Sopresa! Il primo dei due film ignoti in concorso a questa sessantaseiesima edizioni della Mostra di Venezia è, di nuovo, di Werner Herzog! E possibilmente con un film ancora migliore di quello già precedentemente annunciato. Il titolo della sua seconda opera in competizione è My son, my son, what have ye done e nelle intenzioni del regista vorrebbe essere una specie di film dell’orrore privo però del sangue, della motosega e di tutti gli orrori esplicitamente visivi. In effetti un sentimento di apprensione – ma certamente non possiamo parlare di paura, come potrebbe provocare un horror – questa pellicola la trasmette nello spettatore. La vicenda narra la storia di un ragazzo, succube di una madre dalla quale non riesce a staccarsi, finisce per ucciderla rendendo reale il finale della tragedia greca nella quale stava recitando, nella quale Oreste, uccide la madre per vendicare il padre morto. In questo scambio tra l’arte e la vita reale, altre cose appaiono poco chiare nella vita del ragazzo: un viaggio in Perù assieme agli amici del rafting dal quale solo lui tornerà vivo perché a suo dire la voce di Dio l’avrebbe fermato prima di immergersi in acqua, una strana passione per i volatili, specialmente per gli struzzi e i fenicotteri, veri e propri animali feticcio, presenti ovunque tra le mura della sua casa, anche in penne ed ossa, l’idea di aver visto il volto di Dio su una scatola di cereali e la sua volontà di divenire musulmano e per questo farsi chiamare Farouk. Il plot è narrato attraverso dei lunghi flashback introdotti dal racconto della ragazza del protagonista e dal regista dello spettacolo teatrale, entrambi accorsi alla sua abitazione, dove si è barricato, in seguito a una sua precisa richiesta d’aiuto. La polizia è già sul luogo e i due raccontano la loro vicenda a un detective che sta cercando di risolvere quella brutta situazione. Nell’ora e mezza del film veniamo a scoprire come si sono svolti i fatti che hanno portato a quella faccenda senza però comprendere il perché di quel gesto e come la pazzia del ragazzo si sia manifestata e perché. Ci è dato sapere che una delle sue ossessioni è quella del punto di vista, dell’essere osservato e del non capirne il motivo. Che vi siano dei punti non del tutto spiegabili nella vicenda non risulta essere un problema anche perché il film, lavorando sia sul carattere dei protagonisti, sia sugli ambienti nei quali essi si muovono, riesce perfettamente nell’intento che il regista si era prefissato. Inoltre, sapere che il film è stato prodotto da David Lynch, di certo aiuta nel comprendere come la storia possa permettersi di non essere del tutto logica o esplicata. Herzog si muove utilizzando il flashback secondo la migliore tradizione in questo genere di film che presentano un evento che deve essere spiegato. Questo stile di racconto gli permette di scoprire piano, piano le sue carte, sebbene attenendosi sempre a una diegesi del tutto lineare, risultando sempre, quindi, assai chiaro e mai nascosto nel rivelare la vicenda del protagonista. A volte durante la proiezione si è percepita la sensazione di trovarsi di fronte a uno dei thriller, se così li vogliamo chiamare, firmati da Woody Allen, ovvero con la giusta distanza tra l’autore e la propria storia, la macchina da presa e i personaggi, tra ciò che deve essere detto e quello che non deve essere detto. Ma anche la tradizione trova posto in questo film. La ricostruzione dei fatti non può che rimandare al Rashomon di Kurosawa e a tutte quelle pellicole nate come variazione sul canone.
Un film bene accolto dalla platea dei giornalisti – nonostante qualche sparuto fischio si sia sentito – ma sicuramente una vera e inaspettata sorpresa che ha lasciato tutti a bocca aperta vista la presentazione, oggi stesso, di Bad liutenant: port of call New Orleans il primo film del regista in competizione quest’anno. Erano anni che a Venezia un autore non veniva invitato in concorso con ben due film. Ora non resta che aspettare il dieci Settembre per conoscere l’identità del secondo film ancora senza titolo. Un Herzog numero tre forse potremmo escluderlo!
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Un Commento
Va bene, ma non è più quello dei miei tempi