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	<title>Il Leone della laguna &#187; &#8211; Fuori Concorso e Controcampo Italiano</title>
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	<description>ilSassolino.net alla Mostra di Venezia</description>
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		<title>Summer Games</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 13:14:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 2010]]></category>
		<category><![CDATA[Rolando Colla]]></category>

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		<description><![CDATA[Rolando Colla, 
Svizzera, 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Film Svizzero in Italiano, questa pellicola di Rolando Colla deve probabilmente al suo luogo di produzione la sua non presenza in Controcampo italiano. Perché per il resto non si discosta di molto dai toni e dalla qualità (medio-bassa, tranne per poche eccezioni)dei film che passano per questa sezione della mostra: storie di famiglia, bambini che giocano e crescono durante l’estate e crisi sentimentali.</p>
<p>Quello che c’è di nuovo in questa pellicola è forse l’ambientazione. Solitamene in questo tipo di pellicole i bambini e le famiglie protagoniste soggiornano in pensioni o in appartamenti, mentre in questo caso tutte le vicende si svolgono in un campeggio sul mare nella zona dell’Argentario. Protagonista è un ragazzino problematico che è in vacanza con il fratello e i due genitori, che però sono in profonda crisi. Il padre è un violento, prepotente, maleducato e brusco e la madre non riesce a trovare la forza di lasciarlo. Assieme al fratello conosce un altro ragazzino e due bambine (i due personaggi più grandi di questo gruppetto hanno circa dodici anni) con i quali si divertiranno a giocare a una specie di guardia e ladri e a fare piccoli esperimenti. Tra il protagonista e una delle due ragazzine Svizzere di lingua francese nascerà pure una piccola storia d’amore. Gli spunti per fare un film dignitoso c’erano.</p>
<p>Il problema è che la sceneggiatura è mal costruita, i dialoghi sono a dir poco imbarazzanti. I personaggi mancano di profondità e gli attori non riescono a fornirgli la minima credibilità. Gli adulti molto più dei bambini sono veramente caratterizzati come dei perfetti imbecilli che non sembrano avere idea di come si sta al mondo. Il padre ad esempio è vestito e truccato come il classico uomo povero spaccone e violento, un po’ a rocker con sempre una sigaretta in bocca e la faccia arrabbiata. I bambini con i loro giochi non sarebbero nemmeno così tanto terribili se solo avessero avuto delle battute migliori da recitare. Il problema di questo tipo di film è che per ricercare la massima verosimiglianza dei dialoghi, cercando di ricalcare come veramente le persone parlano, finiscono solo con rendere estremamente banali e ridicole le parole che mettono in bocca agli attori.</p>
<p>Aspetto invece probabilmente interessante di questa pellicola è il suo pressoché totale anacronismo. La storia, le ambientazioni, il tipo di personaggi e le musiche sembrano usciti da un vecchio VHS registrato in televisione negli anni novanta più che nella contemporaneità. Ancora un riemergere nostalgico di quel decennio nel cinema non è iniziato (ultimamente sono gli anni ottanta a essere al centro della memoria e delle nostalgie cinematografiche, e da un bel po’ di tempo a questa parte, gli anni settanta). Tuttavia potrebbe pure darsi che questo anacronismo non fosse minimamente ricercato e quindi non sia un pregio direttamente ascrivibile alla pellicola e al suo regista.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>¡Vivan las Antipodas!</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/venezia/2011/08/31/%c2%a1vivan-las-antipodas/</link>
		<comments>http://www.ilsassolino.net/venezia/2011/08/31/%c2%a1vivan-las-antipodas/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 15:27:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 2011]]></category>

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		<description><![CDATA[di Victor Kossakovsky
Germania, Argentina, Paesi Bassi, Cile, 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con questa pellicola si apre la sezione Fuori Concorso di questa Sessantottesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un documentario di poco più di un ora e mezzo che si propone di mostrare degli squarci di vita vissuta letteralmente agli antipodi del mondo. Vi è mai capitato di chiedervi chissà cosa succede dall’altra parte del globo?</p>
