La strada è quella di un’umanità in disgrazia, un’umanità ridotta nuovamente a uno stato semi barbarico, nella quale la lotta per la sopravvivenza è l’unica cosa che realmente conta sul serio. Il cibo è la prima preoccupazione, la seconda sono le bande girovaghe che si muovono alla caccia di persone per sfamarsi, il cannibalismo è diventato per molti una necessità vista la scomparsa di ogni specie animale. Una necessità ma non per tutti, come i due protagonisti della storia, un padre (Viggo Mortensen) e un figlio (Smit McPhee) che si muovono trascinando con loro un carretto verso Sud, verso la costa e il mare, nella speranza di trovare là refrigerio dai gelidi inverni di una terra che lentamente sta morendo. Incendi, temporali, terremoti sono all’ordine del giorno da tempo immemore ormai, calamità che hanno distrutto e annientato la razza umana per come la conosciamo. Questa è solo la premessa di una storia che racconta la dura entrata nel mondo degli adulti del più giovane protagonista. Il film, per la regia di John Hillcoat, è tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Cormac McCarthy, già premiato nel 2007 con il Pulitzer. La pellicola ha il pregio di replicare le atmosfere intimiste e cariche di solitudine dell’opera originale senza farsi troppo prendere la mano da un facile voglia di aumentare l’azione e moltiplicare gli accadimenti secondo una certa scuola di adattamento cinematografico. Ne risulta dunque un film ben focalizzato principalmente sulle espressioni dei protagonisti e sulla voce interiore del padre che guida il figlio verso una salvezza che appare più che una certezza, un miraggio. Pur sempre un sogno da coltivare per non abbandonare la lotta per la sopravvivenza, così come ha fatto la moglie e la madre del bambino (Charlize Theron) che, non sopportando più il peso di una esistenza di quel tipo (una vera e propria non esistenza per persone abituate al nostro tenore di vita), ha deciso, una notte, di abbandonarli e inoltrarsi nel buio alla ricerca della propria fine. Sogni, appunto, credenze, supportate anche dalle domande che il bambino si pone e pone al padre per darsi coraggio: “Noi siamo i buoni vero?”. La risposta del genitore è sempre affermativa ma forse, non è così. Quella (non) condizione umana che si sono entrambi ritrovati a vivere gli sta rendendo sempre più simili a coloro dai quali rifuggono, i cannibali. E’ un viaggio dunque anche dentro sé stessi, verso quel lato animale che millenni di società ci hanno fatto dimenticare. E’ accettabile uccidere qualcuno per difesa personale e della nostra prole? Si è ancora moralmente buoni a comportarsi secondo questo schema “naturale”? Oppure, forse, saltata la società anche gli schemi divengono inutili? Sapere che siamo dalla parte dei buoni è solo un miraggio o un ricordo di un qualcosa che è andato perduto per sempre, un modo per tenere viva la speranza che qualcosa di buono – come altri bambini che vogliano giocare con noi – ci aspetterà all’arrivo dell’infinita peregrinazione. D’altra parte il comportamento del padre dimostra come anche coloro che si credono buoni, in fondo, finiscono per agire – se non esattamente come coloro che definiscono cattivi – in modo da compromettere la loro stessa vita.
The Road è in fin dei conti un buon film, una pellicola che prende lo spettatore dall’inizio alla fine, nonostante i suoi tempi, certamente, non da film d’azione.
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2 Commenti
volevo banalmente dire che per ora non si sono viste donne meravigliose al lido. belle sì, ma incantevoli no.
Commento tecnico, eh?
Purtroppo tempo per vedere le donne se ne ha poco (nullo!). Purtroppo. Comunque c’è Eva Mendes, il 4 è in passerella per il film di Herzog.