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	<title>Il Leone della laguna &#187; &#8211; Fuori Concorso e Controcampo Italiano</title>
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	<description>ilSassolino.net alla Mostra di Venezia</description>
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		<title>The man who stare at goats</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 21:59:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Bridges]]></category>
		<category><![CDATA[Clooney]]></category>
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		<category><![CDATA[The man who stare at goats]]></category>

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		<description><![CDATA[di Grant Heslov
Usa 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span>Ne siamo certi, <em>The man who stare at goats </em>è una delle migliori pellicole viste al Lido fino a ora, inspiegabilmente – ma forse i motivi sono puramente geografici, troppi film proveniente dagli Stati Uniti altrimenti – esclusa dalla competizione per il Leone d’oro. Grant Heslov, già vincitore del premio per la miglior sceneggiatura qui a Venezia con <em>Good night and good luck</em> nel 2005, dirige un magnifico cast di attori – George Clooney, Ewan McGregor, Jeff Bridges, Kevin Spacey – raccontando una vicenda basata su una storia vera che ha, a dir poco, dell’incredibile: alla fine degli anni Sessanta, l’esercito americano, segretamente istituì uno corpo speciale di soldati addestrati a diventare dei combattenti di pace, ovvero a non usare le armi convenzionali ma superporteri derivati dalla meditazione e dalle pratiche hippy, conosciuti come i Jedi, come ricerca nel campo delle arti psichiche, in modo da non restare indietro rispetto all’unione sovietica. Bridges impersona il maestro e guru che ha inventato questo nuovo tipo di combattimento, Clooney il suo miglior allievo, Spacey colui che causerà la rovina di quel gruppo segreto e McGregor un giornalista di un quotidiano di provincia che, per caso, circa vent’anni dopo, si imbatte in questa storia e vi ci entra a piedi pari quando, inviato come reporter in Iraq all’inizio della guerra nel 2003, incontra il personaggio di Clooney, attualmente impegnato in una missione segreta. Heslov, chiaramente, dirige una commedia che, però, non si ferma alle semplici e copiosissime risate che il film produce dall’inizio alla fine ma che risulta una vera e propria critica verso un atteggiamento riscontrabile ripetutamente a intervalli più o meno regolari nella società americana: il dover combattere una guerra per riportare l’ordine nel mondo. La pellicola è dunque un vero e proprio manifesto pacifista nel quale vengono esaltati i valori della controcultura hippie degli anni Sessanta e ipotetici poteri come quello di controllare le menti dei nemici semplicemente con lo sguardo oppure passare attraverso le pareti con la sola forza di volontà. Il cast è a dir poco straordinario: tutti quanti dimostrano di essere dotati di una capacità comica senza eguali. Clooney ormai è avvezzo a film di questo genere – basti pensare al suo lavoro con i fratelli Coen che <em>The man who stare at goats</em> ricorda molto – così come McGregor ha interpretato diversi commedie. Spacey dimostra di essere un attore di grande calibro, qualunque parte egli impersoni, ma è sicuramente Bridges a impressionare più di tutti nel ruolo di Bill, che non può che richiamare il precedente ruolo di Jeffrey “Drugo” Lebowski – ecco di nuovo i Coen che ritornano come riferimento – solo più invecchiato e, se possibile, ancora più figlio dei fiori. Heslov dirige la sua opera prima in modo attento e puntuale, dimostrando di sapere bene ciò che deve essere raccontato e come fare a farlo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span>Il cinema americano, ancora una volta, si rivela di un altro spessore. Si possono non condividere le politiche degli Stati Uniti d’America per tante ragioni, si possono anche detestare per questo – ma non è il caso di chi scrive – ma non si può certo non amare ed apprezzare il cinema di quel paese, anche perché da più di cento anni dimostrano di sapere assai bene cosa significhi fare un film di qualsiasi genere e stile. Ciò che si spererebbe, almeno qui da noi in Italia, è riuscire a realizzare qualcosa di altrettanto fresco, ma intelligente, come una pellicola come questa in questione. Gli ottimi esempi ci sono, manca solo la volontà di prendere spunto dai migliori e replicare quanto visto. Per chi non è riuscito a vederlo a Venezia, il film esce nelle sale italiane il 4 Dicembre con il probabile – e aberrante – titolo di <em>Capre di guerra</em>, distribuito da Medusa, alla quale, purtroppo, dobbiamo il cambio di titolo. Accorrete numerosi.</span></p>
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		<title>Napoli Napoli Napoli</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 21:55:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Ferrara]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli Napoli Napoli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Abel Ferrara
