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Survival of the dead

di George A. Romero
USA 2009

di Enrico Vannucci

Survival of the dead è un western mascherato da film dell’orrore. Questo è molto chiaro dalla tematica del racconto: una faida tra due famiglie, gli irlandesi O’Flynn e i wasp Muldoon, che da sempre si dividono il territorio di una piccola isola al largo della costa di uno degli Stati del New England dove, ultimamente, come in tutto il nord-america, i morti hanno iniziato a svegliarsi dal loro sonno eterno. Ma Survival of the dead è e rimane un horror e, ovviamente, presenta importanti risvolti politici essendo, come noto, il più politico di tutti i generi. Ciò che Romero ci racconta è un’analisi della società moderna letta, attraverso la griglia dei generi. Ma ciò che appare chiaro è che il regista non si schieri con i suoi simili, gli umani, i vivi, ma con coloro che, storicamente, dovrebbero essere considerati il nemico, gli zombie, i non morti. La società che ci viene presentata è infatti dominata dalla violenza, violenza che scaturisce non per la presenza dell’altro da noi, del mostro, ma già intrinseca, viscerale, che parte dall’odio di un clan verso un altro, dunque da noi stessi. Gli umani si dividono appunto in fazioni, tutt’altro che democratiche, sia gli O’Flynn che i Muldoon sono comandate da due capi ai quali non interessa altro che distruggere e annientare l’antico nemico. Gli zombie, invece, appaiono come una società più “democratica”, nella quale sebbene vi possa essere un alto grado di conformazione alla regole – d’altronde la (non) vita da non morto è sempre uguale e abitudinaria, avanzare zoppicando per strappare i cervelli e le carni alle persone – anche l’individualità è accettata – pensiamo alla figlia zombie di Flynn, ancora libera e capace di cavalcare il suo amato cavallo, e confrontiamola con l’impossibilità di un cowboy alle dipendenze di Maldoon di passare dall’altra parte perché il capo lo uccide prima che possa farlo. Ciò che divide maggiormente i due schieramenti è la volontà da parte di Flynn di liberarsi dei morti viventi – anche dei propri cari se necessario – per continuare a vivere la vita tranquilla che fino ad allora avevano condotto sull’isola mentre da parte di Muldoon vi è la volontà di risparmiare i propri familiari divenuti non morti per mantenere “vivo” e presente, secondo la tradizione, il ricordo di quelli che non ci sono più, un tentativo, comunque, di mantenere lo status quo, nel tentativo di preservare l’isola così com’è, o meglio, come è stata. I due clan, in fin dei conti, mirano entrambi a un medesimo fine. Solo i modi sono diversi. E il fine è mantenere la vita esattamente uguale a se stessa, ovvero come è stata per secoli e come dovrà essere anche negli anni e nei decenni a venire. Emblematica è l’inquadratura finale nella quale James O’Flynn e Lem Maldoon, i patriarchi delle due fazioni, continuano a combattere tra di loro nonostante siano divenuti a loro volta zombie. E’ il genere umano a inquinare e minacciare l’altra “comunità”, non sono gli zombie il vero pericolo ma noi. E il gruppo di soldati che, salvatisi da quell’inferno, riesce a scappare e ritornare sulla terra ferma, rappresenta un pericolo più per il mondo nel quale si apprestano a sbarcare che non gli zombie ormai padroni di tutta l’isola. In tutto questo è facile leggere una critica alla società americana odierna. Ancora più forte quando Romero ci mostra che gli zombie, da sempre considerati come il male assoluto perché a caccia degli umani, sono capaci di cibarsi anche di altre specie animali, esattamente come noi. L’unica differenza, dunque, tra noi e loro è la loro mancanza di aggressività che non sia giustificata da un bisogno fisiologico. I non morti attaccano gli altri perché devono sfamarsi, gli umani lo fanno solo per la supremazia sui propri simili. E’ indubbio quale delle due società sia la migliore.



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9 settembre 2009

Un Commento

  1. Patrizia ha scritto il 9 settembre 2009 | Permalink

    Ecco, questo è un film che voglio vedere! Ho amato Il romanzo IO SONO LEGGENDA di Matheson, ma non il film che ne è stato tratto con Willie Smith e spero vivamente che questo di Romero mi riconcili con il genere.

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