<p>Questo film in un certo senso risponde a questa domanda mostrando quattro coppie di luoghi posizionati l’uno agli antipodi dell’altro (ma non con una corrispondenza temporale).  Ovviamente la scelta delle location è decisiva: visivamente spettacolari, paesaggi incredibili e individui particolari. Così l’Argentina si confronta con la Cina, il Cile con la Russia, le Hawaii con il Botswana e la Spagna con la Nuova Zelanda. In Argentina incontriamo due strani personaggi che si occupano di tenere funzionante un ponte che galleggia su un fiume e prenderne il pedaggio, mentre nella Shangai cinese motorini che trasportano persone e carcasse di maiale immersi in  una nebbia che di tanto in tanto offusca totalmente la macchina da presa. Il Cile e la Russia vedono paesaggi freddi e invernali e popolati da massimo una due persone protagoniste, e in qualche modo sono gli antipodi più simili tra di loro &#8211; il contrasto è principalmente cromatico. Alle Hawaii vediamo lava colante e persone che vivono in terreni neri fatti di magma solidificato, mentre in Botswana con occhi quasi fanciulleschi osserviamo un piccolo villaggio con elefanti, giraffe e leoni che vi si muovono attorno. Infine in Spagna, diversamente da cosa ci si può aspettare, arriviamo in un bosco popolato esclusivamente da insetti, mentre il Nuova Zelanda assistiamo alla sepoltura di una balena morta in seguito a un arenamento.</p>
<p>Tutto questo è messo in quadro con estrema maestria dal regista ma che corre il rischio di essere un po’ troppo  letterale con le metafore visive che costruisce. Bello vedere un paesaggio sottosopra per introdurre al primo antipodo, ma alla lunga diventa un espediente noioso e troppo ripetuto. Pure girare di novanta gradi l’inquadratura è un giochetto carino per le prime due volte, ma poi finisce con lo stancare. Una pellicola comunque interessante per l’obiettivo che si pone, riuscire a unire luoghi così diversi tra loro non è facile e la colonna sonora aiuta molto nella costruzione di questa suggestione. Ma il gioco non riesce a durare perfettamente nemmeno per una sola ora e quaranta.</p>
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		<title>The Town</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 16:21:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Affleck]]></category>
		<category><![CDATA[Hall]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ben Affleck
USA, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Probabilmente spetta a Ben Affleck, regista e protagonista principale di <em>The Town</em>, il premio per la “sparata più grossa” alla Sessantasettesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La motivazione è l’aver dichiarato che per questo film, presentato Fuori Concorso, ha preso spunto da <em>Gomorra</em> di Matteo Garrone. D’accordo che siamo in Italia, d’accordo che invogliarsi il pubblico – e i giornalisti in particolare – sia un’ottima soluzione per promuovere il proprio film ma farsi prendere in giro non piace a nessuno, anche perché, scriviamolo chiaro e tondo, quella di Affleck è proprio una boutade fine a sé stessa, una vera e propria presa per il culo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se proprio si volesse dare dei riferimenti creativi alla pellicola si può richiamare alla memoria il film di Antoine Fuqua <em>Brooklyn’s Finest</em> presentato qui l’anno scorso, sempre fuori competizione – e purtroppo mai distribuito in Italia nonostante il cast di stelle – ma non certo il lungometraggio di Garrone Gran Premio della Giuria a Cannes 2008. Il perché è presto detto. Il racconto di Affleck è una tipica vicenda americana. Non vi è una vera intenzione di racconto di un mondo – quello dei ladri del quartiere periferico di Boston conosciuto come Charlestown, una specie di Bronx irlandese della città del Massachussets – che è il fulcro sia del romanzo di Saviano, sia del film di Garrone, nonostante anche questa pellicola sia tratta da un libro, <em>Prince of Thieves</em> di Chuck Hogan. La storia si concentra maggiormente su un personaggio, un rapinatore di banche e furgoni portavalori che dopo l’ennesimo