Italia 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Abel Ferrara è sbarcato in ritardo al Lido rispetto alla proiezione ufficiale del suo ultimo film <em>Napoli Napoli Napoli</em>. La gentile voce della signorina che presentava i vari delegati presenti in sala raccontava di un presunto ritardo del volo che doveva portare il famoso regista a Venezia. In ogni caso non è da escludere che si vergognasse così tanto del film da non presentarsi per evitare gli applausi gelidi del pubblico.<br />
<em>Napoli Napoli Napoli</em> è un documentario incredibilmente noioso e inutile. Ovviamente parla della città pluricitata nel titolo. Ovviamente parlando di Napoli parla di camorra, parla di droga, parla di scampia e del degrado della città. Ma non ce lo avevano già ampiamente spiegato in<em> Gomorra</em> tutto questo? Si potrebbe dire che esportandolo all’estero queste storie e questi drammi, che non sono ben conosciuti, il documentario possa riuscire a rendere di interesse europeo, o perché no, mondiale i problemi della città di Napoli. Ma il film tratto dal libro di Saviano non aveva già girato il mondo e fatto presente a tutto il mondo la condizione della vita e della malavita partenopea? A cosa serve quindi quest’ora e mezzo di film di Ferrara? Non ci dice nulla di nuovo, dura decisamente troppo e è decisamente lento e tedioso.<br />
Costruito in due parti &#8211; una composta quasi esclusivamente di interviste a delle donne che sono chiuse in carcere per vari motivi e l’altra di fiction che mette in scena, in modo assolutamente ridicolo e superficiale, una situazione familiare con figlio invischiato con la camorra e la figlia prostituta – <em>Napoli Napoli Napoli</em> nella sua durata di ben un ora e quaranta minuti (troppo, decisamente troppo) è un miscelarsi di ovvietà e banalità. Nemmeno girato in pellicola ma in digitale, informazione questa che non proviene dalle note di regia ma dalla stessa telecamera che entra in campo più volte assieme al microfono, è assolutamente un film da non vedere, nulla è salvabile, nulla è accettabile. <em>Napoli Napoli Napoli</em>? proprio non ci siamo proprio non ci siamo proprio non ci siamo.</p>
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		<title>Brooklyn&#8217;s finest</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 21:17:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Brooklyn's finest]]></category>
		<category><![CDATA[Cheadle]]></category>
		<category><![CDATA[Fuqua]]></category>
		<category><![CDATA[Gere]]></category>
		<category><![CDATA[Hawke]]></category>
		<category><![CDATA[Snipes]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antoine Fuqua
USA 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span>Antoine Fuqua da ancora una volta prova di dare il meglio di sé come regista quando si trova tra le mani non tanto una storia che funziona ma dei personaggi “cazzuti”. Come aveva dimostrato il triste e blando King Arthur il talento del regista si disperde facilmente senza un copione che presenti dei caratteri interessanti. Con questo <em>Brooklyn’s finest</em>, Fuqua torna ai livelli dell’ottimo Training Day, presentato a sua volta a Venezia sempre, come oggi, Fuori Competizione, tanto da chiedersi come mai la direzione non abbia voluto premiare l’autore con un posto in competizione (per esempio al posto del debole Persécution) che sicuramente avrebbe meritato. La storia è alquanto semplice e lineare, racconta la vita di tre poliziotti: Eddie (Richard Gere) ormai prossimo alla pensione, disilluso da quella vita e da ventidue anni di servizio nei quali, conducendo una carriera mediocre e senza aspirazioni, ha visto troppe cose brutte; Sal (Ethan Hawke) impiegato nell’antidroga, è disperato perché sua moglie è malata e incinta di altri due figli che porteranno il numero dei componenti della famiglia a sette e per questo non ha idea di come tirare a campare con il suo misero stipendio da ventimila dollari l’anno; Tango (Don Cheadle) che da cinque anni, uno dei quali passato in prigione, lavora come infiltrato in una gang newyorkese di spacciatori di droga e, per questo motivo, ha mandato in rovina la sua vita privata, portando la moglie a chiedere il divorzio. Lo svolgimento è legato attorno a queste tre linee narrative che coinvolgono direttamente i personaggi. Ciò che più colpisce del film di Fuqua è certamente la sua abilità nell’utilizzare tutti i cliché del genere – in fin dei conti ci troviamo sempre di fronte al poliziotto stufo del suo lavoro, a quello che non riesce a campare e quindi è spinto a compiere egli stesso azioni criminali e all’infiltrato che non riesce più a sopportare quella atroce doppia vita – compresi quelli di background – dai capi che sono un ammasso di ottusi che disprezzano il lavoro della gente e che danno ordini con l’unico scopo di pensare alla propria carriera, i compagni poliziotti teste calde, pronti