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	<title>Il Leone della laguna &#187; &#8211; Venezia 67</title>
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	<description>ilSassolino.net alla Mostra di Venezia</description>
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		<title>La solitudine dei numeri primi</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 15:59:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Venezia 67]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo]]></category>

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		<description><![CDATA[Saverio Costanzo
Italia, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Parlando de <em>La solitudine dei numeri</em> primi volenti o nolenti ci troviamo necessariamente a dover fare un confronto tra il libro e l’orrido film di Saverio Costanzo. Ricordo chiaramente cosa pensai quando lessi il libro. Fin da subito capii che ne avrebbero fatto un film nonostante la sua natura intimista non ne facesse un testo adatto alla trasposizione cinematografica. Senza alcuna modestia posso affermare che “avevo ragione”.</p>
<p style="text-align: justify;">Saverio Costanzo compie di base quella che è una pratica usuale di ogni adattamento, ovvero tagliare. Tagliare parti, argomenti, personaggi e situazioni. Il tutto per cercare (secondo le sue dichiarazioni) di costruire una sorta di Horror. Però facendo questo sbaglia. Non solo nella sua visione orrorifica della storia ma pure e soprattutto nella scelta di cosa far vedere e cosa tralasciare. Sbaglia nel voler tratteggiare la psicologia dei due personaggi limitandosi a delle vicende distanziate dieci anni l’una dall’altra.  Facendo questo elimina totalmente la questione psicologica dei due personaggi, l’evoluzione del loro carattere e dei loro problemi derivati da i loro rispettivi traumi infantili. Altro argomento totalmente cancellato è il rapporto di amicizia che dalle scuole superiori si instaura tra i due, a partire dalla festa (scena infinita del film) fino alla partenza di lui per la Germania. Sembra quasi che si dia maggiore importanza al rapporto che Alice ha con il personaggio marginale di Viola rispetto a quello con Mattia. Totalmente tagliati sono i giochi dei due in camera di lei, così come tutti i capitoli successivi alla partenza di Mattia per la Germania. Sia le esperienze e amicizie estere di lui, sia il matrimonio con Fabio e l’anoressia di lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Costanzo praticamente mette in scena un “horror” – ma in realtà lo è solo nella sua colonna sonora, utilizza pure il tema de <em>L’uccello dalle piume di cristallo </em>– con due sociopatici come protagonisti. Due sociopatici macchiette, piatti e insipidi, per nulla interessanti e pure un po’ male interpretati. Alcune inquadrature e azioni dei due personaggi appaiono quasi ridicole, così come tutta la scena al matrimonio della ex compagna di classe Viola. Questa scena tra le altre cose appare pure del tutto gratuita.  La pellicola dura circa centoventi minuti e non riesce, nonostante la lunga durata, a raccontare pienamente nessuna storia. Non riesce a indagare nell’interiorità dei due personaggi e a raccontarne l’evoluzione. Si limita a far vedere le cose con un occhio eccessivamente oggettivo, in pieno contrasto con la forma di narrazione in prima persona del libro.</p>
<p style="text-align: justify;">La solitudine dei numeri primi è stato accolto alla proiezione stampa da una serie di fischi a fine pellicola, e non stento a capirne il motivo. Quello che non riesco a capire è come sia possibile che un film del genere si trovi in concorso.</p>
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		<title>Attenberg</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 15:33:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Venezia 67]]></category>
		<category><![CDATA[Tsangari]]></category>

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		<description><![CDATA[di Athina Rachel Tsangari
Grecia, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La cinematografia greca degli ultimi anni sta regalando diverse pellicole assai interessanti. L’ultima di questa serie è qui presente in Concorso e porta il titolo di <em>Attenberg</em> per la regia di Athina Rachel Tsangari, già produttrice del film <em>Dogtooth</em>, vincitore l’anno scorso della sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes. Così come il lungometraggio appena citato, il titolo qui presente al Lido racconta una storia assai particolare facendo uso di una narrazione che può essere definita con lo stesso termine. La vicenda racconta contemporaneamente il rapporto tra un padre che sta morendo di un male incurabile e la figlia e quello