Questo Choi voi più che un’opera seconda come in effetti è, a firma del vietnamita Bui Thac Chuyen, appare un esordio alla regia visti gli evitabili “errori” commessi nella sua realizzazione. Ovviamente non ci si riferisce a stupide mancanze di continuità o chissà altro cosa ma, in maniera bene più importante, al modo in cui il regista ha trattato la materia narrativa che si trova a maneggiare. A leggere le su dichiarazioni sul film si scopre che la sua volontà era quella di dipingere il modo in cui nel suo paese sono vissuti, da molti giovani, i rapporti amorosi tra gli uomini e le donne. Nobile intento, capibile anche attraverso la visione del film, che, come soggetto si dimostra interessante ma che latita ampiamente sotto il piano della realizzazione. Le quasi due ore di durata della pellicola sono eccessive per la vicenda che Chuyen racconta. Se dopo circa quaranta minuti dall’inizio del film si assiste a ciò che potremmo considerare un turning point della trama, qualcosa effettivamente non va. Come non funziona il fatto che dei personaggi che saranno utili per far avanzare la storia siano presentati anch’essi dopo oltre mezz’ora, dimenticati e poi ripresi sul finale quando si rivelano necessari al loro scopo. In mezzo a tutto ciò si cerca di diluire la storia a più non posso, senza che ve ne sia una motivazione plausibile. Si ha come l’impressione che il regista abbia lavorato invece che di fino con il mattarello e che abbia tirato la propria pasta fino a farla diventare una sfoglia sottilissima e, per questo, fragile. Sappiamo benissimo come tra le produzioni orientali sia difficile riscontrare delle pellicole che non siano o degli action e quindi abbiano dei ritmi serratissimi, oppure, al contrario, presentino storie che rallentino la diegesi fino a tempi, il più delle volte vicini ai limiti della sopportazione (occidentale soprattutto). Choi voi, però, esagera in questa sua predisposizione alla lungaggine, non perché sia disinteressante ciò che il film racconta ma perché la storia non necessitava di tutto quel tempo. Ogni sceneggiatore è a conoscenza del fatto che ogni storia ha il suo tempo per essere narrata, il proprio lavoro consiste nel capire di quanto tempo la storia abbia bisogno e di adattarsi a scriverla. Vi sono narrazioni diverse che necessitano di minutaggi diversi. A questo film sarebbe stata utile una sfoltita di circa venti, trenta minuti, e una diversa organizzazione drammatica, specialmente nella presentazione dei personaggi e, casomai, nella loro caratterizzazione. In effetti, il carattere del giovane sposo è così tonto da sembrare un po’ troppo irreale, soprattutto perché non appare credibile che una bella donna come la protagonista si riesca a innamorare per uno scemo come quello dipinto dal regista. Detto questo, ci troviamo di fronte a un peccato, questo perché il film è certamente incompiuto. Questa vicenda tra una donna e il suo nuovo e giovanissimo marito oggetto dell’attenzioni morbose della madre, l’amica di lei, lesbica e segretamente innamorata, che la spinge nelle braccia di un uomo animalesco che la seduce, una ragazzina che sogna di possedere quello che la coppia, sua vicina di casa, ha e il padre di lei, un vecchio che pensa solo al suo gallo da combattimento e alle scommesse che effettua su di lui, questa vicenda, appunto, aveva tutti i presupposti per rivelarsi interessante. A patto, però, di seguire quei piccoli accorgimenti sopra elencati.
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