Tutto il Tornatore che c’è. Forse troppo. Il manierismo del regista arriva qui ai massimi livelli. Il manierismo e l’autocitazione. Baarìa non sarà un film bellissimo come lo ha definito il Premier Silvio Berlusconi – nonché finanziatore del film ma il suo giudizio, ha detto, è privo di secondi fini – ma di sicuro non dispiacerà a coloro che lo vedranno anche perché in fin dei conti lo spettatore si trova di fronte a una farsa in salsa siciliana di due ore e mezza nella quale i tanto sbandierati interpreti famosi – dalla Bellucci a Faletti, da Placido ad Aldo Baglio, solo per citarne alcuni – sono relegati al ruolo di comparsa con poche battute ciascuno. Tornatore confezione un’opera assai pretenziosa sotto tutti i punti di vista: a volte riuscendo nel suo intento a volte fallendo. Una delle più grandi pecche del film è la volontà di raccontare tanto, troppo, in così poco tempo. La storia infatti prende il via nel ventennio fascista e si conclude ai giorni nostri e all’interno di questo enorme lasso di tempo accadano così tanti eventi che coinvolgono non solo i protagonisti a livello personale ma anche la storia del nostro paese – almeno di quel pezzo di Sicilia – che comprimerli tutti in quel minutaggio – che, a rigor di logica, non sarebbe neanche poco – risulta quanto mai castrante. Eppure non è la Storia che deve essere presa come riferimento per questa pellicola. Tornatore infatti più che parlarci di noi stessi come nazione, prendendo come esempio una famiglia nata e vissuta a Bagheria attraverso diverse generazioni, continua a riflettere sul cinema e sulla sua consistenza. Un po’ come Tarantino, il suo orizzonte è puramente cinematografico. Non solo la settima arte è presente più volte all’interno del film ma il suo stesso cinema è citato. E’ per questo che Inglorious Basterds è più vicino di quanto non possa apparire a prima vista. Eppure, a confrontare i due lungometraggi non si può far altro che stare dalla parte di Tarantino e gettare il regista siculo giù dalla famosa torre. E non perché Baarìa sfiguri sotto il punto di vista filmico, anzi, credo che produzioni così, sia a livello tecnico sia sotto quello produttivo, dovrebbero essere fatte con maggior frequenza nel nostro paese ma perché il citazionismo tornatoriano rischia di diventare una brutta copia di sé stesso e di opere alle quali si ha la sensazione, forte, alle quali si sia ispirato: Novecento di Bertolucci su tutte. L’idea che vi sia la volontà di trasportare in terra siciliana l’epopea raccontata dal cineasta emiliano tanti anni fa pare assai evidente. Così come è evidente la sua matrice non realistica ma fantastica, soprattutto, nel finale quando, in una dei più classici schemi cinematografici, ecco che gli spazi tempo si fondono tutt’uno, come in una dissolvenza incrociata tutte le epoche toccate dal film, dal passato fino al presente si fondono in una. La dissolvenza d’altronde (almeno quella su nero) ha fatto da collante per tutta la durata della pellicola tra i vari episodi e i vari salti di tempo in avanti. Il cinema di Tornatore, il suo e quello che ha amato si mostra si fa palese, si rende celluloide: così ecco un attore che interpreta Lattuada che parla del suo film girato a Bagheria con Alberto Sordi o il figlio del protagonista che colleziona veri e propri fotogrammi delle pellicole che ama come dei santini oppure i filmati dei titoli di coda, vere e proprie memorie personali del regista e di altre persone che documentano la città in epoche passate. D’altronde si ha la sensazione di trovarci di fronte a un film sulla memoria. La memoria personale del regista e quella di altri, i componenti del paese, una memoria che si è fatta di celluloide per essere tramandata. Una memoria che, altrimenti, non avrebbe altro modo di perpetuarsi.
Per tutti i curiosi: la Bellucci si vede e ovviamente mostra il seno. D’altronde anche qui siamo all’autocitazionismo (Malena).
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Un Commento
non lo vado a vedere neanche per 10 euro