certamente si può affermare sia questo film è che può essere letto come una metafora molto poco celata della psiche di un gruppo di adolescenti . E sinceramente viene un attimo da preoccuparsi dell’immagine che ne scaturisce:  gelose, egoiste, ammaliatrici e con una per nulla vaga tendenza al lesbismo. Non sono le classiche ragazze meschine alla <em>Gossip Girl</em>, la vampira/spettro certamente però rappresenta quella parte di cattiveria che viene solitamente imputata a noi donne: per riuscire arrivare a qualcuno si è disposte a ferire chiunque gli stia attorno per renderlo vulnerabile. Quello per cui ci si dispiace francamente molto è che quella tensione sessuale che crea gelosie e attrazioni tra i personaggi femminili (per quanto apparentemente interessate al sesso opposto) non venga sfogata in nessun tipo di “dichiarazione d’amore”. Ma in tal caso forse ci saremmo lamentati della presenta gratuita di scene di sesso omosessuale, chissà!</p>
<p>Questo film non ha elementi che gli diano una reale via di scampo dalla stroncatura: la regia è praticamente inutile, potrebbe averlo girato tranquillamente chiunque, e non ce lo aspettavamo dalla regista di <em>American Psyco </em>(o forse si…). Le attrici (anche la Parnassus/vampiro girl/Lily Cole) non sono minimamente convincenti e tutta la trama è di una banalità mostruosa. Cioè in un film di vampiri durante la lezione di letteratura inglese il professore figaccione (?) gli spiega l’iconografia dei vampiri? Come se servisse un manuale di lettura per lo spettatore che fino ad ora tanto non ha mai visto un film horror. Francamente ridicolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cose dell&#8217;altro mondo</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/venezia/2011/09/05/cose-dellaltro-mondo/</link>
		<comments>http://www.ilsassolino.net/venezia/2011/09/05/cose-dellaltro-mondo/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 14:42:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 2011]]></category>
		<category><![CDATA[– Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Patierno]]></category>

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		<description><![CDATA[Francesco Patierno,
Italia, 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendo i quotidiani nei giorni scorsi e guardando il trailer, <em>Cose dall’altro mondo</em> sembrava un film che nonostante tutto non  sarebbe riuscito ad essere d’impegno sociale e civile, ma che quanto meno aveva qualche potenzialità di diventarlo. Il mio profondo timore a voler essere sincera era di veder apparire Bersani subito dopo il logo di RAIcinema a dichiarare la programmaticità della tesi del film. Solo che quando al posto del logo RAI è apparso quello di Medusa (tra l’altro fischiata in sala) mi sono subito resa conto che nessun Bersani sarebbe apparso e che le polemiche che anticipano i film ai festival si sarebbero rivelate per l’ennesima volta infondate e totalmente inutili.</p>
<p>Quest’ultimo film di Patierno è si limita ad usare gli immigrati come un pretesto per poi bel presto abbandonarli. Come ben più o meno chiunque ha potuto vedere dal trailer, il film parla di un imprenditore che fa il conduttore/padrone di una televisione locale e non sopporta gli immigrati, neri, gialli, rumeni o albanesi non fa alcuna differenza. Durante uno dei suoi programmi invoca il Signore di rimandarli tutti a casa e così accade. Arriva un enorme temporale e tutti gli immigrati, in un unico momento scompaiono dal nostro paese. L’idea intendiamoci sarebbe pure molto carina, un po’ troppo qualunquista e da discorso da bar, ma comunque sarebbe un’idea simpatica. Il problema è che si limita ad essere tale e non viene sviluppata. Forse perché, come un po’ tutte le chiacchiere da bar, si limita ad essere detta e a non produrre alcun tipo di seguito, e in questo caso si sarebbe limitata ad essere buona giusto per un cortometraggio (e invece ci han fatto un film). Difatti, dopo che sono scomparsi sono pochi gli spunti che ci fanno immaginare come sarebbe senza di loro. Carino Mastrandrea che tira fuori la pistola per convincere la portiera del palazzo a prendersi cura della madre malata, e ancora più simpatica la parte dei bambini della scuola in cui insegna la Lodovini, ma per il resto c’è il vuoto.</p>