a premere il grilletto verso chiunque, le giovani reclute inesperte, la prostituta che se la fa con il personaggio di Gere il quale la tratta come se fosse la sua ragazza, la promozione offerta a Tango ma mai arrivata, le mogli impazienti che chiedono il divorzio, fino la polizia che uccide un nero innocente per la strada – senza per questo però risultare mai banale, ripetitivo. I poliziotti di Brooklyn’s finest sono degli uomini di un altro tempo, non certo dei giorni nostri. Sono rimasti agli anni Settanta, così come tutta la pellicola che, chiaramente, si rifà ai polizieschi di quella epoca. Eddi, Sal e Tango, dunque, diventano dunque dei ronin solitari che, da soli, senza l’aiuto dei compagni o dei superiori, sono obbligati a pensare unicamente a loro stessi, per fare sì che la loro vita ritrovi un senso e per sentirsi nuovamente fieri di ciò che fanno, senza più dover essere succubi di ciò che qualcun altro vuole da loro. Fuqua ha il pregio di rimanere sempre con loro, facendo trovare lo spettatore ogni volta nel punto di vista di ognuno di questi personaggi. Ci troviamo all’opposto di ciò che succede in <em>White Material</em>, il film della Denis in Concorso, dove la mancanza di una identificazione con la protagonista era totale. Qui è impossibile per lo spettatore non parteggiare per coloro che segue ogni volta sullo schermo. Se proprio dovessimo trovare un piccolo difetto al film questi sarebbe un minuscolo vuoto nella sceneggiatura (o nel montaggio) che fa si che per un certo periodo si perda di vista la vicenda del personaggio di Gere. Ma ciò è perdonabile essendo questi, dei tre, quello meno brillante di suo e quello che vive maggiormente di luce riflessa degli altri due. Le interpretazioni sono meravigliose, da tutti e tre i protagonisti, forse un gradino su tutti un nevrotico Ethan Hawke. Da annotare anche la presenza di Wesley Snipes, nel ruolo del boss della gang ormai stufo di tutti quei traffici illeciti. Complimenti davvero, assolutamente da vedere.</span></p>
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		<title>The informant!</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 20:40:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Damon]]></category>
		<category><![CDATA[Soderbergh]]></category>
		<category><![CDATA[The informant!]]></category>

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		<description><![CDATA[di Steven Soderbergh
USA 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em><span>The informant!</span></em><span> si può ascrivere al filone più hollywoodiano di Soderbergh. Volendo fare un paragone con un’altra pellicola firmata da un altro regista, potremmo chiamare in causa il Prova <em>a prendermi</em> di Steven Spielberg. Sebbene i due lungometraggi siano alquanto differenti come storia, le situazioni e alcuni riferimenti paiono assai similari. La storia narra di Mark Whitacre (Matt Damon), un manager di una grande azienda agroalimentare intitolata ADM che, un giorno, decide di raccontare all’FBI degli accordi illeciti che la sua corporation stava prendendo con i propri concorrenti per controllare il mercato dei prezzi, creando di fatto un cartello tra poche società internazionali. Mark fa tutto ciò certo che la sua onestà verrà ricompensata dal consiglio di amministrazione dell’ADM con un ruolo più importante e remunerativo per lui, nato tecnico agroalimentare e spostato nei piani alti del marketing. Ovviamente ciò che Mark pensa, appare, per chiunque lo senta parlare, una vera e propria follia, della quale lui, però si dice fermamente convinto. Coordinato da due agenti dell’FBI, l’uomo inizia a registrare le conversazioni tra gli uomini della ADM e quella delle compagnie concorrenti, così da produrre prove nel processo. Mano a mano che le indagini proseguono, però, gli agenti federali iniziano a scoprire che non tutto ciò che l’uomo ha dichiarato corrisponda alla verità. Ci sono molte imprecisioni e fatti totalmente inventati in ciò che Mark ha detto loro, sebbene, l’accusa maggiore, riguardante la creazione di un cartello per il controllo dei prezzi, non decade. Anzi, con il progredire del tempo e l’avanzamento delle indagini, il piccolo manager diviene sempre più un teste inaffidabile, tanto che gli stessi rappresentanti del governo americano che l’aveva appoggiato all’inizio cominciano a dubitare di lui.