di quest’ultima – una ragazza sui vent’anni che si comporta più come un oggetto inanimato, privato di sentimenti ed affetti, che non come un essere umano – con la sua migliore amica – presenta dalla Tsangari come la nemesi della protagonista, ovvero aperta alla vita, cacciatrice di uomini e ricca di esperienze. In un’ora e mezza la registra ci mostra la scoperta della vita da parte della ragazza: dalle lezioni di bacio impartite dall’amica del cuore alla scoperta del sesso con l’uomo, un ingegnere, che, per lavoro, accompagna tutti i giorni nell’albergo in cui lui risiede, fino all’importante riappacificazione con il proprio genitore durante l’ultimo periodo della vita dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">La Tsangari mette in scena un film composto in maggioranza da inquadrature fisse o che si muovono su carrelli lasciando agli attori una libertà di movimento totale all’interno di queste. Movenze che o sono portate all’estremo, in modo quasi schizofrenico – come quando i personaggi imitano i versi e i gesti degli animali oppure quando le due ragazze, giocando, camminano seguendo lo stesso ritmo ed effettuando gli stessi identici passi – oppure rasentano un’immobilità quasi totale. Tutto ciò potrebbe portare la maggioranza degli spettatori a ritenere noioso ciò che vede – come i voti abbastanza bassi dei critici dei maggiori quotidiani apparsi sul Daily di Venezia paiono dimostrare – ma un ritmo così lento appare necessario per raccontare una storia che, in fin dei conti, non è altro che un conto alla rovescia verso la morte. Più la protagonista accompagna il padre nel suo “ultimo viaggio” più lei scopre la vita. E’ come se riuscisse a tagliare per la prima volta il cordone ombelicale che la lega alla propria famiglia e che fino a quel momento le ha impedito di essere indipendente e di diventare una donna, lasciandosi alle spalle la propria condizione infantile.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ interessante notare come dalla Grecia provengano sempre più storie che raccontano un mondo per certi versi anormale, se non addirittura malato. Il più delle volte il seme di questo malessere viene coltivato nell’ambito della famiglia. Era così in <em>Dogtooth</em>, è così in <em>Attenberg</em>. Vi è però una differenza: se nel primo le colpe dei padri ricadevano inesorabilmente sui figli, nel secondo queste vengono lavate attraverso la morte alla quale spetta una funzione catartica. La speranza ha fatto, finalmente, capolino.</p>
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		<title>Noi credevamo</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 21:59:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Venezia 67]]></category>
		<category><![CDATA[Lo Cascio]]></category>
		<category><![CDATA[Martone]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Martone
Italia, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Noi credevamo</em> si può annoverare senza alcun dubbio tra i migliori film italiani degli ultimi anni, alla stregua delle pellicole di Bellocchio, Sorrentino e Garrone nonostante le tre ore e ventiquattro minuti di durata. D’altronde una pellicola sul Risorgimento italiano non può altro che essere un’opera mastodontica. L’operazione messa in scena da Mario Martone è senza dubbio affascinante. Ci si aspetterebbe, vista la tematica, grandi scene di battaglia, scontri armati, le lotte dei Mille contro i Borbonici ovvero quanto di più spettacolare il periodo storico ha ispirato in altri film (ricordate <em>Senso</em> di Visconti?) invece tutto questo manca, Martone lo lascia espressamente fuori dal racconto. La narrazione inizia negli anni Trenta del 1800 per concludersi nel Sessantadue. Ciò che sorprende è la totale mancanza di vicende ambiente nel biennio 1860-1861, ovvero gli anni di fondazione del Regno d’Italia, quelli delle gesta eroiche di Garibaldi e dei suoi uomini.  Il 1860 e le sue vicende furono già esaltate ai tempi del Fascismo nel film omonimo di Alessandro Blasetti per chiari fini socio-politici legati al Ventennio. <em>Noi credevamo</em> si piazza all’esatto opposto. Se <em>1860</em> voleva esaltare le gesta eroiche e mitizzare il passato per far sì che anche al presente toccasse la medesima sorte, Martone decostruisce il mito del Risorgimento lasciando intuire chiaramente come i problemi del nostro paese siano nati proprio con l’unità e come quelle gesta, divenute eroiche perché lette unicamente secondo l’ottica dei vincitori piemontesi, in realtà, non fossero altro che atti di terrorismo, sotterfugi e assassinii. L’idea visiva migliore del film è senza dubbio quella di immettere tre elementi del presente – lo scheletro di un ecomostro in costruzione, una scala in metallo all’interno