Il sottoscritto sognerebbe un cinema nostrano in cui la pronuncia milanese e, soprattutto, quella romana fossero messe al bando. Un cinema che fosse in grado di raccontare qualche altro territorio che non sia la Capitale o qualche altra grande città. Magari un cinema incentrato su una valle sperduta dell’Alto Adige, per esempio, dove i protagonisti siano i contadini, le mucche e le malghe durante la stagione sciistica invernale. Purtroppo, e lo ripeto, purtroppo, ciò non accade e non accadrà mai, eccetto qualche piacevole e sorprendente anomalia come Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, presentato e premiato quest’anno alla Quinzaine des Realizateurs a Cannes. Et in terra pax, esordio alla regia della coppia Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, è stato invitato qui al Lido da Le Giornate degli Autori, la sezione non ufficiale della Mostra che prende spunto proprio dalla controparte francese. Queste ultime ne hanno, però, di strada da compiere prima di potersi dire alla medesima altezza dei cugini transalpini. Il film in questione è la prova di questa arretratezza. Et in terra pax, infatti, risente pesantemente del male ontologico del cinema italiano, quel cordone ombelicale inscindibile con la città di Roma e con la sua popolazione. Ambientato al Corviale, il noto mostro architettonico alla periferia della Capitale, racconta la storia di alcuni ragazzi turbolenti e della piccola criminalità che vive e si è sviluppata nei pressi di quel fabbricato. Se nel dopoguerra o negli anni del boom economico poteva avere un senso raccontare le vicende di quel proletariato e sottoproletariato romano, oggi non se ne sente più l’esigenza anche perché medesime situazioni, o almeno assai simili, possono essere rintracciate in altri tessuti urbani, anche nel profondo Nord ed in provincia, per intenderci. Risulta poi incomprensibile perché gli unici giovani raccontabili nel cinema italiano siano coloro che possono essere definiti come turbolenti. E’ ovvio che perché vi sia una storia ci devono essere dei conflitti tra i protagonisti, oppure qualcosa di molto simile a questo. Ma non è detto che i problemi si possano riscontrare unicamente in coloro che vivono in una condizione sociale disperata come nel caso dei protagonisti di questo film: un ex spacciatore appena uscito di galera che non sapendo che fare torna alla sua vecchia occupazione, un gruppo di perdigiorno che pensano esclusivamente a drogarsi, i capi della piccola malavita del luogo, il barista che sa tutto di tutti che gestisce uno dei locali del pezzo grosso che ora fa la bella vita, la ragazza che è all’opposto di quel mondo, frequenta l’università, vuole lavorare ma che finisce per fare una brutta fine. Se a tutto ciò aggiungiamo anche dei dialoghi che molto spesso paiono improvvisati così da far trascorrere il tempo – ad esempio un gruppo di donne che discute sul fatto che al giorno d’oggi vi sia la crisi economica e che per i ragazzi dunque non c’è altra via d’uscita che la criminalità è sì veritiero ma certamente non cinematografico – e che la regia denota assai spesso peccati di gioventù – perdonabili essendo al primo film – dettati forse dalla troppa smania di provare ogni “diavoleria” tecnica del cinema o quasi, si deve, purtroppo dichiararsi insoddisfatti di questo Et in terra pax. Un vero peccato soprattutto perché, e ciò è assai positivo, cast e crew della pellicola sono composti da molti giovani cineasti. La prossima volta andrà meglio.
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