colpo comprende che il suo unico desiderio è quello di abbandonare quella vita e ripartire da zero lontano da quel mondo che non sente più come la propria casa. Lo spettatore si trova dunque di fronte a ciò che si aspetterebbe sin dall’inizio, ovvero, una pellicola Hollywoodiana in cui azione e romance la fanno da padrone. A essere sinceri si deve dire che si è visto di meglio, non solo al Lido. Primo fra tutti quel <em>Brooklyn’s Finest</em> che si citava in precedenza e che, d’altra parte, presenta diverse peculiarità che lo rendono una pellicola non poco interessante. In <em>The Town</em> tutta la prima parte del film si attiene al compitino, senza mai tradire le aspettative dello spettatore e, per questo motivo, annoiando non poco. Solo nella seconda, precisamente gli ultimi quaranta minuti, il ritmo si fa più sostenuto e sebbene non si esca mai dai cliché la narrazione riesce a catturare maggiormente lo spettatore. Se nel film di Fuqua era proprio il gioco sui cliché a rappresentare l’elemento più particolare, Affleck non si applica minimamente a cercare una via un minimo originale. Peccato, purtroppo, perché per il soggetto e la tematica sarebbe potuto essere pure una pellicola interessante, visto anche il cast che oltre all’attore e regista vede la presenza della bella Rebecca Hall. Per chi fosse interessato in uscita a Ottobre nel nostro paese.</p>
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		<title>All Inclusive</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 16:07:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Ranocchi]]></category>
		<category><![CDATA[Zamagni]]></category>

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		<description><![CDATA[David Zamagni/Nadia Ranocchi
Italia/Svizzera, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fuori concorso, a questa sessantsettesima mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, viene presentato il primo film Italiano (coproduzione con la Svizzera) in 3D. Non poteva essere girato film in 3D meno simile ai classici film che utilizzano questa rinata (e mal resuscitata) tecnologia. Un 3D statico e girato in bianco e nero, ancora non si era mai visto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>All inclusive</em> racconta la storia di una ragazza che viene assunta in un albergo come cameriera. Lava i bagni, pulisce le camere, fuma sigarette, sposta vasi, mangia un tramezzino, attacca palloncini per il cenone di capodanno, guarda il cuoco cucinare, apparecchia i tavoli, porta via le lenzuola sporche dalle stanze, assaggia della carne, guarda gli ospiti dell’albergo giocare a tombola, dorme nella stanza delle caldaie, e alla fine si concede tre pacati e statici omicidi. Questa pellicola riduce al minimo l’elemento narrativo, praticamente non succede nulla per i tre quarti del film e pure gli omicidi finali sono fatti senza lotte eccessive, ripresi con la camera fissa (come pure tutto il resto della pellicola).</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che rende <em>All inclusive</em> interessante è il fatto che per controbilanciare questa assenza e minimalismo narrativo, viene posto un eccesso sensoriale a livello visivo, uditivo e, in un certo senso, pure tattile. L’uso del 3D e la messa in scena del film infatti contribuiscono a rafforzare la percezione visiva dello spettatore, a intensificarla. Lo stesso vale per la colonna sonora composta esclusivamente da rumori di sottofondo innalzati fino a rendere udibile qualunque fruscio e impercettibile suono. Questa sensazione uditiva, in certi casi specifici contribuisce pure a fornire un impressione tattile degli oggetti che i personaggi del film stanno toccando. Mi riferisco in particolar modo alle scene in cucina in cui il cuoco manipola il pesce per la cena. Questo aspetto rende almeno una parte di questa pellicola interessante, anche perché il resto poi non riesce a dire molto. Il film è noioso, e dura solamente settantacinque minuti che paiono però interminabili. Il giochetto concettuale è evidente e comprensibile già nei primi dieci minuti di pellicola. Quindi possiamo azzardare a dire che <em>All inclusive</em> poteva essere un ottimo cortometraggio, ma che purtroppo è stato deciso di allungarlo, stiracchiarlo trasformandolo in un lungometraggio che non riesce a divertire e porta pian piano lo spettatore alla fase rem.</p>
