Singolare è il minimo che si possa dire di questo film di animazione made in Sweden, Avete letto bene, è stato realizzato proprio in Svezia. E si vede. Non perché risulti poco piacevole, anzi, ma perché fin da subito appare chiaro che ci troviamo in un mondo completamente all’opposto di quello di un certo tipo di animazione made in USA, ad esempio, quella di Pixar, per intenderci meglio. E’ curioso infatti che proprio nell’edizione nella quale John Lasseter e tutto il team di registi dello studio controllato da Disney riceva il Leone d’Oro alla carriera, la Settimana della Critica decida di aprire le sue proiezioni con un film che è proprio all’opposto del mondo pixelato della casa della lampada rimbalzante. Metropia in fondo non è altro che la combinazione di due parole metro e utopia, sebbene in realtà dovremmo parlare di distopia. Infatti la vicenda è ambientata in un futuro prossimo venturo nel quale una gigantesca multinazionale la Traxxx – autrice del sistema metropolitano europeo, una rivoluzionaria tecnologia sotterranea che permette di connettere le maggiori città europee proprio come se queste facessero parte di un’unica underground di una qualsiasi metropoli odierna – di fatto controlla il mondo secondo le sue volontà, sostituendosi in tutto e per tutto al governo e controllando i cittadini, anche leggendo nei loro pensieri grazie a uno shampoo, confezionato da una delle sue controllate, che in realtà è una sostanza organica che funge da trasmettitore dei pensieri delle persone che ne fanno uso e che scorrendo in tutta la rete metropolitana le mette in contatto con il proprio “io interiore” un funzionario addetto al loro controllo. La storia progredisce secondo lo schema del thriller e vede come protagonista un cittadino qualunque, già animato da teorie cospiratorie, che viene invischiato in qualcosa più grande di lui. I colpi di scena, ovviamente non mancano, sebbene a livello di trama non abbiamo a che fare con niente che appaia come una novità in questo ambito. In effetti Metropia potrebbe essere considerato una delle tante declinazioni di 1984 di George Orwell, d’altronde abbiamo il Grande Fratello, dietrologia sulla politica e sulla globalizzazione odierna, paura del futuro (soprattutto di quello europeo ed europeista, che oggi, anche se chi scrive non crede a torto, ci viene presentato se non come radioso, di certo in modo assai positivo. Inoltre, volendo soltanto rifarci a precedenti cinematografici, il film richiama alla mente il bel THX 1138 – L’uomo che fuggì dal futuro di George Lucas, non solo per le televisioni usate non come oggetto voyeuristico ma, al contrario, per spiare nelle case e nella privacy degli altri, quanto, piuttosto, per l’incredibile somiglianza tra il protagonista di Metropia con quello lucasiano.
A livello scenico il lungometraggio deve molto, credo, a una certa estetica da videoclip sperimentale. E’ da leggere questa annotazione non in chiave negativa ma positiva. I personaggi così disegnati – con un corpo e una testa che appaiano scollegati, il primo più cartoonesco mentre la seconda più realistica, di tipo quasi fotografica, sebbene di dimensioni più grandi rispetto al resto e quindi sproporzionata – paiono richiamare un video come quello di Where’s your head at? di Basement Jaxx per la regia di Jean Elan. Tutto il resto, il mondo che li circonda, è formato da oggetti reali, dai pupazzi di Hello Kitty a quelli dei Pokemon, o da costruzioni realmente esistenti, ricostruite alla perfezione ma caratterizzate da elementi di quel distopico futuro, la Torre Eiffel con affissa una gigantesca insegna pubblicitaria che reclamizza lo shampoo al quale si è accennato. Certamente il risultato appare interessante e anche disorientante all’inizio. Come scritto in precedenza, singolare. Eppure nonostante tutto il film di Tarik Saleh – parlato in inglese, al cospetto della nazionalità e produzione scandinava, e che vede in Vincent Gallo, Juliette Lewis e Stellan Skarsgard gli attori che hanno donato la propria voce – non entusiasma più di tanto. Certo, non se ne può parlare nemmeno troppo male, ma in fin dei conti, lascia un po’ l’amaro in bocca su quello che, forse, avrebbe potuto essere. Sicuramente, dal punto di vista produttivo, un’opera che l’Europa, e ovviamente noi italiani in primis, necessiterebbe venisse supportata da altre di tale genere.
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