<p>Mi pare inoltre che sia abbastanza evidente un bel buco di sceneggiatura che riguarda il personaggio di Mastrandrea che riprende la sua relazione – interrotta un paio di anni prima &#8211; con la Lodovini (incinta di un ragazzo di colore scomparso in seguito al temporale/maleficio) senza che nessuno se ne accorga. Lei gli da un bacio a stampo e poi afferma di aver tradito il padre di suo figlio,  “Ma Dove? Quando vi siete rimessi insieme? Perché viene dato per scontato che lei si rinnamori di lui?” Ci chiediamo noi. Ah non ve l’avevo detto che questo pezzo contiene spoiler? Cavoli, mi spiace, scusatemi. Inoltre non è ben chiaro quanto duri la vicenda, quanto tempo passa dall’inizio alla fine del film? Un giorno? Un mese? La pancia della Lodovini  non cresce, quindi presumibilmente non molto. Ma sinceramente non sarei in grado di dire quanto duri il film a livello diegetico, e certamente non è un problema da poco. Inoltre non si ride quasi per nulla e anche questo, per una commedia, è un  altro problema abbastanza grosso.</p>
<p>I difetti principali di questo film quindi stanno proprio nella sceneggiatura. Dalla regia d’altronde nessuno si aspetta particolari guizzi, e gli attori principali sono tendenzialmente una sicurezza, non di performance indimenticabili, ma sicuramente di una medietà rassicurante.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dark Horse</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Sep 2011 20:35:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Venezia 68]]></category>

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		<description><![CDATA[di Todd Solondz
USA 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dark Horse è un&#8217;espressione  yankee che indica la puntata più azzardata nel mondo delle scommesse. Il classico cavallo sfigato che in caso di vittoria porterebbe un sacco di soldi all&#8217;ardito scommettitore. Peccato però che la percentuale che u tale avvenimento accada è così improbabile da essere impossibile. Il &#8220;cavallo scuro&#8221; di Todd Solondz si chiama Abe, il classico ciccione buontempone sulla quarantina che vive ancora con mamma e papà, colleziona action figures, dopo aver abbandonato l&#8217;università per andare a lavorare nella piccola ditta di famiglia &#8211; a differenza del fratello più giovane, un promettente medico a Los Angeles &#8211; che per rifarsi sul suo senso di inferiorità guida un Hummer giallo.</p>
<p style="text-align: justify;">Solondz questa volta ci va giù meno pesante del suo solito ma ciò non significa che ci vada alla leggera. Quello che per lui è un lieve prendersela con un innocente che non ha fatto nulla di male se non, in fin dei conti, essere un essere del tutto ignavo, corrisponde a un&#8217;enorme crudeltà per il resto del genere umano. Del resto il regista di Newark lo conosciamo tutti, non è un tipo semplice. In fin dei conti odia la società americana in cui è nato e vive &#8211; d&#8217;altronde se nasci in New Jersey alle spalle della luminosa New York è facile sentisi un po&#8217; &#8220;fuori dal mondo&#8221; &#8211; tutto il genere umano e, probabilmente, pure se stesso. Eppure tutta questa negatività riesce a condensarsi in un umorismo cinico che porta lo spettatore a ridere con gusto sulle disgrazie  che si susseguono uno dietro l&#8217;altra nella vita del povero Abe. Disgrazie che verrebbe la voglia di raccontare ma che rovinerebbero il film a coloro interessati a vederlo al Cinema quando uscirà &#8211; in fin dei conti Solondz è uno di quei piccoli registi cult che qualche distributore italiano buono di spirito abbia voglia di perderci quattro soldi rilasciandolo nelle sale.</p>
<p style="text-align: justify;">La regia di Solondz è sempre la solita, per lo più fatta di gran campi fissi e di montaggio classico. Ciò che rende giustizia all&#8217;opera è senza ombra di dubbio la recitazione del cast, che a parte il protagonista, uno sconosciuto di talento, è formato da icone del cinema indipendente e non. Christopher Walken è quello che spicca più di tutti, anche grazia a un&#8217;espressione &#8220;alla Solondz&#8221; &#8211; ovvero tra lo scazzato e l&#8217;annoiato &#8211; che mantiene immutabile per tutta la durata del film. Anche Mia Farrow, nei panni della madre apprensiva di Abe è alquanto irriconoscibile e lontana anni luce dall&#8217;essere angelico spesso dipinto dall&#8217;ex marito Woody Allen.</p>
<p style="text-align: justify;">Una pellicola da andare a vedere senza nessun ripensamento, che sebbene non risulti essere la migliore del proprio autore, merita i soldi del biglietto. D&#8217;altronde un <em>hater</em> come Solondz non si può far altro che amarlo.</p>
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		<title>Alpis</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/venezia/2011/09/03/alpis/</link>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 13:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Venezia 68]]></category>

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		<description><![CDATA[di Yorgos Lanthimos