<p style="text-align: justify;">In sala eravamo in venti circa, alla fine della proiezione non c’è stato nemmeno un timido applauso. Forse dormivamo tutti.</p>
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		<title>Sorelle Mai</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 15:13:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Bellocchio]]></category>

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		<description><![CDATA[Marco Bellocchio
Italia, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In sei anni di lavoro con i corsisti della scuola di Bobbio, Marco Bellocchio, ha girato sei episodi su una stessa famiglia. Sei momenti dell’estate di un gruppo familiare simile a molti altri. Storie e avvenimenti semplici e delicati. La storia di un fratello e una sorella che cercano in qualche modo di vivere la loro vita, lei ha una bambina piccola che inizialmente trascura. Ci sono poi due zie, una che parla come solo una zia può fare, e l’altra che sta sempre zitta. Membro acquisito di questa famiglia è un assessore comunale (Gianni) che aiuta le due zie e i due ragazzi nelle varie occasioni e consiglia loro come muoversi nei momenti di difficoltà. Sono stralci di vita quelli che vengono raccontati in questo film, momenti di quotidianità. Impressioni estive di vite che si muovono e procedono per un anno intero che a noi non è concesso vedere.</p>
<p style="text-align: justify;">Donatella Finocchiaro interpreta il ruolo di Sara, madre di Elena e sorella di Giorgio, desidera e ambisce a una carriera in teatro e per questo lascia la bambina a Bobbio dalle zie mentre lei cerca di sfondare a Milano. Riesce a ottenere una parte importante e decide così di portare la bambina con lei nella metropoli. Giorgio nel primo episodio (girato nel 1999) si occupa e prende cura della bambina abbandonata da un mese dalla madre che non torna a riprenderla. Cercherà di sposarsi e aprire una gioielleria, finisce pieno di debiti e sarà Sara ad aiutarlo a uscirne. Le zie vogliono una nuova cappella funeraria vicina a quella già piena della loro famiglia, sono molto devote e parlano molto di religione con una spontaneità che intenerisce. Per girare questa pellicola Bellocchio ha ingaggiato tutta la sua vera famiglia: dal figlio e la figlia (Pier Giorno Bellocchio e Elena Bellocchio)  le sue zie (Letizia Bellocchio e Maria Luisa Bellocchio) e Alberto Bellocchio nei panni del preside. Il film è girato nella sua casa di Bobbio, casa che aveva già usato per il suo primo lungometraggio <em>I pugni in tasca</em>. Tra le altre cose, a rievocare quella prima esperienza intervengono delle inquadrature un tre punti del film tratte proprio dalla sua prima opera che ritraggono gli stessi luoghi in cui si svolge la scena di <em>Sorelle mai</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’esperimento da lui tentato con questa pellicola poteva rivelarsi fallimentare. La frammentarietà, non tanto della storia, quanto della lavorazione avrebbe potuto portare a un lavoro sconnesso, non preciso, eccessivamente scollegato. Invece il film funziona, ha un buon ritmo, è divertente – ha dei buoni momenti comici incentrati principalmente nel personaggio della zia chiacchierona. La bambina cresce nel corso della pellicola, così come è cresciuta nel corso degli anni di ripresa, e evolve molto più degli altri personaggi del film. Da bambina giocosa ad adolescente pronta ad andare a ballare con le amiche, capace di comprendere quello che le sta attorno, dalle difficoltà della madre a quelle dello zio – molto meglio di quanto non riescano a fare gli adulti.</p>
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		<title>Vallanzasca &#8211; Gli Angeli del Male</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 21:48:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Placido]]></category>
		<category><![CDATA[Rossi Stuart]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Placido
