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Lebanon

di Samuel Maoz
Israele Germania 2009

di Enrico Vannucci

Ci troviamo di fronte a una delle pellicole che potrebbero vincere il Leone d’oro. Oggi, nella proiezione ufficiale con il regista Samuel Maoz e il cast quasi al completo, il film è stato accolto da una standing ovation e circa cinque minuti di applausi ininterrotti. Applausi meritati. Lebanon è la storia di un carro armato e del suo equipaggio formato da quattro persone – il comandante, il guidatore, l’artigliere e l’addetto a ricaricare i cannoni – nel loro primo giorno di missione nella prima guerra del Libano combattuta da Isreaele nei primi anni Ottanta. Il pregio maggiore di questo film della durata di un’ora e mezza, è quello di essere stato interamente girato – eccetto per la scena iniziale e finale che si svolgono nel medesimo luogo, all’interno del veicolo militare. L’equipaggio non esce mai, sono gli altri, il comandante dell’operazione, appartenente alla fanteria che scorta il mezzo, un miliziano falangista di origine araba alleato con gli israeliani e un soldato siriano imprigionato dal battaglione durante uno dei conflitti a fuoco nei quali sono rimasti invischiati. La vicenda si svolge all’interno del carro armato e all’esterno. Ciò che accade al di fuori è però osservato dal mirino dell’artigliere che vaga, a destra e a sinistra, dall’altro in basso più che alla ricerca di obiettivi, alla scoperta di ciò che sta avvenendo fuori da quell’ammasso di ferraglia nella quale si trovano imprigionati.

E’ probabile che una parte della critica legga questo film come una critica nei confronti della politica, da molti considerata come guerrafondaia, di Israele quando è chiaro ed evidente che il tema del film non è assolutamente questo. Ciò che importa al regista è raccontare una piccola storia che diventa simbolo della condizione umana in uno scenario bellico. Certamente l’esercito israeliano non esce indenne da critiche, visto l’uso di armi non convenzionali, ma non è questi ad essere la vittima della critica di questo film. La guerra in Libano è usata solo come pretesto per raccontare come gli uomini in divisa si comportano sotto pressione, potrebbe trattarsi di un qualsiasi altro conflitto, in un qualsiasi altro paese ma il regista è israeliano e racconta una storia che proviene dal suo paese.

In questo film ogni sua parte appare impeccabile, dalla sceneggiatura – con le vicende umane di ognuno dei componenti dell’equipaggio che si evolvono in maniera opposta, coloro che all’inizio parevano spaventati dal conflitto finiscono per comandare e coloro al comando escono impazziti da tutto quell’orrore che spiano attraverso il mirino del carro armato – alla regia – impeccabile, tenere l’attenzione in uno spazio angusto e scuro per un’ora e mezza non è certo semplice – fino alla recitazione – con attori che entrano perfettamente nella parte e riescono a far passare in maniera diretta e non mediata i sentimenti dei personaggi che interpretano.

Da sottolineare poi che il carro armato sia, a tutti gli effetti, il quinto personaggio dell’equipaggio. Questi infatti è tratteggiato con la stessa fisionomia dei soldati, come loro infatti è sporco, “suda” un liquido gelatinoso del quale non sappiamo l’esistenza e, inoltre, dopo essere stato colpito dal fuoco nemico, appare ruvido come la barba dei suoi passeggeri. D’altronde sulla sua carena vi è incisa una scritta che ricorda come il carro armato sia solo un ammasso di ferraglia mentre è l’anima dei soldati ad essere fatta d’acciaio. Il film ci sembra voler dire come, forse, entrambi – mezzo e anima – non appaiano certamente d’acciaio ma siano in effetti solo ed esclusivamente latta che sotto una minima pressione può venire schiacciata, fino alle conseguenze più atroci.

Si spera vivamente che la pellicola trovi una distribuzione nel nostro paese. Certamente un premio di qualsiasi tipo aiuterebbe.



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8 settembre 2009

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