di un carcere di massima sicurezza e un garage – in altrettante scene che sono ambientate, ovviamente, nell’Ottocento. Questi elementi incongrui collegano, dunque, per mezzo di questo cortocircuito, il Presente e il Passato secondo una logica negativa. Anche i personaggi protagonisti seguono questa linea di racconto. Il regista mostra le loro vicende dalla giovane età fino alla vecchiaia descrivendo la parabola decadente dell’ideale che gli animava e nel quale loro credevano. Quelle parole “noi credevamo” sono pronunciate proprio in conclusione da uno dei protagonisti – Luigi Lo Cascio – che confessa e rende pubblica ciò che era nell’aria fin dall’inizio: la delusione per come si svolsero quegli anni. Questa operazione non può certo passare inosservata proprio nel momento in cui il Paese si appresta a festeggiare i centocinquanta anni dell’Unità. La sua realizzazione non può essere definita casuale. Raccontare questa storia senza gli eccessi e le pomposità dei vincitori, riportandola alla cruda realtà dei fatti, vuole essere un modo per risvegliare le coscienze dei discendenti di quegli uomini che hanno creduto in ideale che andò subito tradito e che ancora oggi, a quanto pare, lo è. Martone, a differenza di Placido, realizza sì un film morale e con una morale ben chiara. All’apparenza pessimista, in realtà un tentativo di riflessione per spingere all’azione e a un nuovo, vero, risorgimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la lunga durata della pellicola si può ipotizzare un’uscita in almeno due puntate sulle reti televisive Rai, produttrice della pellicola sebbene il consiglio di chi scrive è quello di andarlo a vedere al cinema, senza farsi spaventare dal minutaggio imponente. Nonostante le lunghe scene di dialogo, il lungometraggio non annoia in nessun caso il proprio spettatore che, anzi, dopo quasi tre ore e mezza fuoriesce dal buio della sala decisamente colpito ed estasiato.</p>
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		<title>Ballada triste de trompeta</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 21:58:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Venezia 67]]></category>
		<category><![CDATA[De La Iglesia]]></category>

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		<description><![CDATA[Alex De La Iglesia
Spagna, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tarantino ha amato questo film. Ha scalpitato durante la proiezione e applaudito abbondantemente alla fine. C’era da immaginarselo. Il film di De La Iglesia sembra costruito appositamente per soddisfare, sollazzare e far godere il presidente di questa sessantasettesima mostra internazionale. Tuttavia, nonostante l’amore che il caro Quentin ha provato per questa pellicola e la profonda ammirazione che chi scrive nutre per il padre del cinema Pulp, <em>La Ballada triste de trompeta</em> non convince. È un po’ troppo caotico, assurdo, surreale e senza senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ambientato tra l’inizio del regime franchista e la sua fine, il film parla (all’incirca) di un figlio d’arte. Unico erede di un clown felice (quello che fa ridere i bambini umiliando il clown tonto). Il padre muore all’inizio del film e il giovane Javier decide di seguire le orme del genitore diventando un clown anche lui. Non quello felice, ma quello tonto, perché lui non è mai stato bambino e quindi non è capace di far ridere e divertire gli altri. Così si unisce a un circo e si esibisce con loro. Però non è un circo normale, è popolato da strani figuri, pazzi, ubriaconi, autolesionisti e molesti. I due più significativi a livello della storia sono una bellissima donna acrobata e il clown felice. Due squilibrati: uno ubriacone e violento, l’altra masochista e un po’ sgualdrina. Lui si innamora, distrugge il volto al rivale, scappa nel bosco, morde Francisco Franco, si cuce un abito mezzo da arcivescovo mezzo da clown e inizia ad ammazzare allegramente gente, fino ad arrivare allo spettacolare scontro finale. A metà film la sensazione era di spaesamento: ma che sta succedendo? Dove andiamo a parare? La sensazione a fine film è similare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema della pellicola di De La Iglesia è che è un grande gioco e nulla più. O meglio può raccontare qualcosa di più, ma quell’in più non è nulla di eccezionale. Sinceramente i clown sfregiati li abbiamo già visti, e per quanto l’iconografia dei paglliacci cerchi di spalmarsi più in generale sulla Spagna franchista che, malata, impazzisce e perde il senno. I due clown e la bella acrobata si sfregiano e vengono sfregiati durante il film, così come Franco viene morso da Javier e Salsedo perde l’occhio nella primissima parte del film, e tutti si collegano sotto il segno dello sfregio e della follia omicida e distruttiva. Il film però non risulta essere veramente interessante sotto questo aspetto tematico. È pacchiano, kitsch e eccessivo, quasi fastidioso in certe parti.</p>
