Al mosafer , in inglese The traveller ovvero Il viaggiatore, è un’opera strana. Da decifrare. Buona nella prima parte, più lacunosa nella seconda e nella terza. La vicenda illustra tre giorni della vita di un anziano (Omar Shariff) che ricorda i tre momenti nei quali si è sentito innamorato, delle giornate di autunno del 1948 la prima, sotto la dominazione inglese di Suez, degli anni Settanta la seconda e del 2001 la terza, poco dopo l’undici di settembre. Questa è la storia sua personale ma anche della sua famiglia, o meglio della donna dalla quale ha avuto, senza che lui lo venisse a sapere fino agli anni Settanta, due gemelli, maschio e femmina, e di suo nipote, figlio a sua volta di sua figlia. Tutto il lungometraggio è costruito come se ci trovassimo di fronte ai frammenti della memoria dell’uomo che piano, piano riaffiora. Questo è reso palese dalla moltitudine di dissolvenze da e su nero che costituiscono tutto il film, e in maniera più abbondante la prima parte, come se ciò che si trova situato più lontano nel tempo sia, in effetti, più frammentato e più difficilmente ricordabile. Gli anni Quaranta poi ci vengono presentati un po’ come un sogno o una favola, in un’atmosfera palesemente finta che ricorda, in particolar modo nelle scenografie e nei costumi ma anche nei movimenti della macchina da presa, un certo Fellini più tardo, quello de La nave va. La prima parte, anche per queste atmosfere che richiamano il grande maestro italiano, è la migliore del film. Altro elemento che a caratterizza è la forte ironia e comicità qui presente, elemento che, mano a mano, si perde sempre più, facendo scivolare il film verso una maggiore serietà e verso una perdita di un filo conduttore che non produce altro che disorientamento nello spettatore. E’ un peccato che, nella terza parte, quando entra in campo un ottimo Omar Shariff, molto credibile nonostante l’evoluzione del copione durante la sua comparsa sullo schermo, la pellicola si sia già persa in un groviglio di tematiche mai del tutto esplicate a pieno le quali risultano di difficile distinzione e comprensione per chi la osserva. Risulta difficile dunque anche abbozzare un punto di arrivo verso il quale il regista, Ahmed Maher, vuole traghettare lo spettatore. A volte, si ha il dubbio che questi film mediorientali oppure orientali distino così tanto da noi come cultura che siamo noi occidentali, il più delle volte, a essere prevenuti nei loro confronti e quindi, per questo motivo, si cerca ogni tipo di attenuante che possa dare loro una giustificazione sulla loro incompiutezza. Non vi è dubbio, infatti, che anche Al mosafer lo sia. Viene quindi spontaneo chiedersi come mai, sia stato messo in concorso. A chi scrive, tutto sommato, non è dispiaciuto, le due ore e cinque minuti della sua lunghezza, sebbene effettivamente troppe, sono passate senza essere sentite come troppo pesanti, grazie anche a qualche risate che non ha guastato, ma alla fine della proiezione si resta con l’amaro in bocca per ciò che si è visto, specialmente nella prima parte, e ciò che ha terminato la vicenda. E’ come se tra l’una e l’altra sezione si fosse non solo cambiato film ma anche spettacolo. Davvero un peccato, perché, comunque, qualcosa di buono la pellicola di Maher lo ha comunque dimostrato.
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