Italia, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Bisogna dire che qui al Lido gli unici a preoccuparsi di una presunta amoralità del film di Michele Placido sono stati soltanto gli inviati dei quotidiani italiani. Durante la conferenza stampa i giornalisti stranieri si sono dimostrati assai più interessati a sapere i segreti del “dietro le quinte” della pellicola che non a porgere delle domande socio-politiche agli autori di questo <em>Vallanzasca – Gli Angeli del Male</em>. C’è da dire che, molto probabilmente, l’atteggiamento dei colleghi stranieri appare come il più giusto da tenere. L’unico punto di vista dal quale affrontare la pellicola è unicamente quello cinematografico anche perché il personaggio principale appare affascinante, estremamente affascinante.</p>
<p style="text-align: justify;">E non potrebbe essere altrimenti vista l’operazione imbastita da Kim Rossi Stuart, nei panni del protagonista e, inoltre, co-sceneggiatore del film, e Placido. Il Vallanzasca da loro portato sullo schermo si rifà ovviamente alla storia del Bel René rappresentandolo, però, più che come personaggio storico, com un’icona, un’immagine (un po’ come la Maria Antonietta della Coppola). D’altronde gli autori non fanno altro che rendere cinematografica la medesima operazione che, al tempo delle gesta del bandito, fecero i giornali dell’epoca, sbattendo il mostro in prima pagina ed esaltando, in questo modo, le sue gesta, rendendole mitiche e, dunque, iconiche. Secondo questa logica se si commette il grosso errore di considerare morale la pellicola – presentata appositamente Fuori Concorso su richiesta dello stesso regista onde evitare ulteriori polemiche – diviene inevitabile leggere dure parole d’attacco nei suoi confronti da parte dei parenti di coloro che rimasero uccisi dalle cattive imprese del bandito di Milano. Giusto, quindi, ritenere <em>Vallanzasca – Gli Angeli del Male</em> unicamente come film d’intrattenimento nel quale il personaggio principale e i suoi compari commettono colpi davvero efferati e condannabili dal punto di vista morale ma che in tutta la cinematografia mondiale sono sempre stati rappresentati. Fin dagli esordi, fin dai gangster movie del periodo d’oro di Hollywood, la figura del bandito, sebbene nella realtà connotata a causa di valori non positivi, è stata portata agli altari dal Cinema senza che questo provocasse né sconvolgimenti societari né emulazione da parte della maggioranza della popolazione né la divinizzazione o la beatificazione della figura del criminale. Dunque in questo caso non si tratta di esaltare o meno le gesta di Vallanzasca quanto piuttosto di riproporre in altra forma, quella cinematografica, il suo mito che già allora – con ben altre implicazioni sì davvero morali se vogliamo dirla tutta – era stato creato e alimentato, non per dare maggiore credito alla sua persona, quanto per procurare maggiori vendite o ascolti ai giornali e alle televisioni che si occupavano del caso con molto risalto. A questo riguardo, come lo stesso Placido ha ricordato brevemente in conferenza stampa citandolo, <em>Sbatti il mostro in prima pagina</em> di Marco Bellocchio ha qualcosa da insegnare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il film è pieno di azione e di momenti anche duri da vedere a causa degli scontri a fuoco e del sangue che appare assai copioso, sebbene lasci spazio anche a situazioni più intime dedicate al rapporto di Vallanzasca con i membri della sua famiglia e della propria gang. Da sottolineare la bravura di Kim Rossi Stuart, davvero nella parte, che è riuscito a rendere ancora più affascinante un personaggio che lo sarebbe stato già di suo ma al quale ha donato un pizzico di fascinazione in più del tutto cinematografico. Sinceramente è un peccato che questo film non sia stato presentato in Concorso. Merita molte più attenzioni di quello della scorsa edizione, <em>Il grande sogno</em>, che a differenza di questo si trovava in competizione e si è rivelato molto migliore rispetto ad alcuni film in lotta, quest’anno, per il Leone d’Oro. Ancora una volta, così come per <em>Romanzo Criminale</em>, Michele Placido si dimostra un regista assai adatto a questo genere di racconti.</p>
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		<title>Niente Paura &#8211; come siamo come eravamo le canzoni di Luciano Ligabue</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 21:44:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Gay]]></category>

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		<description><![CDATA[Piergiorgio Gay
