Somewhere si sarebbe potuto chiamare anche Lost Somewhere. Il motivo è assai semplice: questo quarto lungometraggio a firma della figlia d’arte più famosa del cinema americano assomiglia, e molto, a Lost in Translation, sebbene alla fine risulti essere il “peggiore” – mi si passi il termine – di quelli realizzati fin qui dalla regista. Quella parola che io ho aggiunto descrive appieno il sentimento anche di questo film, quello della perdita. Perdita che, sotto il profilo della trama, si riduce a quella del personaggio principale, un noto divo di Hollywood che vive separato dalla moglie, in uno stato di depressione cronica e che solo l’incontro e la conoscenza con la figlia undicenne riescono a ridargli un qualche barlume di speranza.
La perdita principale della quale Sofia Coppola tratta in questa sua ultima pellicola è un’altra, più profonda, quella dell’essere, dell’io che alberga dentro ognuno di noi. Il personaggio dell’attore incarna, o è la metafora, proprio della maschera, intesa come un’immagine del sé che l’uomo si crea per presentarsi ad altri. Ciò che il protagonista rappresenta è proprio quel simbolo. L’attore è ontologicamente un feticcio, una maschera che deve apparire solo secondo ciò che gli altri vogliono che essa sia. E’ qualcun altro, l’autore e/o il pubblico, a decidere per lui chi debba essere nei confronti del resto del mondo. La Coppola, in questa pellicola, ci dice (o meglio, ribadisce) come ciò non accada soltanto a coloro che praticano il lavoro di palcoscenico oppure che vivono sotto i riflettori ma che tutti gli esseri umani – anche proprio gli stessi attori, coloro i quali dovrebbero essere abituati a convivere con una maschera, con un’immagine di loro stessi ben diversa da ciò che sono realmente – possono cadere vittima dell’abitano che debbono indossare per presentarsi (ovvero “ingannare”) a chi sta loro attorno. “Io non sono niente” mugugna tra le lacrime il protagonista della pellicola, al telefono con la ex moglie la quale, fredda e distante, gli dice, poco convinta, che tutto quanto si sistemerà anche se non si sa bene in che modo. E’ proprio questo il problema delle persone che perdono la cognizione del sé: non sapersi più riconoscere. Credersi dei falliti, delle nullità, appunto il “niente”, perdendosi nello specchio a guardare un’immagine di se stessi che è solo uno dei modi in cui gli altri ci hanno catalogato diviene dunque una pratica assai comune. E’ proprio questo il senso della bellissima scena nella quale al protagonista viene fatta indossare una maschera da anziano – dopo che i tecnici degli effetti speciali lo hanno imprigionato nel gesso per fare il caldo del suo cranio sul quale modellare il makeup. Sbalordito, egli fissa un’immagine di sé diversa da ciò che lui è realmente ma che comunque lo presenta al mondo in quel modo che lo porta a non riconoscersi.
La regia è alquanto coppoliana (figlia) ovvero formata da inquadrature tutte bene pensate, il più delle volte fisse o con la camera a mano, che ben bilanciano l’ambiente – che risulta un particolare importante ai fini del discorso del film – e i personaggi che vi si muovono alla ricerca di un senso della vita che pare perso da “qualche parte”.
Un bel film, sicuramente, dai ritmi non serrati ma giusti. Molto scarno nei dialoghi ma assai comunicativo, soprattutto grazie a un cast assai ben dotato. Piccola nota a margine sulla famosa scena dei Telegatti girata a Milano con la Ventura, Frassica, Nichetti e la Marini: da brivido. In senso negativo. Per noi Paese Italia, ovviamente. D’altra parte, quale posto può mai apparire più irreale e totalmente privo di personalità se non gli studi di Cologno Monzese?
Sicuramente in lotta per un premio importante.
Tag:Coppola


5 Commenti
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