<p style="text-align: justify;">Curiosità finale: il titolo del film (come si evince da certe scene della pellicola) è il titolo di una canzone omonima di Raphael. Il video che viene proiettato sia nel cinema che nella grotta è tratto da un film spagnolo del 1970 di Vincente Escrivà intitolato <em>Sin un Adios</em>, in cui Raphael “canta, bala e se ennamora ”.</p>
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		<title>Promises written in water</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 15:24:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Venezia 67]]></category>
		<category><![CDATA[Gallo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Vincent Gallo
USA, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il catalogo ufficiale della Mostra, per espressa richiesta del regista, non riporta nessuna informazione né tantomeno sinossi riguardo a <em>Promises written in water</em>. Si deve inoltre sapere che non è stata programmata nessuna conferenza stampa perché Vincent Gallo si rifiuta di rispondere a domande che cerchino di dare una qualche spiegazione al lavoro da lui svolto. Già da queste “stranezze” si può comprendere tanto del film. In aggiunta non bisogna scordarsi di avere a che fare con un personaggio non certo nella norma. Ebbene, la conclusione non può essere che una: questo terzo lungometraggio dell’attore americano concorre senza dubbio alcuno al premio per film pacco della sessantasettesima Mostra e, inoltre, rischia seriamente di portarselo a casa. Sebbene qualche applauso si sia udito all’affollatissima proiezione stampa, la maggioranza dei presenti ne è rimasta assai delusa – per non utilizzare altre parole ben più colorite che meriterebbe. Il motivo è presto detto: Gallo realizza un’opera troppo pensata, troppo ragionata, troppo intellettuale. La pellicola dura soltanto settantacinque minuti ma, e non scherzo, una buona mezz’ora sono immagini di lui medesimo che recita davanti alla cinepresa. I primi piani dell’attore/regista/sceneggiatore/produttore/montatore (ha veramente fatto tutto lui, a parte la fotografia e ben poco altro, come dimostrano i titoli iniziali della pellicola) non si contano da quanto sono numerosi se rapportati, in percentuale, con il resto delle inquadrature che, in fin dei conti, non sono poi tantissime. Ciò è dovuto alla loro estrema lunghezza, decisamente insostenibile il più delle volte. Pare che Gallo si sia dimenticato dell’esistenza del montaggio, utilizzando l’intera durata delle bobine della pellicola per un’unica inquadratura. Tutto questo dona un ritmo veramente lento al film che provoca una più che discreta sonnolenza. Si ha come la sensazione che ciò sia del tutto voluto non solo a livello artistico ma anche sotto il punto di vista tecnico. Allungare in quella maniera assai eccessiva tutte le sequenze consente alla pellicola di eguagliare i fatidici settantacinque minuti, ovvero la soglia minima oltre la quale viene riconosciuto lo status di lungometraggio. Altro aspetto controverso di <em>Promises written in water</em> è la storia. Già risulta di difficile comprensione per la lentezza con la quale è raccontata. A ciò si aggiunge la decisione del regista di montarla utilizzando flashback e flashforward. Incorrendo in questa scelta Gallo non fa altro che complicare la lettura e la comprensione non dico del senso quanto proprio della vicenda narrata. Solo attraverso un piccolo riassunto apparso sulle pagine del Daily (il giornale quotidiano dedicato a Venezia 67 e distribuito gratuitamente la mattina all’entrata della sala) si è riusciti a dipanare il bandolo della matassa. Inutile fare presente come tutti i giornalisti siano rimasti basiti nell’apprendere i fatti poiché quasi nessuno aveva compreso l’argomento centrale che veniva qui raccontato.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi tutta la stampa presente ha attribuito una stellina alla pellicola mentre solo uno sparuto numero di colleghi, così pochi da non riempire neanche le dita di una mano, lo ha premiato con il massimo dei voti, cinque. Ciò dimostra come <em>Promises written in water </em>sia un film che o si ama o si odia. Innegabile constatare come la seconda delle due opzioni appaia, dai primi sondaggi, la più plausibile.</p>
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		<title>Essential Killing</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 15:09:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Venezia 67]]></category>
		<category><![CDATA[Gallo]]></category>