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span>Steven Soderbergh realizza una vera e propria commedia tingendola con quel pizzico di mistero che avvolge il protagonista e che rende interessante e assai divertente l’intero svolgimento della pellicola. Il regista americano ci fa entrare in un mondo asettico, reso abilmente anche dalla parca e vuota scenografia ridotta ai minimi termini, un mondo in decadenza, quello dell’America degli anni Novanta, quando – rimasta solo sullo scenario mondiale, essendo l’URSS stata sconfitta politicamente e storicamente – scomparendo il nemico principale anche le vecchie categorie sono, per quel momento, svanite. Definizioni che, però, Mark continua a utilizzare: di continuo egli ripete agli agenti che lui è il <em>good guy</em> mentre i suoi superiori sono i cattivi ed è proprio per questo motivo che quella ricompensa da parte dell’azienda con un posto di lavoro migliore non può che essere il giusto premio per uno come lui. In effetti, Whitacre più che apparire un uomo degli anni Novanta, sembra ancora legato a doppio nodo con il decennio precedente, non solo per il suo abbigliamento che appare retro ma soprattutto anche per il suo modo di ragionare. Modo di pensare che ci appare evidente dalla voce fuori campo che parla direttamente con noi spettatori. Da quel che ci dice, pare che la sua mente sia scollegata dal mondo in cui vive e continui a immaginare una società e una vita che si richiama a quel del grande <em>american dream</em> reganiano: bella e grande casa, belle automobili sportive in sovrappiù, soldi a non finire, una moglie devota e dei figli amorevoli. E’ proprio questa sua voce interiore che ci fa intuire che qualcosa in lui non va. Ed è questa sua voce che ci dice come la colpa, per quel che accade, non è esterna, della società, ma interna, ovvero riconducibile a lui stesso. Anche in questo senso – dare la colpa al singolo e non alla società – il film appare, duque, assai reaganiano e assai da atmosfere antecedenti agli spensierati anni Novanta nei quali è, in realtà, ambientato.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span>La vicenda, sebbene appaia davvero incredibile, è tratta da una storia vera. Soderbergh svolge il lavoro con la solita maestria. Di certo non ci troviamo di fronte Steven Spielberg ma il regisya ha ormai così confidenza con film di questo tipo, tutta la serie di <em>Ocean’s</em>, che sicuramente il film piacerà a tutti quanti non appena arriverà nelle sale.</span></p>
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		<title>South of the border</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Sep 2009 17:51:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Oliver Stone]]></category>
		<category><![CDATA[South of the border]]></category>

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		<description><![CDATA[di Oliver Stone
USA 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span>Che questa sia fin qui la Mostra del documentario si sapeva, basta sfogliare il catalogo. Che questo documentario di Oliver Stone, dal titolo <em>South of the border</em>, fosse uno dei più aspettati, era altrettanto certo ma che la manifestazione tendesse – così – fortemente a sinistra questo non ce lo si aspettava. Dopo Moore che dichiara palesemente che il capitalismo è un male da abbattere, ecco Stone che tesse le lodi dei leader bolivariani del Sud America, primo tra tutti quell’Hugo Chavez considerato dall’amministrazione di George W. Bush come uno dei principali nemici contro il quale combattere. Il film del regista di <em>Nato il quattro Luglio</em>, è anche, se non soprattutto, un’accusa verso i media americani ritenuti responsabili di riportare delle notizie faziose, incomplete e fuorvianti per l’opinione pubblica americana. E’ proprio da qui che inizia il racconto, da un assurdo siparietto su Fox News che parla di Chavez apostrofandolo come un dittatore. Stone, allora, scende in Sud America per discutere direttamente con il Presidente Boliviano e conoscere da lui la sua storia e la sua vita politica, rivelando un uomo completamente diverso da quello che siamo abituati a vedere sui media occidentali, non solo quelli americani. La stessa sorte capita poi agli altri leader del movimento bolivarense Sud Americano, da Evo Morales, primo indigeno eletto alla più alta carica del Perù, a Lula, capo di Stato brasiliano, da i coniugi Kirchner a Raoul Castro. Ciò che si evince dalle immagini di Stone è la voglia di queste persone di creare un movimento autoctono sudamericano moderno che si ispiri alle lotte di Bolivar, per far si che quel continente si stacchi una volta per tutte dagli influssi colonialisti, secondo loro, dei paesi occidentali, e in particolar modo statunitensi, portati avanti soprattutto grazie all’istituzione del Fondo Monetario Internazionale, considerato una ramificazione del Ministero del Tesoro degli Stati Uniti, con il quale, per mezzo dell’economia comandare le relazioni socio-politico-economiche dell’intero pianeta. Ciò che questi capi di Stato cercano è una via sudamericana che porti a una specie di Comunità Europea in salsa latina che però rispetti le culture e le identità autoctone di quel vasto e sterminato territorio, senza risentire degli influssi della civiltà occidentale e capitalistica, ma trovando una propria e personale visione della mondo e dell’organizzazione sociale. Grazie all’avvento di Barack Obama – creando così un parallelo anche con il film di Moore – le speranze per l’America Latina di vedere realizzati i suoi sogni di “libertà”, paiono, almeno per adesso, essere più vicini alla realizzazione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span>Stone realizza un documentario che ha ben chiaro il suo scopo. Ciò che lui ci spiega è certamente il suo personale punto di vista, un punto di vista che a molti non piacerà. E’ in effetti strano, per un uomo occidentale, sentire parole positive su Chavez e gli altri, spesso e unicamente appellati con la parola dittatore. Il documentario è comunque piacevole e scorrevole durante i suoi settantacinque minuti. La sua uscita è più che certa, sebbene, è facilmente immaginabile che sarà reperibile maggiormente in dvd che non al cinema, la cui distribuzione rischia di essere relegata solo ed esclusivamente alle grandi città.</span></p>
