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36 vues du Pic Saint Loup

di Jaques Rivette
Francia Italia 2009

di Enrico Vannucci

Dove voglia portarci Jaques Rivette è chiaro dalla prima inquadratura. D’altra parte ce lo dice anche la sua storia. E questo film ne è un condensatore di quella sua esperienza personale. Stranamente una pellicola corta, nemmeno novanta minuti, per un regista che ha prodotto film anche da tredici ore. Non per questo un lungometraggio meno interessante degli altri. Intendiamoci, ci troviamo di fronte a un personaggio particolare, dalla carriera ben definita e dalle idee ben chiare. E’ lecito aspettarsi, dunque, un film che si lega alle sue tematiche personali e, per questo, non facilmente apprezzabili o comprensibili dal grande pubblico. Non che il film sia impossibile da comprendere, anzi, come già scritto, sin da subito Rivette mette in chiaro la direzione che seguirà e, inoltre, cosa e come la metterà a fuoco. La vicenda è chiaramente quella di un gruppo di personaggi, la maggior parte di essi appartenenti a un piccolo circo ambulante che, vista l’improvvisa venuta a mancare del proprietario all’inizio della stagione itinerante, chiede alla figlia maggiore di questi, ritiratasi da ormai quindici anni da quella professione di condurre lei ciò che il padre aveva iniziato. Inaspettatamente la donna, Kate (Jane Birkin), abbandona il suo lavoro per mettersi al comando di questa avventura. Nonostante il ritorno alle origini, la donna non vive bene, dentro si sé cela un segreto che ancora oggi la perseguita come un fantasma. E’ qui che entra in scena Vittorio (Sergio Castellitto), un ricco viaggiatore, che perduta la testa per Kate, decide di fermarsi per un periodo con quei circensi. Ciò che l’italiano vuole – entrando in sintonia con quel gruppo, fino a diventare egli stesso parte dello spettacolo – è scoprire il segreto che attanaglia la donna e liberarla da quel peso che l’assale. L’unico modo per farlo è entrare in sintonia con lei e tutto quel gruppo, così tanto da diventare lui stesso parte dello spettacolo in modo da comprendere le dinamiche che si celano sul palcoscenico e dietro le quinte di quel mondo girovago. Solo attraverso l’entrata in quel mondo dello spettacolo, la comprensione delle dinamiche del palcoscenico, Vittorio riesce a curare e liberare Kate da quel peso. Ora, tutti loro, sono liberi di riprendere la loro vita individualmente seguendo ognuno la propria via.

Rivette dirige il film in maniera molto classica, inserendovi però anche elementi che rompono con la tradizionale messa in scena del cinema hollywoodiano e che si rifanno, chiaramente, invece, a quella di stampo teatrale. Non solo attraverso la ripresa degli spettacoli del circo, in particolare quella di un numero di clown, importante ai fini della vicenda, quanto proprio della realizzazione, in alcune scene, di riprese che utilizzano una prospettiva e delle tecniche di recitazione e messa in scena prese in prestito proprio dall’arte teatrale. Rivette dunque mischia queste due diverse concezioni estetiche in una maniera assai moderna, senza però rinunciare a quella classicità, che poi è essa stessa simbolo della modernità (e non della postmodernità) che il regista ha da sempre apprezzato prima come critico dei Cahiers du Cinema e poi come autore cinematografico. Rivette risulta dunque contemporaneo attraverso la propria classicità. Questo 36 vues du Pic Saint Loup, una coproduzione franco-italiana, che annovera tra i finanziatori lo stesso Castellitto e pure Ermanno Olmi, non sarà molto probabilmente il miglior film del vecchio autore francese ma, di certo, è una pellicola che piacerà agli appassionati della sua opera e a coloro che adorano i film classicheggianti o realizzati dalle firme importanti.



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7 settembre 2009

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