		<category><![CDATA[Skolimowski]]></category>

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		<description><![CDATA[di Jerzi Skolimowski
Polonia, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Jerzi Skolimowski porta al Lido una pellicola che rende inquieti e che vede come protagonista principe Vincent Gallo. La storia è alquanto semplice. Si inizia in Afghanistan all’inizio della guerra. Un talebano di chiare origini occidentali, Gallo, uccide una squadra in ricognizione sparando loro addosso un colpo di lanciarazzi. Tenta la fuga ma viene fatto prigioniero grazie all’intervento di un elicottero. Viene messo in cella, privato di ogni libertà e torturato, la stessa sorte nella quale incorrono tutti i caduti in mani americane. Dopo giorni di sevizie, assieme a un gruppo di altri detenuti, viene trasferito in un ignoto paese dove il paesaggio è interamente ricoperto di neve. Un incidente tra più furgoni durante il trasporto dei prigionieri dall’aeroporto a una ignota destinazione fa ribaltare il mezzo sul quale viaggiava lanciandolo fuori strada, lungo un crinale. Il talebano riesce a salvarsi miracolosamente e intraprende una fuga disperata senza alcuna meta. D’ora in avanti la pellicola mostra allo spettatore il talebano che fugge dai soldati che lo inseguono, la sua lotta per la sopravvivenza dal gelo e dal freddo, la disperata ricerca di qualsiasi cosa possa essere commestibile – dagli insetti alla corteccia dei tronchi degli alberi fino al furto di un pesce appena pescato da un uomo che ovviamente non parla la sua lingua. In tutto questo peregrinare senza meta il personaggio di Gallo è costretto a uccidere – a mani nude, con armi fortuite oppure rimediate dai cadaveri – tutti coloro che ostacolano la sua fuga. Fuga che, verso la fine del film. si arresta presso una casa abitata da una donna muta che, inaspettatamente, lo accoglie, lo medica dalle ferite e non lo denuncia quando la polizia, sulle tracce del fuggitivo, viene a bussare alla sua porta per sapere se lo abbia visto nei paraggi o meno. La mattina seguente gli dona un cavallo bianco e l’osserva andare via. Nell’ultima inquadratura vediamo l’animale, privo di cavaliere e sporco di sangue, sostare sul crinale di un sentiero innevato.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ho accennato all’inizio <em>Essential Killing</em> è una pellicola inquietante. Sebbene il ritmo sia tutt’altro che sostenuto, lo spettatore non riesce mai a staccare lo sguardo dallo schermo in preda all’angoscia che le immagini gli comunicano. Non solo, la scelta del regista di non far pronunciare neanche una battuta al personaggio di Gallo, rende ancora più disperata una situazione già di suo, per l’appunto, angosciosa. Si ha fin da subito la sensazione che il destino del protagonista sia segnato fin dall’inizio, che la sua fuga non possa portare a nulla se non alla propria morte, ma, nonostante tutto ciò, non si riesce a non farsi prendere dal film. E’ proprio la certezza di assistere a un calvario, a una passione di un uomo dal destino oramai pesantemente segnato, a rendere il film inquietante e, per questo motivo, interessante e certamente non banale né noioso – sebbene qualcun altro affermerebbe l’esatto contrario.</p>
<p style="text-align: justify;">Si possono però fare due appunti. Il primo riguarda i sogni del protagonista, incentrati tutti sulla moglie e il figlio che aveva in Afghanistan  e che vengono percepiti come non necessari al racconto. Il secondo, invece, vuole porre qualche dubbio sulla figura della donna che lo accoglie nella propria casa, una presenza che appare fin troppo meccanica e decisa a priori dagli autori, non una scelta di cuore dettata dal carattere del personaggio. Nonostante queste note, però, <em>Essential Killing</em> si rivela un buon film che potrebbe regalare a Gallo il premio come miglior attore.</p>
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		<title>Di Renjie zhi Tongtian diguo</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/venezia/2010/09/05/di-renjie-zhi-tongtian-diguo/</link>
		<comments>http://www.ilsassolino.net/venezia/2010/09/05/di-renjie-zhi-tongtian-diguo/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 15:23:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Venezia 67]]></category>
		<category><![CDATA[Tsui Hark]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tsui Hark