Grecia 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Yorgos Lanthimos è uno dei registi che il sottoscritto aspettava di più in queste settantottesima edizione della Mostra. Il suo film d&#8217;esordio, <em>Kynodontas</em>, vincitore della sezione<em> Un Certain Regard</em> a Cannes nel 2009 e candidato all&#8217;oscar come miglior film straniero l&#8217;anno scorso, è una di quelle pellicole che lascino il segno. <em>Alpis</em> continua sullo stesso tracciato. Sebbene inferiore alla pellicola precedente, Lanthimos realizza un&#8217;opera nella quale indaga il peggio della condizione umana. I suoi film sono entrambi lontani da un reale verosimile: se nel primo si trattava di un padre che ricrea un mondo artificiale per i figli rinchiudendo loro all&#8217;interno della casa in cui abitano, qui la vicenda narra la storia di un piccolo gruppo di uomini e donne che, a pagamento, recita la parte di persone decedute per familiari o amici bisognosi di conforto. La pellicola avanza con il solito ritmo lento del regista che, pezzo dopo pezzo, ricostruisce la vicenda, proprio come un puzzle, così che, solo alla fine, lo spettatore abbia chiaro dove l&#8217;autore lo stia portando con il suo racconto. Lanthimos parla ancora una volta di un&#8217;umanità perduta. Sebbene un poco meno violenta di quella presentata in <em>Kynodontas</em>, i personaggi di <em>Alpis</em> risultano essere degli involucri vuoti che solo la vita di altri esseri umani ormai scomparsi riesce a rianimare. In un certo senso i quattro componenti di questo gruppo il cui nome in codice è appunto Alpis &#8211; che come è facile intuire significa Alpi &#8211; sono dei morti viventi, o dei vampiri, esseri che necessitano di succhiare la vita da altri esseri viventi per poter continuare la propria. Nonostante si vogliano chiamare come la catena montuosa per eccellenza &#8211; almeno per noi europei &#8211; proprio per la forza e l&#8217;imponenza che quelle montagne hanno, essi non hanno nessuna caratteristica che li faccia apparire mastodontici o forti. Appaiono più che altro deboli e bisognosi di fingere di essere qualcun altro per sopportare il peso della loro vita. In modo particolare Monte Rosa, questo il suo nome in codice, una ragazza di circa trent&#8217;anni, che risulta diventare la protagonista assoluta della vicenda quando decide di non condividere la morte di una ragazzina con il gruppo così da poter realizzare il lavoro completamente da sola. Una scelta che la porterà inevitabilmente ad essere scoperta e poi allontanata da loro e che ci rivelerà tutta la sua fragilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Un film che, a differenza di Kynodontas, si spera possa uscire nelle sale italiane, sperando semmai anche in un premio. Il Presidente di Giuria potrebbe esserne colpito vista la nevrosi raccontata dal regista greco. Così simile a quella di Black Swan.</p>
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		<title>A dangerous method</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 13:46:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Venezia 68]]></category>
		<category><![CDATA[Cronenberg]]></category>
		<category><![CDATA[Fassbender]]></category>
		<category><![CDATA[Knightly]]></category>
		<category><![CDATA[Mortensen]]></category>

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		<description><![CDATA[Di David Cronenberg
Canada, Germania 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I bookmakers lo hanno dipinto come il favorito della vigilia. Forse una scelta facile  visto il grande nome del regista ma indubbiamente Cronenberg è uno di quelli che il Leone lo possono vincere davvero. E non per il nome. <em>A dangerous method</em> è una materia difficile da maneggiare se non si ha una capacità degna di nota. Il film si concentra su un periodo della vita dello psichiatra Carl Gustav Jung (Michael Fassbender), quello che va dalla presa in cura di Sabina Spielrein (Keira Knightly), la guarigione e  l&#8217;instradamento di di quest&#8217;ultima verso la professione di psichiatra. E&#8217; lo stesso periodo in cui Jung sviluppa un rapporto professionale con il grande padre di quella nuova e all&#8217;epoca scioccante disciplina, Sigmund Freud (Viggo Mortensen). Il film appare infatti come un vero e proprio triangolo tra questi personaggi principali. Un rapporto che è sì di tipo professionale &#8211; in primis quello tra i due padri della disciplina psicanalitica a cui si aggiunge in seguito quello della Spielrein, alla quale vanno riconosciuti meriti ben più importanti di quelli che notoriamente sono attribuiti ai due colleghi maschi &#8211; ma che si fa pure amoroso &#8211; secondo l&#8217;ormai noto concetto