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Dark Horse

di Todd Solondz
USA 2011

di Enrico Vannucci

Dark Horse è un’espressione  yankee che indica la puntata più azzardata nel mondo delle scommesse. Il classico cavallo sfigato che in caso di vittoria porterebbe un sacco di soldi all’ardito scommettitore. Peccato però che la percentuale che u tale avvenimento accada è così improbabile da essere impossibile. Il “cavallo scuro” di Todd Solondz si chiama Abe, il classico ciccione buontempone sulla quarantina che vive ancora con mamma e papà, colleziona action figures, dopo aver abbandonato l’università per andare a lavorare nella piccola ditta di famiglia – a differenza del fratello più giovane, un promettente medico a Los Angeles – che per rifarsi sul suo senso di inferiorità guida un Hummer giallo.

Solondz questa volta ci va giù meno pesante del suo solito ma ciò non significa che ci vada alla leggera. Quello che per lui è un lieve prendersela con un innocente che non ha fatto nulla di male se non, in fin dei conti, essere un essere del tutto ignavo, corrisponde a un’enorme crudeltà per il resto del genere umano. Del resto il regista di Newark lo conosciamo tutti, non è un tipo semplice. In fin dei conti odia la società americana in cui è nato e vive – d’altronde se nasci in New Jersey alle spalle della luminosa New York è facile sentisi un po’ “fuori dal mondo” – tutto il genere umano e, probabilmente, pure se stesso. Eppure tutta questa negatività riesce a condensarsi in un umorismo cinico che porta lo spettatore a ridere con gusto sulle disgrazie  che si susseguono uno dietro l’altra nella vita del povero Abe. Disgrazie che verrebbe la voglia di raccontare ma che rovinerebbero il film a coloro interessati a vederlo al Cinema quando uscirà – in fin dei conti Solondz è uno di quei piccoli registi cult che qualche distributore italiano buono di spirito abbia voglia di perderci quattro soldi rilasciandolo nelle sale.

La regia di Solondz è sempre la solita, per lo più fatta di gran campi fissi e di montaggio classico. Ciò che rende giustizia all’opera è senza ombra di dubbio la recitazione del cast, che a parte il protagonista, uno sconosciuto di talento, è formato da icone del cinema indipendente e non. Christopher Walken è quello che spicca più di tutti, anche grazia a un’espressione “alla Solondz” – ovvero tra lo scazzato e l’annoiato – che mantiene immutabile per tutta la durata del film. Anche Mia Farrow, nei panni della madre apprensiva di Abe è alquanto irriconoscibile e lontana anni luce dall’essere angelico spesso dipinto dall’ex marito Woody Allen.

Una pellicola da andare a vedere senza nessun ripensamento, che sebbene non risulti essere la migliore del proprio autore, merita i soldi del biglietto. D’altronde un hater come Solondz non si può far altro che amarlo.



4 settembre 2011

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