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		<title>Prove per una tragedia siciliana</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/venezia/2009/09/04/prove-per-una-tragedia-siciliana/</link>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2009 21:48:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Paska]]></category>
		<category><![CDATA[Turturro]]></category>

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		<description><![CDATA[di John Turturro e Roman Paska
Italia 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Prove per una tragedia siciliana</em> è effettivamente una prova, o meglio uno studio. Un lavoro fatto appositamente per costruire le basi per un prossimo film che Turturro vuole ambientare in Sicilia tra i pupari. Un documentario incredibilmente interessante che non parla solo del teatro dei pupi, ma pure, e soprattutto, delle tante tradizione dell’isola che sono mutate e stanno mutando nel corso degli anni. Camilleri, intervistato per il film, parla a lungo delle tradizioni siciliane – e delle tradizioni in generale – osservando come sia importantissimo avere una memoria di queste, che non devono essere trascurate perché sono una parte della nostra identità culturale e non sminuiscono l’individualità di ogni persona solo perché fenomeni collettivi. Racconta inoltre da dove proviene la teatralità e la tragicità siciliana: la Sicilia è stata dominata da ben tredici culture differenti, la maggior parte delle quali – romana, greca, spagnola, araba – hanno avuto un grande senso della morte e della ritualità legata al passaggio nell’aldilà. È da qui che nasce la tradizione siciliana, che ha infatti uno dei momenti cardine il 2 novembre, per il giorno dei morti (per i bambini siciliani l’antenato morto fungeva da una sorta di Babbo Natale che portava doni e dolci e a cui si scriveva una lettera con le richieste). Tradizioni che dopo la guerra sono andate a sparire quasi totalmente anche se restano tutt’ora presenti dei frammenti che non sono ancora scomparsi. Una tradizione siciliana è quella dei pupi, dei burattinai che narrano le gesta di Orlando e Ulisse, e che ancora vengono narrate da grandi artisti che riescono a padroneggiare la tecnica con abilità dopo anni e anni di apprendistato. Un lavoro che si tramanda di generazione in generazione permettendo così a questa forma d’arte di non scomparire. Ed è proprio sui pupi che John Turturro vuole scrivere un film.<br />
Oltre al tema raccontato ed esplorato che è veramente interessante, quello che spicca in questa pellicola sta nel incredibile lavoro di regia e nel modo in cui si interagisce con gli intervistati. Non c’è staticità e distacco ma un totale coinvolgimento, sia della macchina da presa, che di Turturro nelle attività che sta studiando. Impara a muovere i pupi, a modulare la voce, interagisce con delle suore e delle bambine, ascolta incantato e osserva come un bambino con gli occhi sgranati la Sicilia che gli si apre davanti agli occhi. La fotografia è studiata e perfetta, le inquadrature in movimento, le voci dei pupari costruiscono una sorta di colonna sonora ideale, e i colori della Sicilia sono la scenografia perfetta. Un bel documentario, una bella prova per un film sulla Sicilia, delle belle <em>Prove per una tragedia siciliana</em>.</p>
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		<title>Great Directors</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 23:01:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Fiorentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[great directors]]></category>
		<category><![CDATA[Ismailios]]></category>

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		<description><![CDATA[di Angela Ismailios
USA 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non deve essere facile girare un documentario che tratta dei grandi autori cinematografici del nostro tempo. C’è sempre il rischio che a impressionare e a essere interessanti siano le loro parole più che il documentario in sé. Un artista che parla e si racconta è infondo una cosa sempre incredibilmente affascinante, e sentire in un unico film le parole di David Lynch, di Ken Loach, di Liliana Cavani, di Bernardo Bertolucci, di Agnes Warda e di molti altri ancora, non può che essere un esperienza interessante e stimolante. Tuttavia questo film cade proprio nel problema appena esposto. Il documentario, per quanto da un punto di vista tematico sia interessante, segue un format visivo incredibilmente televisivo, non si discosta dalla costruzione dell’immagine tipica di Discovery Channel. È proprio in questa incapacità di distaccarsi da un “già visto” che sta il maggiore difetto del film: colori incredibilmente accesi, inquadrature statiche e classica intervistatrice bionda al limite del provocante – è la regista stessa che tiene le interviste, ma l’immagine che ci rimanda è comunque la medesima.<br />
