A Patrice Chéreau l’onere e l’onore di rappresentare il primo film della Francia in concorso a Venezia. Persécution è un titolo che non potrebbe essere più azzeccato. L’ora e quaranta della durata del film risulta essere infatti una vera e propria persecuzione nei confronti dello spettatore, annoiato a morte dalla storia personale del protagonista che è ossessionato (o meglio sarebbe dire perseguitato) dall’idea che la sua donna non lo ami più e che, a sua volta, lui non sia pronto a provare alcun tipo di sentimento. In breve, la pellicola racconta la fine di un amore e la progressiva perdita di questo sentimento nell’umanità del ventunesimo secolo. Ciò che perseguita il protagonista è anche l’ossessione che un uomo, uno sconosciuto che, credendo di amarlo, ha per lui e il ricordo, amaro e doloroso, di un padre totalmente anaffettivo, il quale, alla morte della moglie, si è rifugiato in una casa di riposo senza più uscirvi. Chéreau propone un melodramma intimista che però non colpisce mai veramente al cuore. E questo non certo per una brutta interpretazione dei bravi interpreti, da Romain Duris a Jean-Hugues Anglade fino a Charlotte Gainsbourg, nel ruolo della fidanzata disinnamorata, ma soprattutto perché è la storia che latita. In fin dei conti della vicenda personale di Daniel, il protagonista, non importa poi molto. Il film non riesce nell’intento di divenire metaforico di un certo tipo di condizione umana che può essere comune a più persone. Per questo è indubbio che il film possa piacere a coloro che si possono riconoscere in uno dei personaggi, d’altronde chiunque ha avuto a che fare con i propri problemi sentimentali, ma senza un’immedesimazione nei caratteri di questa pellicola l’attenzione per questa storia che si svolge assai troppo lentamente – nonostante una durata alquanto normale per un lungometraggio – decade repentinamente, poco dopo l’inizio della proiezione. Il punto è proprio questo: in un film che basa tutto se stesso sulla sceneggiatura in primis e sulla capacità degli attori di lavorare su questo materiale, se mancano appunto le fondamenta sulle quali innalzare la costruzione, il castello cade miseramente. Trovandosi priva di una storia che possa rimanere in piedi e realizzata attraverso una messa in scena non certo fuori dall’ordinario ma almeno attenta a focalizzare la sua attenzione sui personaggi, la pellicola fallisce nel suo intento a piene mani. Per certi versi è un peccato perché, probabilmente, le aspettative risultavano più alte sebbene, forse, si sarebbe potuto prevedere che il film si sarebbe rivelato per ciò che in effetti è, un melodramma quasi insopportabile. D’altra parte, ultimamente, certo cinema francese risente di questa “malattia”. Tra qualche giorno, sulla passerella è atteso Jacques Rivette con il secondo film francese in concorso. Confidiamo che il venerato maestro porti qualcosa di meglio sul Lido ma, è lecito chiedersi, anche in questa circostanza dovremmo, per caso, essere perseguitati da una qualche sorta di dubbio preventivo?
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Un Commento
dopo una recensione così, lo vado a vede di sicuro… Concordo sulla tendenza pugnettara di tanti film francesi.