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Lei Wangzi

di Yonfan
Taiwan 2009

di Enrico Vannucci

Film tratto da una storia vera questo Lei Wangzi (Prince of tears), il Principe delle lacrime, di Yonfan. Narra di una storia realmente accaduta a Taiwan, durante l’epoca del “terrore bianco”, nella quale la paura del comunismo, e dell’invasione da parte della Cina maoista, era così alta che coloro che venivano anche solo sospettati di essere simpatizzanti rossi venivano mandati al patibolo. Migliaia di persone morirono o furono internate e scomparirono durante del quadriennio. Lei Wangzi racconta la storia di una famiglia – formata da un padre, pilota militare di caccia, sua moglie e le loro due figlie – e del fratello del capofamiglia, funzionario dell’esercito taiwanese, nonché della moglie del generale della base e di sua figlia, la migliore amica della figlia più giovane della coppia. Tra di loro si intersecheranno relazioni, a partire da quella tra le bambine, che cambieranno la loro vita, sconvolgendola. Relazioni anche nascoste. Sono infatti dei segreti quelli che alla fine della pellicola verranno rivelati. Ed è qui forse la più grande pecca del film, che dopo quasi due ore di ritmi lenti quasi fino allo sfinimento, si anima, almeno nell’attenzione, non certo nell’azione, verso il finale quando diversi segreti verranno rivelati. Attenzione, Lei Wangzi, proprio per il suo finale, non è una pellicola da scartare a priori, ma proprio perché solo verso la fine l’attenzione dello spettatore si rianima dal torpore nella quale era caduta da diverso tempo, questo non fa esprimere a chi scrive una piena soddisfazione. Sicuramente ci troviamo di fronte a un film orientale, e non per i tempi che mette in gioco, quanto, piuttosto, per un’estetica visiva decisamente particolare e ricercata. Sicuramente bella da vedere, forse un po’ barocca, la messa in scena indugia su paesaggi fotogenici che fanno da cornice a questa storia. Per certi versi, il paesaggio quasi paradisiaco, pare celare il mondo infernale nei quali i protagonisti vivono che, sebbene non sia mai esplicitato nella sua negatività, questa appare evidente per come la storia si svolge. Il terrore regna sovrano tra gli abitanti della basa, spaventati dall’idea di essere riconosciuti come comunisti. Ma tutto questo non traspare, il conformismo alla società taiwanese, rimodellata su quella statunitense, è così forte che tutto continua ad apparire come se fosse normale, per non dire perfetto. Il film non appare una denuncia ma piuttosto un modo per non dimenticare ciò che è successo più di cinquant’anni fa in quella zona del mondo, ancora oggi in diatriba con la Cina per la propria sovranità.

Il film di Yonfansi trovandosi nella categoria di Venezia 66 è in corsa per il Leone d’oro. Sinceramente non me lo aspetterei come vincitore finale, ma essendo Ang Lee il presidente di giuria potrebbe accadere anche questo – più perché vicino a questo tipo di tematica che altro vista la sua orgine – però non credo che per quanto visto un riconoscimento alla regia potrebbe essergli assegnato, così come quello per le migliori protagoniste. Infatti le bambine, per larga parte sul “fronte del palco”, recitano in modo così credibile che pare, vista anche la tendenza per certi versi barocca della messa in scena, di esserci imbattuti nel Tornatore taiwanese.



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4 settembre 2009

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