Ovviamente è affascinante sentir parlare Loach delle difficoltà sociali degli anni ’70 e ’80 in Inghilterra e di come il suo cinema puntasse proprio a mostrare i problemi della gente comune, o sentir dire ad Agnes Warda che un artista non può e non deve essere felice per riuscire a esprimere se stesso e la sua arte. Liliana Cavani raccontare come anche i cattivi &#8211; i nazisti nel caso a cui si riferiva lei &#8211; possano essere protagonisti delle pellicole e non solo i buoni, o Bertolucci raccontare il suo primo incontro con Pasolini, quando lui era solo un bambino, e lo scambiò per un ladro. Il tutto condito e infarcito di spezzoni di film, vecchi e nuovi che costituiscono la filmografia e la crescita artistica di questi grandi autori. Ma, nonostante tutto, questo lavoro non decolla, mantiene un basso profilo, non riuscendo così a convincere totalmente.</p>
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		<title>Le ombre rosse</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 15:52:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Le ombre rosse]]></category>
		<category><![CDATA[Maselli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Francesco Maselli
Italia 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span>Se Maselli aveva intenzione di denunciare i suoi coetanei intellettuali di sinistra per il loro imborghesimento e il loro abbandono del contatto con il mondo e soprattutto la sua componente giovanile, beh, aveva, a parere di chi scrive, due migliori possibilità: la prima è scrivere un saggio sull’argomento, la seconda è rinunciare alla realizzazione di questo film. Non possiamo parlare di pellicola bruciata invano perché il film, a parte nel suo supporto di proiezione, è stato girato in digitale come si nota assai bene, troppo bene, ma certamente dispiace che un regista, una volta, bravo come Citto Maselli, si ostini a dilungare una vita cinematografica nella quale non ha molto altro da offrire. Ma questo, purtroppo, è un male comune di tutto il cinema italiano. Da Monicelli a Scola, negli ultimi anni se ne sono viste di opere a firma dei “grandi maestri” del nostro cinema, sinceramente inguardabili. <em>Le ombre rosse</em>, purtroppo, ne entra a far parte di diritto. Dobbiamo chiederci perché Rai Cinema, Cattleya e 01 Distribution abbiano voluto investire dei soldi in un progetto come questo e non finanziare qualche altro più giovane, certo, ma forse con qualcosa di più interessante da raccontare per immagini e con più stile dell’ormai svuotato Citto. Non che i giovani registi fino a qui prodotti nel nostro paese abbiano dimostrato chissà quali capacità, ma questo è un discorso che potremmo affrontare in un qualche altro articolo. E’ tragico, per non dire di peggio, osservare come un film che si vuole porre come denuncia del fatto che una generazione di uomini di sinistra – i Sessantottini ma anche quelli che la guerra l’avevano combattuta tra le file dei partigiani – si è miserabilmente imborghesita e classizzata – diventando una casta che osserva tutti dall’alto verso il basso, animata da un finto interesse che invece cela soltanto il più puro menefreghismo – questo stesso film, appunto, diventi il simbolo, nel suo stesso campo della tematica di cui parla. <em>Le ombre rosse </em>non è certamente migliore dei personaggi che lo vivono. Il lungometraggio diviene infatti un simbolo della gerontocrazia che egli stesso denuncia e che viene perpetuata in Italia non solo in ambito cinematografico. Ecco il motivo della proposta di chi scrive rivolta al vecchio regista. Probabilmente si dovrebbe comprendere che non si è eterni, che anche il talento può scomparire e, forse, sarebbe anche ora di capire come la gioventù in Italia non sia da considerarsi solo ed esclusivamente sfortunata e di sinistra oppure svenduta e di destra. I luoghi comuni non solo lasciano il tempo che trovano da sempre, ma, al contempo, dovrebbero trovare poco spazio in una cinematografia come la nostra che dovrebbe sperare in un serio rinnovamento e una vera e propria rivoluzione culturale e territoriale, allontanandosi da quel cancro che Roma è diventata, non solo a livello politico ma anche cinematografico (o cinematografaro) e, in maniera particolare, culturalmente, grazie ai giochi dei soliti noti. Ma questo, forse, è veramente troppo utopistico anche soltanto sperarlo. Come la presenza in sala durante la prima del film assieme al regista, il cast e i produttori, dell’ex ministro della Cultura – al tempo del finanziamento del film da parte dello Stato – Francesco Rutelli, dimostra pienamente.</span></p>