Italia, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Io in realtà un po’ ne avevo, di paura intendo. L’idea di vedere un documentario sulle canzoni del Liga mi creava qualche incubo. La sorte ha voluto regalarmi non un capolavoro, ma comunque una pellicola piacevole inseribile nella categoria del “si lascia guardare”.</p>
<p style="text-align: justify;">La ragione di questo mancato insuccesso può essere probabilmente rintracciata nel fatto che in realtà non siamo in presenza di un film sul famoso cantautore che riempie stadi e arene. Ne funge da colonna sonora ma non è un grande videoclip celebrativo . Funge poi pure da base, da supporto per raccontare qualcosa di più ampio e vagamente elaborato, ovvero l’Italia, tra presente e passato. Devo ammettere comunque questo film è un filo troppo nazionalpopolare. Lo è sotto diversi aspetti che vanno banalmente dalle canzoni del Liga, alle interviste a Fabio Volo e a Carlo Verdone, fino ad arrivare alle due vittorie ai campionati mondiali di calcio. A tutto questo si affianca però un lavoro sulle stragi, sui delitti e misteri della nostra nazione. La lettura della costituzione fatta da Volo, Ligabue, Hack, Veronesi (Umberto), Rossi (Paolo), Verdone. Video di repertorio si intervallano a interviste ai personaggi già citati che espongono opinioni e punti di vista su svariati argomenti. Casi del passato, si contrappongono e giustappongono a situazioni contemporanee. Lo sbarco della nave con 20000 albanesi al porto di Brindisi nel 1991, affiancato a Rosarno e alla prima manifestazione dei migranti nel marzo 2010 a Milano. I delitti di Falcone e Borsellino allle nuove lotte di Saviano. E poi il terrorismo nero, il degrado, la letteratura (gli <em>Altri Libertini</em> di Tondelli) e Eluana Englaro. Laicità e religiosità, i diritti fondamentali, il popolo sovrano che si trasforma in pubblico applaudente, osservante e non partecipante. E poi le canzoni di Ligabue che fanno evadere, uniscono e riescono a parlare alle persone molto meglio di quanto non facciano i politici al giorno d’oggi. Alla fin fine non dice nulla di che, nulla di nuovo, è tutto un grande già sentito ma il ritmo è buono e quindi “si lascia guradre”.</p>
<p style="text-align: justify;">Racconta un viaggio questo documentario, il viaggio dell’Italia avanti e indietro nella sua storia, tra la sua gente e i suoi sogni. E il motivo del viaggio, del non essere ancora arrivati (e perciò <em>Niente Paura</em>) è espresso pienamente dalle scelte registiche di Gay di far parlare diverse volte Luciano Ligabue su un treno, di intervallarvi paesaggi che scorrono, e intervistare sia dei ragazzi, che Fabio Volo e Carlo Verdone su delle scale, ovvio simbolo di uno stare nel mezzo, una zona di passaggio non conclusivo, con un futuro ancora tutto da determinare.</p>
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		<title>20 sigarette</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 15:17:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Amedei]]></category>

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		<description><![CDATA[Aureliano Amedei
Italia, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ennesimo controcampo italiano e ennessimo brutto film. In questo caso, le ragioni che si possono addurre per la mal riuscita della pellicola possono essere ricondotte al fatto che il regista Aureliano Amedei in realtà non è un regista. La sua storia è più complicata e traumatica. Il 12 Novembre del 2003 si trovava infatti a Nassiriyya nel luogo della strage che uccise diciannove italiani e nove iracheni. Era uno dei due membri della troupe cinematografica che stava girando un film sulla ricostruzione. L’altro, Stefano Rocca, è uno dei due civili italiani morti quel giorno. Due anni dopo la strage Aureliano Amedei scrive un libro intitolato 20 sigarette a Nassiriyya, da cui è tratto questo film. La storia che racconta è la sua: di come è arrivato a partire per L’Iraq e al momento dell’attentato, il tutto tenuto insieme da un filo conduttore: le sigarette. Venti sono infatti quelle che fuma dal momento del suo arrivo (l’11 Novembre) a quello del suo ritorno in Italia dopo le prime cure che gli vengono fornite dall’ospedale Americano. Già di base, come espediente narrativo, quello delle venti sigarette appare molto debole, si deve poi aggiungere questo il fatto che è girato male e che la fase iniziale e finale del film (prima e dopo l’Iraq) appare quasi totalmente superflua e si comprende perché