di transfert tra paziente e medico &#8211; tra Sabina e lo stesso Jung, infrangendo così ogni regola professionale e deontologica. La materia è di quelle che scottano anche perché il rischio di realizzare la classica &#8220;puttanata&#8221; sull&#8217;amore e tutto il resto poteva essere in agguato, almeno nelle mani di un qualsiasi regista main stream hollywodiano (ma pure italiano), cosa che Cronenberg non è mai stato e mai sarà. Però si deve riconoscere come <em>A dangerous method </em>appaia, almeno a livello visivo, meno un film del regista Canadese rispetto ad altri lavori precedenti, certamente più &#8220;forti&#8221; &#8211; da <em>The fly </em>o <em>Naked lunch</em> a <em>eXistenZ</em> o <em>Spider</em>, solo per citarne alcuni. Le immagini appaiono infatti fin troppo pulite e limpide, lo specchio di una società, quella della Mitteleuropa, che dietro alla perfezione estetica nascondeva importanti nevrosi e problemi mai affrontati. E&#8217; qui che si insinua l&#8217;aspetto più psicologico del film in cui il rapporto a tre porta allo svelamento non solo di loro stessi (in particolare Jung e la Spielrein) ma anche del loro campo di studi, in un&#8217;indagine dell&#8217;intimità che al contempo si fa scienza e che combatte anche contro le convenzioni di un mondo che non è ancora pronto ad accettare determinati assunti elaborati dalla psicanalisi, specialmente quelli riguardanti la sessualità e l&#8217;amore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il film vede anche la presenza di un cast di tutto rispetto. Forse inferiore rispetto a quello del film di Polanski ma certamente Fassbender e Mortnsen sono credibili nei panni di Jung e Freud. Qualche perplessità in più nei confronti della Knightly la quale pare &#8220;reciti&#8221; troppo, esagerando, nei panni della pazza isterica. In uscita da noi il 30 Settembre distribuito da BIM.</p>
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		<title>Warriors of the Rainbow: Seediq Bale</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 12:27:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[- Venezia 68]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 2011]]></category>
		<category><![CDATA[Wei Te-Sheng]]></category>

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		<description><![CDATA[Wei Te-Sheng,
Taiwan, 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se fosse stato un film maggiormente incentrato sugli aspetti antropologici, forse, non sarebbe stato un brutto film. Se fosse stato un film più corto, forse, non sarebbe stato un brutto film. Se fosse stato un film meno pacchiano, forse, non sarebbe stato un brutto film. Se i personaggi non fossero stati delle macchiette fastidiose, forse, non sarebbe stato un brutto film. Purtroppo ci sono un po’ troppi se e ma in questa mia premessa.</p>
<p>Difatti questo <em>Seediq Bale</em> è proprio un gran brutto film. Nonostante la storia trattata sia ispirata a eventi realmente accaduti nella Taiwan di inizio novecento, il film non funziona e riesce a cascare nel ridicolo per quasi la sua intera durata. L’isola era stata ceduta dalla Cina ai giapponesi che sedano le rivolte dei cinesi dell’isola per prenderne stabilmente il dominio. Una trentina di anni dopo, sei tribù di Seediq Bale decidono di unirsi e lottare contro gli oppressori per riprendersi i loro “terreni di caccia”. Questo avvenimento non è assolutamente centrale nella storia dell’isola di Taiwan, anzi, la maggior parte dei suoi attuali abitanti, pare non ne sia nemmeno a conoscenza. Nonostante questo il regista costruisce un film che fa della forza e della ostinazione di questi guerrieri &#8211; che per poter essere considerati  veri guerrieri devono staccare la testa a almeno un uomo -  un punto di orgoglio totale, trasformandone ogni singola azione e parola in qualcosa di estremamente eroico e di conseguenza eccessivo.</p>
<p>I personaggi sono infatti completamente stereotipati. La loro caratterizzazione è talmente tanto forte che, fatta esclusione del vecchio capo (che si riconosce perché è vecchio) e il bambino (che si riconosce in quanto bambino), si fa davvero tanta fatica pure a riconoscerli. Cosa che nelle molte scene di battaglia, certamente non aiuta, si configura un po’ di caos. Protagonista di questa vicenda è il capo Mona, con i suoi tatuaggi in faccia, che cerca di far mantenere la calma ai giovani del suo “clan”, ma che è stoico, ma talmente stoico che da far sfigurare Bogart: uno che si vede che non è propriamente un tipo tranquillo, e infatti quando si incazza fa molta paura a tutti. Li guarda male sparando le sue preziose perle di saggezza da grande vecchio. Sinceramente però il risultato fondamentalmente  tende al ridicolo, perché le caratterizzazioni sono davvero piatte e le interpretazioni imbarazzanti.</p>
