Yorgos Lanthimos è uno dei registi che il sottoscritto aspettava di più in queste settantottesima edizione della Mostra. Il suo film d’esordio, Kynodontas, vincitore della sezione Un Certain Regard a Cannes nel 2009 e candidato all’oscar come miglior film straniero l’anno scorso, è una di quelle pellicole che lascino il segno. Alpis continua sullo stesso tracciato. Sebbene inferiore alla pellicola precedente, Lanthimos realizza un’opera nella quale indaga il peggio della condizione umana. I suoi film sono entrambi lontani da un reale verosimile: se nel primo si trattava di un padre che ricrea un mondo artificiale per i figli rinchiudendo loro all’interno della casa in cui abitano, qui la vicenda narra la storia di un piccolo gruppo di uomini e donne che, a pagamento, recita la parte di persone decedute per familiari o amici bisognosi di conforto. La pellicola avanza con il solito ritmo lento del regista che, pezzo dopo pezzo, ricostruisce la vicenda, proprio come un puzzle, così che, solo alla fine, lo spettatore abbia chiaro dove l’autore lo stia portando con il suo racconto. Lanthimos parla ancora una volta di un’umanità perduta. Sebbene un poco meno violenta di quella presentata in Kynodontas, i personaggi di Alpis risultano essere degli involucri vuoti che solo la vita di altri esseri umani ormai scomparsi riesce a rianimare. In un certo senso i quattro componenti di questo gruppo il cui nome in codice è appunto Alpis – che come è facile intuire significa Alpi – sono dei morti viventi, o dei vampiri, esseri che necessitano di succhiare la vita da altri esseri viventi per poter continuare la propria. Nonostante si vogliano chiamare come la catena montuosa per eccellenza – almeno per noi europei – proprio per la forza e l’imponenza che quelle montagne hanno, essi non hanno nessuna caratteristica che li faccia apparire mastodontici o forti. Appaiono più che altro deboli e bisognosi di fingere di essere qualcun altro per sopportare il peso della loro vita. In modo particolare Monte Rosa, questo il suo nome in codice, una ragazza di circa trent’anni, che risulta diventare la protagonista assoluta della vicenda quando decide di non condividere la morte di una ragazzina con il gruppo così da poter realizzare il lavoro completamente da sola. Una scelta che la porterà inevitabilmente ad essere scoperta e poi allontanata da loro e che ci rivelerà tutta la sua fragilità.
Un film che, a differenza di Kynodontas, si spera possa uscire nelle sale italiane, sperando semmai anche in un premio. Il Presidente di Giuria potrebbe esserne colpito vista la nevrosi raccontata dal regista greco. Così simile a quella di Black Swan.