questo film non funziona. È giusto raccontare dopo sette anni la strage, è giusto che il cinema se ne appropri e la racconti. È giusto farlo però quando lo si fa bene. La pellicola di Amedei non riesce a trasportare, a farti provare la benché minima empatia verso i soldati, i carabinieri e i bambini morti quel dodici novembre. Il problema centrale della pellicola sta nell’eccesso, nell’incapacità del suo regista di contenersi nella messa in scena. Non riesce a favorire l’immedesimazione dello spettatore nei personaggi. Non accompagna gli avvenimenti ma cerca di sottolinearli attraverso precise (e sconclusionate) scelte registiche che risultano totalmente fuori luogo. Ci riferiamo in particolar modo all’intera sequenza dell’attentato, interamente girata in soggettiva. Caotica, ricorda in certi momenti un film horror splatter con il braccio insanguinato che si aggrappa al terreno per trascinarsi sotto il camion cisterna. Fastidiosa e fuori luogo dal momento che la soggettiva non era mai stata usata fino a quel momento del film. Lo stesso vale per un’altra soggettiva (fissa in questo caso) dopo il suo ritorno in Italia nell’ospedale quando inizia il via vai di visite di politici e giornalisti, velocizzata e con una musica di sottofondo eccessivamente invadente che sembra citare le scenette comiche di Benny Hill. Il personaggio di Carolina Crescentini risulta essere quasi superfluo, utile solo a inserire solo l’elemento romance all’interno della narrazione &#8211; elemento di cui si sarebbe tranquillamente potuto fare a meno. È giusto fare film sulla strage di Nassiriyya, è giusto ricordare cosa è successo durante quella missione di pace, ma non lo è più se il risultato deve essere questo. Quello di una pellicola che non riesce a raccontarla veramente, che non sembra nemmeno volerlo fare fino in fondo,  risultando un lavoro auto celebrativo (del regista/scrittore/vittima), rivolto verso se stesso e non verso la storia.</p>
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		<title>I baci mai dati</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 14:07:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Torre]]></category>

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		<description><![CDATA[Roberta Torre
Italia, 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La selezione di controcampo italiano si rivela giorno dopo giorno sempre più insoddisfacente. Anche in questo caso la tendenza al brutto non viene abbandonata e il film della Torre si inserisce pienamente in questo filone di triste, noioso e mal girato cinema italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">A metà tra Lourdes e Pepperminta la pellicola di Roberta Torre rasenta il limite del ridicolo. La protagonista di questo film vive con la sua famiglia nella periferia di Catania.. Famiglia problematica, il padre interpretato da Beppe Fiorello viene buttato fuori di casa nei primi dieci minuti del film, riducendo la sua presenza a poco più di una comparsata. Nella piazza davanti a casa sua viene installata una statua della madonna. Lei la osserva da lontano, quasi incantata. Una notte dei ragazzi giocando a calcio nella piazza staccano con una pallonata la testa alla madonna e la nascondono in una cantina. Così, privata della sua testa, la Madonna appare in sogno alla giovane tredicenne che gira già in motorino (illegalmente tra le altre cose). Le dice che rivuole la sua testa e dove possono trovarla. L’evento viene visto come un miracolo e lei e la sua casa divengono luoghi di pellegrinaggio di persone che vogliono una grazia dalla madonna e chiedono a Manuela di mettere una buona parola, di fare il miracolo. La ragazza non vorrebbe raccogliere queste richieste, che la costringono in casa e a vestirsi in un modo più casto per le apparenze, la madre invece vede fin da subito l’opportunità si un business e la costringe a ricevere i suoi fedeli. Quando, finalmente, sembra riuscire ad uscire da questi giri di visite però il miracolo accade davvero, non lasciandole nessuna possibilità di uscita.</p>