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		<title>Rec 2</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/venezia/2009/09/02/rec-2/</link>
		<comments>http://www.ilsassolino.net/venezia/2009/09/02/rec-2/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2009 16:15:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Balaguerò]]></category>
		<category><![CDATA[Plaza]]></category>
		<category><![CDATA[Rec 2]]></category>

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		<description><![CDATA[di Jaume Balaguerò, Paco Plaza 
Spagna 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em><span>Rec 2</span></em><span> inizia esattamente dove il primo film era finito. Una squadra speciale d’assalto della polizia spagnola viene mandata assieme a un funzionario del Ministero della Sanità all’interno di un palazzo evacuato per cercare se vi siano sopravvissuto a un misterioso virus le cui cause sono ignote. Niente di più falso ovviamente: anche in questo capitolo della saga ci troviamo di fronte a una lotta tra il Bene e il Male, il funzionario del ministero infatti altri non è che un prete del Vaticano mandato in missione segreta per recuperare il sangue della bambina responsabile della diffusione di quello strano virus, non una malattia comune, che si diffonde per via aerea ma il morbo della possessione. Il Vaticano, trovandosi di fronte questa bambina posseduta da un essere così perfetto nella sua malvagità, ha pensato che studiandola avrebbe potuto trovare un antidoto scientifico per combattere le possessioni degli esseri umani da parte delle forze del Male, così da poterle sconfiggere per sempre. Come in ogni buon horror che si rispetto, tutto andrà sempre più alla malora. Ma proprio tutto, anche se non dobbiamo disperare in un terzo capitolo della serie visto il finale (non?) scontato.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em><span>Rec 2</span></em><span>, come <em>Rec</em>, continua imperterrito a presentarci un’estetica da videogame, quella da shooter in prima persona, alla <em>Doom</em>, per intenderci. Questa volta questa visione è <span> </span>ancora di più poiché i registi fanno assumere allo spettatore il punto di vista dei poliziotti mandati in missione. Più che di punto di vista però si dovrebbe parlare di punti di vista: non solo abbiamo una telecamera deputata a riprendere, per documentare, tutto ciò che accade ma la squadra speciale è dotata anche di tele camerini montate sugli elmetti che aumentano le visioni personali in modo da essere sempre al centro dell’azione quando se ne ha il bisogno. In più, questa volta, vediamo anche le riprese della handycam di un gruppo di ragazzini che di nascosto si sono infilati nel palazzo e nel quale sono rimasti intrappolati. Una scelta registica – il racconto in soggettiva (quasi) del tutto in piano sequenza – che non possiamo definire certamente nuova o originale ma che possiamo datare assai indietro nel tempo, fino alla metà del secolo scorso, realizzata a Hollwood, un esempio su tutti è <em>La Fuga </em>di Delmer Daves, ma che con le tecniche odierne di realizzazione davvero richiama quel tipo di messa in scena video ludica alla quale si faceva riferimento. E questo può bastare, almeno per un horror. Vi è però uno spunto interessante e, forse, originale. I protagonisti, infatti, per risolvere trovare la bambina devono ricorrere a un trucco e questo corrisponde a spegnere la luce e osservare al buio. E’ solo nell’oscurità che si rivelano infatti le gabbie che imprigionano gli spiriti malvagi. Il buio, dunque, permette di vedere. Il buio e la night vision della telecamera ovviamente. In quel gioco di luci e ombre che è il cinema, sono queste ultime che ci permettono la conoscenza, che permettono di andare oltre il visibile e il conoscibile per conoscere ciò che c’è al di là. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span>A ben vedere, dunque, tutto questo è lo spunto più interessante del film. Per il resto <em>Rec 2</em> non provoca né grandi spaventi né tensioni psicologiche insostenibili legate a paura ancestrali come ad esempio ne <em>L’esorcista</em>. Eppure si lascia osservare ed apprezzare. Aggiungiamo poi che la sua nazionalità è quella spagnola e vedremo così come quella filmografia riesca a produrre dei prodotti che possiamo a tutti gli effetti considerare “vivi” <span> </span>e che non fanno assolutamente invidia alle maggiori pellicole di Hollywood. Aspettatevi un inevitabile seguito. </span></p>
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		<title>Film delle sezioni Fuori Concorso e Controcampo Italiano</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Aug 2009 11:05:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Fuori Concorso e Controcampo Italiano]]></category>