<p>Non sono in grado di fare commenti sulla regia in quanto sono rimasta totalmente accecata dalla fotografia modellata da pessimi effetti al computer, dando l’impressione che le immagini siano state colorate da dei bambini delle elementari. I toni dei gialli e dei verdi sono talmente tanto sparati e accecanti da non essere tollerabili nemmeno per dieci minuti delle due ore e mezzo di durata totali del film. Poi forse sto sbagliando totalmente a giudicare così questo film, magari in un ottica culturale orientale tutto questo è molto bello e molto giusto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Carnage</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/venezia/2011/09/01/carnage/</link>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 14:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Venezia 68]]></category>

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		<description><![CDATA[di Roman Polanski
Francia, Germania, Polonia, Spagna 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultimo Polanski è certamente meglio del penultimo Polanski. Fuori da ogni dubbio. Sì, nonostante il premio (più politico che altro) ricevuto a Berlino per <em>The Ghostwriter </em>due anni fa. Questo <em>Carnage -</em> tratto da una piece teatrale di Yasmina Reza dal titolo <em>Il dio della carneficina -</em> brilla specialmente per tre elementi: la sceneggiatura, la regia e l&#8217;interpretazione attoriale, ovvero la colonna portante di ciò che molti considerano Cinema. Dei tre quello che emerge più di tutti è certamente il secondo. John C. Reilly, Jodie Foster, Kate Winslet e Christoph Waltz realizzano tutti un&#8217;interpretazione magistrale degna della Coppa Volpi per tutto l&#8217;ensamble. Interpretazione che non sarebbe stata possibile senza il classico copione ad orologeria. In poco meno di un&#8217;ora e venti minuti Polanski racconta la trivialità del genere umano, mostrando la decadenza che si cela sotto la maschera con la quale le persone si presentano agli altri. La carneficina di cui il titolo parla è infatti quella a cui, per l&#8217;autore &#8211; sebbene in questo caso verrebbe da dire gli autori, essendo anche la stessa Reza co-sceneggiatrice del film assieme a Polanski &#8211; il genere umano è spinto &#8220;naturalmente&#8221; a conseguire. Un comportamento che è di quanto meno socialmente utile e costruttivo ma che riporta i personaggi alla loro forma più brutale, al vero stato di Natura. La storia prende il via proprio da un comportamento socialmente inaccettabile ai giorni nostri: un ragazzino che sfregia con un bastone il volto di un altro coetaneo. Il film però si svolge tutto all&#8217;interno dell&#8217;appartamento dei genitori della vittima, dove madre e padre dell&#8217;aggressore sono venuti per mettersi d&#8217;accordo e sistemare la questione in via privata, comportandosi così, almeno in apparenza e secondo la legge del politically correct, da perfetti cittadini. Questo comportamento freddo e distaccato fatto di gentilezze forzate e realmente non volute, lascia però pian piano campo alla vera natura di quei quattro soggetti, rivelando un mondo tutt&#8217;altro che felice, un mondo fatto di rapporti logori che scricchiolano sempre più sotto i colpi inferti prima da estranei &#8211; la coppia avversaria &#8211;  e poi dai propri stessi cari, o presunti tali &#8211; il proprio partner &#8211; sfociando in un tutti contro tutti che risulta essere qualcosa di veramente &#8220;violento&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si deve però pensare che Polanski realizzi un film scuro e cupo. L&#8217;abilità del regista risiede maggiormente nel mettere in scena una tematica &#8220;cruenta&#8221; secondo un canone del tutto all&#8217;opposto, da black comedy. Infatti si ride, e anche di gusto, per la bassezza umana di questi quattro personaggi. Si ride dei loro comportamenti, dei loro tic, dei loro eccessi ma si ride anche di noi stessi perché molte cose che loro fanno ce li accomunano molto da vicino. Si ride ma, una volta usciti dalla sala cinematografica, si evita di pensare a ciò a cui si è appena assistito se non sotto forma di opera puramente artistica. Un&#8217;ultima forma di autodifesa verso quella stessa carneficina che sappiamo risiedere nell&#8217;antro più nascosto del nostro essere.</p>
<p style="text-align: justify;">Distribuito da Medusa il film è in uscita in Italia il 16 Settembre 2011. Per tutti coloro che volessero andare a vedere loro stessi riflessi in uno specchio.</p>
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