<p style="text-align: justify;">I baci mai dati è una pellicola che rasenta veramente il ridicolo. Il riferimento all’obbrobrio che un anno fa Pipilotti Rits aveva presentato alla mostra è tirato in causa dalle scene all’interno di un salone di bellezza in cui la ragazzina lavora. A primo impatto sembra un bordello, tutto rosa, pieno di tendine fatte di perline, con donne vestite come delle imbecilli e la proprietaria che le pettina cotonando loro i capelli perché così le fa diventare più alte. “Guarda ti ho aggiunto undici centimetri” dice a una cliente con un ananas specie di ananas in testa. Pacchiano, davvero pacchiano. Altro motivo che rende ridicola la pellicola sono i caratteri della madre e della sorella. Pure macchiette, di una stupidità mostruosa, incapaci di provare sentimenti, vergogna e senza pudore. Plastiche sia interiormente che esteriormente, delle bambole. Lo stesso vale per tutti i fedeli che vanno in visita alla “santa”. Le grazie che chiedono alla Madonna sono palesemente, e volutamente, ridicoli. Ma proprio per la loro forzatura rendono la volontà di parodizzare l’ingenuità di quelli che si lasciano fregare da santoni e compagnia bella, rende il tutto fastidioso e irritante. La verità è che il film della Torre non racconta nulla, riesce solo a crollare sotto il peso delle banalità e delle caricature.</p>
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		<title>Jianyu</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/venezia/2010/09/03/jianyu/</link>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 16:46:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[John Woo]]></category>
		<category><![CDATA[Su Chao-Pin]]></category>

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		<description><![CDATA[di John Woo, Su Chao-Pin 
Cina, Hong Kong 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Oggi è la giornata in cui la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica consegna il Leone d’Oro alla carriera a John Woo, uno dei decani dei registi made in Hong Kong. E’ per questo che stasera, alle 21 e 30 in seguito alla cerimonia di premiazione, verrà mostrato questo <em>Jianyu</em>, noto con il titolo inglese di <em>Reign of Assassins</em>, co-diretto dal neo-Leone assieme a Su Chao-Pin .</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti in questo lungometraggio si nota assai poco la firma di Woo. La co-regia deve essere stata più ideale che pratica. Ci troviamo di fronte comunque sempre a una pellicola di puro intrattenimento, senza troppi fronzoli e che si rifà al cappa e spada made in Asia. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda di <em>La tigre e il dragone, </em>per intenderci, ma a differenza del celebre film di Ang Lee non si trovano troppe valenze artistiche. <em>Jianyu</em> appare più come un videogioco nel quale gli spettatori sono giocatori passivi, ai quali è stato tolto il joypad, mosso unicamente dalla mano sapiente della coppia di registi.</p>
<p style="text-align: justify;">Connotato dai soliti elementi del genere – arti marziali, spade, pugnali, ambientazioni d’epoca, magie etc etc – il film a volte rallenta fin troppo, perdendosi in lunghi momenti più “personali” in cui si cerca di investigare più il lato umano dei personaggi. L’azione dunque viene quasi dimenticata per lunghi tratti e il registro che viene toccato è quello della commediola romantica nella quale i personaggi vestono i panni delle maschere. Non che le sequenze action manchino, anzi alcune parti del film sono realizzate davvero in maniera sublime, così come alcune idee di combattimento sono davvero divertenti e affascinanti da vedere, ma la presenza di questi momenti di calma a volte è irritante. Forse anche perché queste sequenze allungano troppo il film che si staziona circa sulle due ore. Veramente sgradevole – almeno per lo spettatore occidentale – risulta forse la motivazione che spinge il maggiore antagonista a ricercare le due parti, divise tra loro, del cadavere di un maestro che, leggenda vuole, chi lo possiede è dotato della capacità di controllare l’arte del kong-fu. Non sarò io a rivelarla perché davvero troppo imbarazzante. Se siete interessati a scoprire questo segreto, <em>Reign of Assasins</em> sicuramente farà capolino tra le sale italiane proprio per la firma importante di uno dei due registi. Il film è piacevole ma anche gli appassionati del genere non si aspettino un capolavoro sennò rischieranno di rimanerne assai delusi. Se le pretese sono più basse si passeranno invece due ore piacevoli con questa pellicola d’azione.</p>
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