Cina/Hong Kong, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho rilasciato, più o meno, la seguente dichiarazione a una giornalista di Rolling Stone dopo la fine della proiezione dalla quale sono fuggito letteralmente al primo frame dei titoli di coda: “Awful! It’s absurd that this movie has been selected in Competition! A political choice!” che più o meno suona così “Orribile! E’ assurdo che questo film sia stato selezionato in Concorso! Una scelta politica!”. Pellicole come questa <em>Di Renjie zhi Tongtian diguo</em>, il cui titolo inglese è <em>Detective Dee and the Mystery of Phantom Flame</em>, ovvero Detective Dee e il mister della fiamma fantasma, per la regia di Tsui Hark, servirebbero, di solito, per dare una pausa agli spettatori e distrarli da pellicole assai più impegnative e realmente dotate di una chance di vittoria, come ad esempio, l’anno scorso fu il caso di <em>Yi ngoy</em>, sempre proveniente dalle spettacolari lande di Hong Kong. Ma, a differenza della passata edizione della Mostra, il lungometraggio di Tsui Hark riesce più che nell’impresa di rilassare, in quella di irritare lo spettatore. Ciò a causa di vari motivi, primo tra tutti la storia che, metaforicamente, fa acqua da tutte le parti. In due parole ci troviamo di fronte a uno Sherlock Holmes cappa e spada in salsa cinese ma il vero problema è lo svolgimento che non segue un ragionamento logico come ci si aspetterebbe da parte di un film che ruota tutto intorno a una risoluzione di un giallo. Le numerose battaglie a base di colpi di kong-fu e armi da taglio non riescono infatti a nascondere le mancanze della trama rendendo la pellicola uno spezzatino di scene quasi arbitrariamente unite tra loro, divise tra combattimenti e momenti più pacati in cui è il fiuto del Detective Dee a essere protagonista. Nessuna di queste però risveglia l’interesse dello spettatore. Ciò è anche a causa dei pessimi effetti digitali che sono stati realizzati, più vicini a quelli di circa una decina di anni fa che non alle produzioni più ricercate e credibili dell’anno 2010. Tutto il resto è noia. Vera.</p>
<p>Come dicevo brevemente a Rolling Stone non si giustifica la presenza del film di Tsui Hark se non con una scelta politica, ovvero quella di non poter rifiutare “un nome conosciuto”, soprattutto se presente con una pellicola che in teoria avrebbe il compito di far divertire e distrarre in particolar modo coloro i quali lavorano come recensori. Visto che, con ogni probabilità, il film verrà distribuito nel nostro paese, personalmente mi sento di sconsigliarlo e di risparmiare i soldi per qualcosa di assai più meritevole. Non ci vuole molto a trovarlo.</p>
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		<title>Meek&#8217;s Cutoff</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 14:06:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Venezia 67]]></category>
		<category><![CDATA[Reichardt]]></category>

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		<description><![CDATA[di Kelly Reichardt
USA, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Meek’s Cutoff</em> di Kelly Reichardt è un film atipico sotto diversi aspetti. Innanzi tutto è un western al femminile, un genere che storicamente ha sprizzato testosterone da tutti i pori. Secondariamente è girato in 4/3 quando, anche qui, dagli anni Cinquanta del Secolo scorso in poi, il formato principe del genere è sempre stato il Cinemascope, che permetteva allo spettatore di poter osservare meglio il paesaggio. La Raichardt sconvolge le regole del genere realizzando una pellicola della durata di soli settantacinque minuti nella quale ci porta in un viaggio verso Ovest assieme a un gruppo di tre famiglie di coloni durante la conquista della frontiera. La piccola carovana è guidata da Meek, un esploratore un po’ burbero del quale nessuno di fida e che pare avere perso totalmente la direzione. Il loro maggiore problema è quello delle riserve d’acqua. Vagando a lungo nel deserto persi chissà dove e senza una direzione sicura verso la quale dirigersi rischiano, infatti, di morire tutti per mancanza di approvvigionamenti. A un certo punto gli uomini riescono a catturare un indiano e a farlo prigioniero. Tra l’ucciderlo e il tenerlo con loro decidono per la seconda opzione pensando che possa rivelarsi utile per portarli alla più vicina fonte d’acqua. Nonostante ampie difficoltà di comunicazione, una delle donne del gruppo lega empaticamente con l’indiano e lo protegge dagli attacchi che subisce da parte degli altri componenti del gruppo, in particolare di Meek,che non avrebbe nessun rimorso a sparargli su due piedi, millantando una conoscenza delle barbarie che qui selvaggi sono capaci di mettere in atto. La linea della donna si rivela vincente e verso la fine del film lo “straniero” riesce a condurli verso una zona in più verde e non desertica. Sicuramente lì vicino dovrebbe esserci dell’acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">La pellicola non risulta essere affatto male sebbene, nonostante la tutt’altro che eccessiva lunghezza, a tratti risente di