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		<description><![CDATA[Film presentati Fuori Concorso e nella sezione Controcampo Italiano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">
<div class="boxfilminfo"><strong><em>FUORI CONCORSO</em></strong></div>
</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>[REC 2] </strong>di<strong> </strong>AUME BALAGUERÓ, PACO PLAZA<br />
Spagna, 85&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>CHENGDU, WO AI NI (CHENGDU, I LOVE YOU) </strong>di FRUIT CHAN, CUI JIAN</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Cina, 78&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>THE HOLE </strong>di JOE DANTE</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Usa, 98&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>NAPOLI NAPOLI NAPOLI</strong> di ABEL FERRARA</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Italia, 102&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>BROOKLYN’S FINEST </strong>di ANTOINE FUQUA</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Usa, 140&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>THE MEN WHO STARE AT GOATS </strong>di GRANT HESLOV</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Usa, 90&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>GULAAL </strong>di ANURAG KASHYAP</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">India, 140&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>DEV D </strong>di ANURAG KASHYAP</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">India, 144&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>LE OMBRE ROSSE </strong>di FRANCESCO MASELL<strong>I</strong></div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Italia, 91&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>L’ORO DI CUBA</strong> di GIULIANO MONTALDO</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Italia, 74&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo">
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo"><strong>EHKY YA SCHAHRAZAD (SCHEHERAZADE, TELL ME A STORY) </strong>di<strong> </strong>YOUSRY NASRALLAH<br />
Egitto, 135&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>PROVE PER UNA TRAGEDIA SICILIANA </strong>di ROMAN PASKA, JOHN TURTURRO</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Italia, 77&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>DELHI-6</strong> di MEHRA RAKEYSH OMPRAKASH</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">India, 110&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>YONA YONA PENGUIN</strong> di RINTARO</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Giappone, 87&#8242;</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo"><strong>THE INFORMANT! </strong>di<strong> </strong>STEVEN SODERBERGH<br />
Usa, 108&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>RAMBO (DIRECTOR&#8217;S CUT) [EVENTI] </strong>di SYLVESTER STALLONE</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Usa,<br />
<strong></strong></div>
<div class="boxfilminfo"><strong>SOUTH OF THE BORDER </strong>di<strong> </strong>OLIVER STONE</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Usa, 75&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>VALHALLA RISING </strong>di NICOLAS WINDING REFN</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Danimarca, Regno Unito, 90&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong><em>CONTROCAMPO ITALIANO</em></strong></div>
<div class="boxfilminfo">
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo"><strong>POETI </strong>di<strong> </strong>TONI D&#8217;ANGELO<br />
Italia, 69&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>NEGLI OCCHI </strong>di<strong> </strong>FRANCESCO DEL GROSSO, DANIELE ANZELLOTTI</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Italia, 75&#8242;</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo"><strong>IL COMPLEANNO </strong>di<strong> </strong>MARCO FILIBERTI<br />
Italia, 106&#8242;</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo"><strong>GIUSEPPE DE SANTIS </strong>di<strong> </strong>CARLO LIZZANI<br />
Italia, 60&#8242;</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo"><strong>DIECI INVERNI </strong>di<strong> </strong>VALERIO MIELI<br />
Italia, 99&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>SPUTNIK 5 </strong>di<strong> </strong>SUSANNA NICCHIARELLI</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Italia, 9&#8242;<br />
<strong></strong></div>
<div class="boxfilminfo"><strong>COSMONAUTA </strong>di SUSANNA NICCHIARELLI</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Italia, 87&#8242;</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo"><strong>HOLLYWOOD SUL TEVERE </strong>di<strong> </strong>MARCO SPAGNOLI<br />
Italia, 70&#8242;</div>
<div class="boxfilminfo"><strong>IL PICCOLO</strong> di MAURIZIO ZACCARO</div>
</div>
<div class="boxfilm">
<div class="boxfilminfo">Italia, 78&#8242;</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
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