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The man who stare at goats

di Grant Heslov
Usa 2009

di Enrico Vannucci

Ne siamo certi, The man who stare at goats è una delle migliori pellicole viste al Lido fino a ora, inspiegabilmente – ma forse i motivi sono puramente geografici, troppi film proveniente dagli Stati Uniti altrimenti – esclusa dalla competizione per il Leone d’oro. Grant Heslov, già vincitore del premio per la miglior sceneggiatura qui a Venezia con Good night and good luck nel 2005, dirige un magnifico cast di attori – George Clooney, Ewan McGregor, Jeff Bridges, Kevin Spacey – raccontando una vicenda basata su una storia vera che ha, a dir poco, dell’incredibile: alla fine degli anni Sessanta, l’esercito americano, segretamente istituì uno corpo speciale di soldati addestrati a diventare dei combattenti di pace, ovvero a non usare le armi convenzionali ma superporteri derivati dalla meditazione e dalle pratiche hippy, conosciuti come i Jedi, come ricerca nel campo delle arti psichiche, in modo da non restare indietro rispetto all’unione sovietica. Bridges impersona il maestro e guru che ha inventato questo nuovo tipo di combattimento, Clooney il suo miglior allievo, Spacey colui che causerà la rovina di quel gruppo segreto e McGregor un giornalista di un quotidiano di provincia che, per caso, circa vent’anni dopo, si imbatte in questa storia e vi ci entra a piedi pari quando, inviato come reporter in Iraq all’inizio della guerra nel 2003, incontra il personaggio di Clooney, attualmente impegnato in una missione segreta. Heslov, chiaramente, dirige una commedia che, però, non si ferma alle semplici e copiosissime risate che il film produce dall’inizio alla fine ma che risulta una vera e propria critica verso un atteggiamento riscontrabile ripetutamente a intervalli più o meno regolari nella società americana: il dover combattere una guerra per riportare l’ordine nel mondo. La pellicola è dunque un vero e proprio manifesto pacifista nel quale vengono esaltati i valori della controcultura hippie degli anni Sessanta e ipotetici poteri come quello di controllare le menti dei nemici semplicemente con lo sguardo oppure passare attraverso le pareti con la sola forza di volontà. Il cast è a dir poco straordinario: tutti quanti dimostrano di essere dotati di una capacità comica senza eguali. Clooney ormai è avvezzo a film di questo genere – basti pensare al suo lavoro con i fratelli Coen che The man who stare at goats ricorda molto – così come McGregor ha interpretato diversi commedie. Spacey dimostra di essere un attore di grande calibro, qualunque parte egli impersoni, ma è sicuramente Bridges a impressionare più di tutti nel ruolo di Bill, che non può che richiamare il precedente ruolo di Jeffrey “Drugo” Lebowski – ecco di nuovo i Coen che ritornano come riferimento – solo più invecchiato e, se possibile, ancora più figlio dei fiori. Heslov dirige la sua opera prima in modo attento e puntuale, dimostrando di sapere bene ciò che deve essere raccontato e come fare a farlo.

Il cinema americano, ancora una volta, si rivela di un altro spessore. Si possono non condividere le politiche degli Stati Uniti d’America per tante ragioni, si possono anche detestare per questo – ma non è il caso di chi scrive – ma non si può certo non amare ed apprezzare il cinema di quel paese, anche perché da più di cento anni dimostrano di sapere assai bene cosa significhi fare un film di qualsiasi genere e stile. Ciò che si spererebbe, almeno qui da noi in Italia, è riuscire a realizzare qualcosa di altrettanto fresco, ma intelligente, come una pellicola come questa in questione. Gli ottimi esempi ci sono, manca solo la volontà di prendere spunto dai migliori e replicare quanto visto. Per chi non è riuscito a vederlo a Venezia, il film esce nelle sale italiane il 4 Dicembre con il probabile – e aberrante – titolo di Capre di guerra, distribuito da Medusa, alla quale, purtroppo, dobbiamo il cambio di titolo. Accorrete numerosi.



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8 settembre 2009

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