una lentezza un po’ troppo marcata. Appare però interessante quest’idea di destrutturazione del mito americano, in primo luogo di quello Western che altro non è che la trasposizione a livello cinematografico del periodo più “eroico” dell’intera storia a stelle e strisce, del momento più fondativo della nazione. Infatti la Reichardt ci mostra una micro società in cui sono le donne e i nativi ad apparrire come i caratteri positivi e non certo i cowboy alla Meek che si mostra, in tutto e per tutto, solo come un cialtrone pieno di risentimento verso coloro che sono diversi da lui e il suo mondo, sempre pronto a utilizzare la violenza che in fin dei conti è l’elemento che più ha caratterizzato il periodo della frontiera. Viene inoltre messa in discussione l’idea di nuova Israele, di nuova terra promessa da conquistare, che quasi tutti i coloni possiedono – come s’intuisce dalle tante letture bibliche nelle quali s’immergono e che si focalizzano proprio su quell’aspetto – e che rispecchia in modo particolare il pensiero di Meek. Solo la donna che ha difeso l’indiano e suo marito appaiono non condividerle, e operano in senso opposto a quello proprio dei coloni: cercano un dialogo con ciò che è diverso da loro non lo scontro. Un vero e proprio capovolgimento di campo.</p>
<p style="text-align: justify;">In fin dei conti la tematica del film non è nuova ma l’idea e la realizzazione risultano assai ben riuscite. I numerosi applausi alla fine della proiezione stampa hanno sottolineato la buona accoglienza della pellicola, che si debba tenerla in conto per uno dei premi maggiori?</p>
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		<title>Potiche</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 15:20:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Venezia 67]]></category>
		<category><![CDATA[Deneuve]]></category>
		<category><![CDATA[Depardieu]]></category>
		<category><![CDATA[Ozon]]></category>

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		<description><![CDATA[di Francois Ozon
Francia, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Potiche </em>di Francois Ozon, secondo film francese in concorso, rischia di piacere un sacco al Presidente di Giuria Quentin Tarantino. Rischia di piacere perché ricorda assai le commedie anni Settanta e un po’ boccaccesche della nostra produzione nazionale e che ricevono in questa edizione una Retrospettiva curata da Marco Giusti. Le ricorda ma non lo è. Non dimentichiamoci che Ozon è pur sempre un regista d’oltralpe e che le commedie francesi sul sesso hanno fatto storia. Questo film è una di quelle soprattutto anche grazie all’ottimo cast che annovera star del calibro di Catherine Deneuve, Gerard Depardieu e Fabrice Luchini.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Potiche</em> è una pellicola divertente perché fa dell’esagerazione il suo stile, portando all’esasperazione i caratteri che la animano e che assumono solamente il ruolo di maschere senza alcun spessore: il marito padrone borghesotto e fedifrago, la moglie bella statuina di porcellana (la <em>Potiche</em> del titolo) che accetta supina ogni sopruso del cogniuge ma che in realtà si rivela alquanto diversa da ciò che appare, il rivoluzionario politico di sinistra che flirta con i borghesi che dovrebbe combattere, la figlia del padrone schizzinosa e con la puzza sotto al naso e il fratello di sinistra animato da velleità artistiche. La vicenda è alquanto semplice: la moglie prende il posto del marito alla direzione della fabbrica di ombrelli &#8211; appartenuta alla famiglia della donna fin dai tempi del proprio padre &#8211; e rivoluziona il modo di produrre, riappacificando la proprietà con gli operai. Ciò la porta a riscoprire la propria femminilità e a ricercare una propria indipendenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ozon racconta tutto ciò come se gestisse una commedia dell’arte nella quale i personaggi agiscono secondo schemi pre-costituiti. In effetti, non vi è spazio reale per una presa di posizione critica nei confronti dell’indipendenza femminile, del maschilismo o delle abitudini lascive dei protagonisti. Tutti questi elementi non sono mai messi in discussione ma solo gestiti come eventi che accadono e basta, come se qualcun altro avesse deciso dall’alto di farle accadere. La pellicola è ambientata negli anni Settanta e tutto lo stile rispecchia quel periodo storico. Anche a livello registico si trovano inserti, soprattutto splitscreen, che si rifanno stilisticamente a quell’epoca. Il regista francese però muove la macchina da presa secondo i canoni contemporanei e anche la fotografia appare più quella di un film americano di oggi che non quella di uno francese oppure di una pellicola dei Settanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Accolto da uno scroscio di applausi davvero imponente alla fine della proiezione di metà mattinata dedicata alla stampa <em>Potiche</em> rischia di divenire anche un successo di pubblico una volta distribuito nel nostro paese. Se è facile predire fortune al botteghino nella natia Francia, dove è atteso nelle sale dal mese di Novembre, proprio la sua smodata ironia potrebbe spingere il pubblico italiano a verso un proficuo passaparola tale da renderlo uno dei successi della prossima stagione. Da tenerlo segnato.</p>
