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Ahasin wetei

di Vimukthi Jayasundara
Sri Lanka Francia 2009

di Enrico Vannucci

Ahasin wetei, in inglese Beetween two worlds, è un film fatto in maggioranza di immagini e assai poco di dialogo. E’ difficile per chi scrive riuscire a fare una sintesi di ciò che si è visto, perché ciò che conta in questa pellicola non è la storia quanto piuttosto lo spazio visivo che il regista ci mostra e da ciò che compone questo campo. La pellicola è infatti piena di simboli e di oggetti che, se interpretati secondo un’accezione diversa da quella che comunemente si può a loro attribuire, assumono un significato altro che ci apre un mondo nuovo, diverso dal nostro, in parte, se non del tutto, mitico. Il film infatti pare raccontarci la storia di un mito archetipico. Un mito orientale, ricco di riferimenti e di simboli che sono riprese dalle storie ancestrali ma anche, al contempo, sono tratti dal nostro presente. Il regista, ci mostra all’inizio un paesaggio urbano completamente devastato, nel quale dei razziatori mettono a ferro e a fuoco uno città, rovesciando tutte gli schermi delle televisioni e le stazioni radiotelevisive, distruggendo, dunque, del tutto i maggiori produttori di immagini che noi, oggigiorno, vediamo. Successivamente Jayasundara ci mostra la campagna prima e la montagna poi, luoghi incontaminati, nei quali, passato e presente, dimensione dei vivi e quella dei morti paiono toccarsi e mischiarsi, creando una specie di dimensione neutra tra due mondi, appunto. Qui il protagonista, un ragazzo magro, dalla pelle molto olivastra e da una chioma ricoperta di folti ricci, è come in preda al suo istinto e si muove in questo modo con un fare quasi animalesco. Ciò che lo affligge è un problema all’occhio sinistro per il quale deve essere curato da una donna (sua madre?) che si prende cura di lui versandogli sull’occhio malandato del latte estratto dal proprio seno. Dopo la distruzione di ogni forma di riproduzione visiva ecco che sopraggiungono problemi alla vista del protagonista, come a voler quasi cancellare la capacità visiva, azzerare la visione in un film che, forse, si presenta come un tentativo di reinventare una nuova visione, una nuova fotogenia. Tutto ciò che appare sullo schermo cinematografico, infatti, non solo è altamente studiato ma è pure finemente equilibrato, i movimenti di camera sono utilizzati con finezza e maestria così come il montaggio che se nella prima parte risulta essere più lento, nell’ultima sezione del film diviene più serrato. Jayasundara – alla sua prima apparizione in concorso al Lido ma già titolare di una presenza a Cannes in Un certain renard nel 2005 con il suo film d’esordio – realizza dunque una pellicola di non certo facile comprensione ma che ha il merito di cercare, e di trovare, un modo di racconto che sia diverso dall’ordinario, certamente più vicino a un tipo di cinematografia orientale – d’altronde la nazionalità del lungometraggio è dello Sri Lanka, diventando il primo di quel paese a entrare in una qualche categoria della Mostra – e che, a sorpresa, è stata apprezzata da buona parte del pubblico. Le possibilità di vederlo in Italia sono assai poche, almeno che, inaspettatamente, non vinca un premio importante nella competizione come, perché no, anche il Leone d’oro.



7 settembre 2009

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