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Capitalism: a love story

di Michael Moore
USA 2009

di Enrico Vannucci

La teoria di Michael Moore è chiara e semplice: il capitalismo non funziona, ciò che ne rimane ha provocato – e provoca – solo danni e per questo motivo non può essere riformato ma deve essere sostituito in blocco. Con cosa? Con la democrazia, meglio ancora se di stampo sociale – sul modello delle socialdemocrazie europee per intenderci. Per dirci tutto ciò il regista americano utilizza il suo solito stile documentaristico venato da momenti assai divertenti ma privo, a differenza di altre opere precedenti, di scene puramente drammatiche e strappalacrime. Il risultato è al solito potente, diretto e convincente. E’ difficile uscire da un film di Moore e non sentirsi convinti profondamente dal suo punto di vista. D’altronde il regista è uno che ci sa fare, è sempre stato e continua ad essere un grande comunicatore. I suoi film appaiono vere e proprie opere di propaganda, nelle quali, e questa non è da meno, il contraddittorio è del tutto assente. Ma sì sa, Moore o si ama o si odia. D’altra parte non può essere altrimenti per uno che ha dedicato la sua carriera artistica a demistificare i miti americani. Questo film ovviamente punta il dito contro una delle grandi saghe mitologiche americane, quella dell’impresa capitalistica e dell’ideale di profitto a scapito degli altri che questa porta con sé. La teoria di Moore è semplice: fino a un certo momento della storia americana, il capitalismo è stato una miniera d’oro sia per gli imprenditori, sia, di riflesso, per la popolazione. Ciò è stato possibile vista l’assoluta mancanza di competizione da altri paesi che avevano vista distrutta la propria potenza industriale di inizio novecento a causa della seconda guerra mondiale. Quando poi, verso la fine degli anni Settanta, le economie concorrenti si rafforzarono enormemente e una crisi economica legata al petrolio colpì duramente, soprattutto il paese nordamericano, e il sogno americano pareva se non in declino ma certamente in una fase di stanca, una parte politica, i Repubblicani, si allearono con il potere finanziario di Wall Street, per eleggere un uomo, Ronald Reagan, alla Presidenza così da rilanciare non solo l’economia ma, soprattutto, gli interessi privati dei consigli d’amministrazione delle grandi multinazionali a stelle e strisce. Una massiccia riduzione delle tasse, un taglio alle spese sociali giudicate inutili, una privatizzazione sostanziale delle proprietà pubbliche hanno portato, assieme all’invenzioni di indecifrabili strumenti finanziari, alla crisi che stiamo vivendo giorno per giorno. Quanto appena sintetizzato (e raccontato da Capitalism: a love story) non è né inesatto né sbagliato, neppure a livello storico, però, a filmicamente parlando, non aggiunge niente di nuovo, non svela nessuna verità nascosta, perché tutto ciò è risaputo e ben noto. Questo fatto potrebbe dunque apparire come una pecca del film. Eppure, se ci si riflette a modo, non lo è. Moore, si è detto, ha sempre cercato di smontare i miti degli americani. Per portare a termine questa missione deve, quindi, irrimediabilmente, rivolgersi ai suoi connazionali. Essendo, questi, secondo la sua teoria, per lo più distratti dalle armi di distrazione di massa dei media a stelle e strisce, il regista si impegna dunque a portare all’attenzione dei suoi concittadini colpiti da un basso livello di attenzione delle verità che a qualcuno meglio informato possono sembrare “banalità del presente”. Così come Sycho era chiaramente rivolto a un pubblico americano – e gli effetti di schock risultavano differenti in base alla nazionalità di uno spettatore, per un europeo è normale vedersi curare a spese dello stato ma è bislacco dover pagare per far nascere un bambino – anche Capitalism: a love story pare essere indirizzato verso il medesimo audience. Non per questo, essendo la crisi un fenomeno globalizzato che ha avuto origine negli Stati Uniti ma che ha coinvolto le intere economie mondiali, la pellicola risulta distante per uno spettatore di nazionalità non statunitense. Ciò che ci si aspettava da Moore è puntualmente arrivato. Grazie, soprattutto, alla sua messa in scena sempre attenta a strizzare l’occhio a chi guarda e a risultare comunque entertaining, Capitalism: a love story si candida a bissare sul Lido il successo di Farenheit 9/11 a Cannes nel 2004.



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6 settembre 2009

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