Se Maselli aveva intenzione di denunciare i suoi coetanei intellettuali di sinistra per il loro imborghesimento e il loro abbandono del contatto con il mondo e soprattutto la sua componente giovanile, beh, aveva, a parere di chi scrive, due migliori possibilità: la prima è scrivere un saggio sull’argomento, la seconda è rinunciare alla realizzazione di questo film. Non possiamo parlare di pellicola bruciata invano perché il film, a parte nel suo supporto di proiezione, è stato girato in digitale come si nota assai bene, troppo bene, ma certamente dispiace che un regista, una volta, bravo come Citto Maselli, si ostini a dilungare una vita cinematografica nella quale non ha molto altro da offrire. Ma questo, purtroppo, è un male comune di tutto il cinema italiano. Da Monicelli a Scola, negli ultimi anni se ne sono viste di opere a firma dei “grandi maestri” del nostro cinema, sinceramente inguardabili. Le ombre rosse, purtroppo, ne entra a far parte di diritto. Dobbiamo chiederci perché Rai Cinema, Cattleya e 01 Distribution abbiano voluto investire dei soldi in un progetto come questo e non finanziare qualche altro più giovane, certo, ma forse con qualcosa di più interessante da raccontare per immagini e con più stile dell’ormai svuotato Citto. Non che i giovani registi fino a qui prodotti nel nostro paese abbiano dimostrato chissà quali capacità, ma questo è un discorso che potremmo affrontare in un qualche altro articolo. E’ tragico, per non dire di peggio, osservare come un film che si vuole porre come denuncia del fatto che una generazione di uomini di sinistra – i Sessantottini ma anche quelli che la guerra l’avevano combattuta tra le file dei partigiani – si è miserabilmente imborghesita e classizzata – diventando una casta che osserva tutti dall’alto verso il basso, animata da un finto interesse che invece cela soltanto il più puro menefreghismo – questo stesso film, appunto, diventi il simbolo, nel suo stesso campo della tematica di cui parla. Le ombre rosse non è certamente migliore dei personaggi che lo vivono. Il lungometraggio diviene infatti un simbolo della gerontocrazia che egli stesso denuncia e che viene perpetuata in Italia non solo in ambito cinematografico. Ecco il motivo della proposta di chi scrive rivolta al vecchio regista. Probabilmente si dovrebbe comprendere che non si è eterni, che anche il talento può scomparire e, forse, sarebbe anche ora di capire come la gioventù in Italia non sia da considerarsi solo ed esclusivamente sfortunata e di sinistra oppure svenduta e di destra. I luoghi comuni non solo lasciano il tempo che trovano da sempre, ma, al contempo, dovrebbero trovare poco spazio in una cinematografia come la nostra che dovrebbe sperare in un serio rinnovamento e una vera e propria rivoluzione culturale e territoriale, allontanandosi da quel cancro che Roma è diventata, non solo a livello politico ma anche cinematografico (o cinematografaro) e, in maniera particolare, culturalmente, grazie ai giochi dei soliti noti. Ma questo, forse, è veramente troppo utopistico anche soltanto sperarlo. Come la presenza in sala durante la prima del film assieme al regista, il cast e i produttori, dell’ex ministro della Cultura – al tempo del finanziamento del film da parte dello Stato – Francesco Rutelli, dimostra pienamente.
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3 Commenti
Non c’è che dire: non ci sei andato leggero!
Peccato, il titolo era bellissimo.
Ma non vale nemmeno la pena di guardarlo giusto per poi mandarlo a quel paese, traendone le stesse conclusioni del recensore?
Sarebbe comunque una presa d’atto.
non ne vale veramente la pena, il recensore ha espresso in modo chiaro e puntuale ciò che è stato visto in sala… poi tutti sono liberi di vedere quello che vogliono ovviamente, ma personalmente non consiglio la visione di questo film…