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Lo spazio bianco

di Francesca Comencini
Italia 2009

di Enrico Vannucci

Lo spazio bianco di Francesca Comencini è un film che sicuramente piacerà a un pubblico femminile. Non che la nuova opera della regista romana sia un brutto lungometraggio ma rimane distante da quella che, forse, è e rimane la sua migliore produzione, quel Mobbing – Mi piace lavorare, diretto e centrato come non mai. Questo Lo spazio bianco detiene decisamente delle buone qualità ma, al contempo, mostra qualche lacuna, soprattutto nei dialoghi, a volte un po’ sopra le righe. Un po’ sottotono risulta pure Margherita Buy che interpreta il ruolo della protagonista caratterizzandola con le solite nevrosi che l’attrice è sempre stata brava a riprodurre ma che qui non inducono lo spettatore a parteggiare per lei ma, a volte, all’opposto, a detestarla per i modi di comportamento che questi assume. La storia è la vicenda personale di Maria, una maestra alle scuole serali che, superati abbondantemente i quaranta, ha una figlia – nata da una relazione passeggera con un uomo che non ne vuole sapere di lei né della bambina, avendo già lui un figlio a carico – che per sua sfortuna nasce prematura al sesto mese di gravidanza. La vicenda si svolge nel lasso di tempo, circa sei mesi, nel quale Irene, sua figlia, viene sottoposta alla terapia intensiva all’interno dell’incubatrice per permetterle di svilupparsi definitivamente e vivere in seguito una vita normale.

Francesca Comencini ci guida in una storia morale nella quale assistiamo alla (ri)nascita non solo della bambina, nata una seconda volta dopo i mesi in incubatrice, ma anche della stessa madre che, una volta che la figlia sarà fuori pericolo – vi aspettavate forse un finale che non fosse positivo? – scoprirà essa stessa di essere divenuta una persona nuova e diversa, capace di badare a un’altra creatura ma, soprattutto, a differenza di prima, a se stessa, senza lasciarsi più abbattere dalle insidie della vita e soprattutto dalle azioni degli altri esseri umani. C’è in tutto questo però un buco nero ed è esattamente quello della sceneggiatura. La regista parteggia troppo per la sua protagonista e si vede, perdonandole tutto ciò che fa. Il film appare assai femminista, soprattutto nel finale, dopo un inizio dalle tinte opposte, molto reazionario e cattolico (pre Concilio Vaticano II), mostrando questa figura di donna che da sola non riesce a combinare niente di buono nella vita, così come l’amico (presunto) omosessuale. Ciò che manca al personaggio della Buy è la volontà di crescere imparando qualcosa dagli altri. Le “lezioni” che le vengono impartite provengono solo da persone che paiono messe appositamente nella storia per ricoprire esplicitamente questa funzione: un esempio lampante è il magistrato donna che abbandona i figli per trasferirsi a Napoli, dove è ambientata la vicenda, per senso civico, volendo scoprire e imprigionare gli assassini del suo migliore amico, morto ammazzato dalla camorra. E’ la magistrata che insegna a Maria a non mollare e a scegliere la strada più dura e impervia ma è quest’ultima che di suo non è predisposta a farsi insegnare qualcosa. In parte è una caratteristica del suo carattere, essendo lei stessa insegnante e quindi, in teoria, detiene già tutto il necessario per saper vivere. Ma, evidentemente, ciò che lei conosce non è sufficiente per riuscire a vivere una vita serena e non in preda a una corrente che porta alla deriva.

Da sottolineare come, a livello di scenografia, lo spazio bianco a cui si richiama il titolo sia quello della sala di terapia intensiva nella quale soggiorna la neonata, un ambiente asettico, totalmente adatto per comunicare quel sentimento di incapacità e di inquietudine che la pellicola vuole passare allo spettatore.

Nonostante qualche piccolo errore però questo film della Comencini dovrebbe essere visto anche perché, sicuramente, come scritto in precedenza, piacerà a un pubblico femminile, molto più sensibile di colui che scrive.



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8 settembre 2009

Un Commento

  1. ciccio ha scritto il 9 settembre 2009 | Permalink

    Grazie per la recensione. Era uno dei più attesi ma difficilmente lo andrò a vedere dopo la tua descrizione… Avevo paura anch’io fosse qualcosa “un po’ troppo” femminile (e che palle! scusate la franchezza…)

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