Che questa sia fin qui la Mostra del documentario si sapeva, basta sfogliare il catalogo. Che questo documentario di Oliver Stone, dal titolo South of the border, fosse uno dei più aspettati, era altrettanto certo ma che la manifestazione tendesse – così – fortemente a sinistra questo non ce lo si aspettava. Dopo Moore che dichiara palesemente che il capitalismo è un male da abbattere, ecco Stone che tesse le lodi dei leader bolivariani del Sud America, primo tra tutti quell’Hugo Chavez considerato dall’amministrazione di George W. Bush come uno dei principali nemici contro il quale combattere. Il film del regista di Nato il quattro Luglio, è anche, se non soprattutto, un’accusa verso i media americani ritenuti responsabili di riportare delle notizie faziose, incomplete e fuorvianti per l’opinione pubblica americana. E’ proprio da qui che inizia il racconto, da un assurdo siparietto su Fox News che parla di Chavez apostrofandolo come un dittatore. Stone, allora, scende in Sud America per discutere direttamente con il Presidente Boliviano e conoscere da lui la sua storia e la sua vita politica, rivelando un uomo completamente diverso da quello che siamo abituati a vedere sui media occidentali, non solo quelli americani. La stessa sorte capita poi agli altri leader del movimento bolivarense Sud Americano, da Evo Morales, primo indigeno eletto alla più alta carica del Perù, a Lula, capo di Stato brasiliano, da i coniugi Kirchner a Raoul Castro. Ciò che si evince dalle immagini di Stone è la voglia di queste persone di creare un movimento autoctono sudamericano moderno che si ispiri alle lotte di Bolivar, per far si che quel continente si stacchi una volta per tutte dagli influssi colonialisti, secondo loro, dei paesi occidentali, e in particolar modo statunitensi, portati avanti soprattutto grazie all’istituzione del Fondo Monetario Internazionale, considerato una ramificazione del Ministero del Tesoro degli Stati Uniti, con il quale, per mezzo dell’economia comandare le relazioni socio-politico-economiche dell’intero pianeta. Ciò che questi capi di Stato cercano è una via sudamericana che porti a una specie di Comunità Europea in salsa latina che però rispetti le culture e le identità autoctone di quel vasto e sterminato territorio, senza risentire degli influssi della civiltà occidentale e capitalistica, ma trovando una propria e personale visione della mondo e dell’organizzazione sociale. Grazie all’avvento di Barack Obama – creando così un parallelo anche con il film di Moore – le speranze per l’America Latina di vedere realizzati i suoi sogni di “libertà”, paiono, almeno per adesso, essere più vicini alla realizzazione.
Stone realizza un documentario che ha ben chiaro il suo scopo. Ciò che lui ci spiega è certamente il suo personale punto di vista, un punto di vista che a molti non piacerà. E’ in effetti strano, per un uomo occidentale, sentire parole positive su Chavez e gli altri, spesso e unicamente appellati con la parola dittatore. Il documentario è comunque piacevole e scorrevole durante i suoi settantacinque minuti. La sua uscita è più che certa, sebbene, è facilmente immaginabile che sarà reperibile maggiormente in dvd che non al cinema, la cui distribuzione rischia di essere relegata solo ed esclusivamente alle grandi città.
Tag:Oliver Stone, South of the border


2 Commenti
E domani, forse, Hugo Chavez sarà a Venezia! Io rimango dell’idea che chi priva della libertà il suo popolo e tenta di far approvare una legge che lo terrà al potere fino a dopo il 2020, non può essere considerato che un dittatore. Poi, avrà anche buone intenzioni e l’America e Israele saranno certamente IL MALE, ma di uomini come Chavez diffido sempre!
Scusami per l’OT.
Ciao.
Patrizia.
Anche questo da non perdere! A me Chavez sta clamorosamente sulle palle (che analisi politica, eh?), però persino un beota può azzeccare qualche teoria.
Non perderò la proiezione o il dvd.
Grazie per l’ottimo lavoro che state facendo, davvero bravi!