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		<title>La passione</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 14:32:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Venezia 67]]></category>
		<category><![CDATA[Battiston]]></category>
		<category><![CDATA[Capotondi]]></category>
		<category><![CDATA[Guzzanti]]></category>
		<category><![CDATA[Mazzacurati]]></category>
		<category><![CDATA[Orlando]]></category>

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		<description><![CDATA[di Carlo Mazzacurati
Italia, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>La passione</em> è il titolo del film portato in Concorso da Carlo Mazzacurati il quale ha il privilegio, quest’anno, di ritrovarsi ben tre titoli invitati qui al Lido: questo, il documentario <em>Sei Venezia</em> e la riedizione, che ha aperto la Settimana della Critica, di <em>Notte Italiana</em>, all’esordio qui in Laguna nel 1987.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo nuovo lungometraggio – che vede protagonista Silvio Orlando e annovera nel cast anche Giusepper Battiston,  Kasia Smutniak, Cristiana Capotondi, Stefania Sandrelli e Corrado Guzzanti – è una commedia davvero divertente sebbene dotata di un retrogusto amaro, seguendo così il <em>mood</em> della maggioranza delle produzioni firmate dalla coppia di lunga data composta dal regista di Padova e dal suo amico e storico compagno di lavoro Umberto Contarello, qui aiutati da Doriana Leondeff e Marco Pettenello. La storia è la vicenda di un regista in crisi creativa da diversi anni che si trova catapultato, per un imprevisto, nella bassa Toscana, dove finirà per trovarsi a dirigere una rappresentazione della passione di Cristo durante il Venerdì Santo. Tutte le vicende che gli capiteranno in quei giorni – dall’allestimento della rappresentazione contro la propria volontà, al fallimento nel convincimento di un’attricetta delle fiction televisive a partecipare al suo prossimo progetto, fino all’incontro che con una donna dalla quale è attratto ma con cui non riesce a farsi avanti – saranno importanti per rimettere su un binario giusto la sua esistenza deragliata da diverso tempo ormai.</p>
<p style="text-align: justify;">Mazzacurati realizza un film di ottima fattura che si pone alla giusta distanza dal proprio oggetto d’indagine: la passione di un uomo che muore e torna alla vita. L’uomo in questione non è solo il regista interpretato da Orlando ma anche i personaggi di Battiston e della Smutniak, possono essere considerati delle figure cristologiche, ovvero morti che  hanno abbandonato la loro vecchia esistenza e sono risorti a nuova vita. Una passione che non scade mai nel patetico né nel gratuitamente doloroso. Anche i colpi più bassi che la vita riserva a loro sono affrontati con il sorriso sulle labbra, soprattutto da coloro che dovrebbero, al contrario, sentirsi più giustificati nel lamentarsi per ciò che è stato loro riservato.</p>
<p style="text-align: justify;">A livello estetico il film ricorda decisamente una pellicola assai nota, ovvero <em>La Ricotta</em> di Pier Paolo Pasolini. Mazzacurati non cerca quella stessa precisione artistica del mediometraggio del poeta friulano né tenta di ricostruire, non riuscendosi, rappresentazioni sacre e immobili con la pellicola 35mm, ma l’atmosfera, il taglio delle inquadrature utilizzato e, in particolare, gli eventi che accadono – dalle risa di scherno del popolo alla pioggia catartica finale – ricordano il capolavoro pasoliniano. Merito, forse, anche del lavoro di Luca Bigazzi, il miglior direttore della fotografia presente oggi nel nostro paese.</p>
<p style="text-align: justify;">La pellicola è stata accolta da molti applausi questa mattina alla proiezione per la stampa e tutti i biglietti destinati alla vendita per il pubblico, sia in Sala Grande per la proiezione ufficiale sia al Palabiennale, sono andati esauriti in mezz’ora. Probabilmente tornerà a casa a mani vuote ma è indubbio come <em>La Passione</em> meriti di essere visto da parte del pubblico pagante a partire dal 24 di Settembre al cinema distribuito da Fandango.</p>
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