Numero 48, Autunno 2009 - UN NUMERO SPECIALE: con questa uscita
si chiude la prima parte della vita del "Sassolino" inteso come mensile,
mentre prosegue a pieno ritmo il portale "il Sassolino.net" (e comunque
non finirà qui!). A corredo di una mostra organizzata dalla Redazione,
ecco un numero speciale con tanti aneddoti, un racconto di Emilio
Rentocchini, il lavoro di Leo Turrini e tanto altro...Clicca sulla copertina per scaricare |
| SOLO UN PADRE, di Luca Lucini |
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| Scritto da Enrico Vannucci | |||
| martedì 16 dicembre 2008 | |||
BREVE SINOSSI: Lasciato solo a crescere la figlia neonata dopo la morte per parto di sua moglie, Carlo, dermatologo trentenne, prova a superare lo chock ripartendo da zero e ricostruendo la sua vita. L’incontro con una giovane ragazza francese lo aiuterà in questo e a fare i conti con il suo passato. Adatto a tutti.
Solo un padre è un’opera più unica che rara nel panorama cinematografico italiano degli ultimi anni. Da diverso tempo ormai – sono già passati vent’anni, o forse anche più – il nostro cinema ha imboccato, in maniera quasi univoca, quella strada impervia e difficile conosciuta come il cinema d’autore. Prodotti appartenenti a tale genere – se di genere possiamo realmente parlare – possono risultare di difficile interpretazione, soprattutto per la critica e, nello specifico, in maniera particolare quando il giudizio espresso vorrebbe essere non positivo. Si sa, il problema maggiore della politique des auteurs – una pratica che investe unicamente il campo della critica cinematografica – è senza ombra di dubbio la sua assolutizzazione: una difesa intransigente – senza se e senza ma – di qualsiasi opera prodotta dal regista oggetto di una nostra personalissima devozione particolare. Negli anni recenti, in più occasioni, sulle pagine di Segnocinema, Luca Bandirali e Enrico Terrone hanno rilevato molto bene come <<i più celebrati cineasti contemporanei tendessero a produrre opere sempre meno interessanti, i cui gravi problemi estetici venivano tuttavia ignorati o minimizzati da un sistema critico-giornalistico indifferente al testo filmico e succube del culto della personalità>>* . Il nocciolo della questione, specialmente in Italia, è esattamente questo. Intendiamoci, come i due redattori di Segnocinema hanno ben messo in evidenza, non solo il cinema nostrano (così come la nostra critica-giornalistica) soffre di questa malattia ma anche alcuni autori stranieri risentono dello stesso male. Se, come dicevo, la politique des auterurs portata all’estremo è una preoccupazione specifica dell’universo critico, la quasi totale prevalenza del cinema d’autore nel nostro paese è, sicuramente, una problematica del (e, per il) cinema italiano. Vent’anni, o più, di registi che si credono (e sono ritenuti) infallibili e inattaccabili perché rappresentano sullo schermo il proprio mondo personale e, per questo, indiscutibile e repellente verso qualsiasi tipo di obiezione di gusto, ha creato non pochi problemi allo sviluppo della nostra cinematografia. La sindrome dello sguardo rivolto verso il nostro ombelico – “nostro” nel senso di personale, in modo singolare, non nel senso più ampio di paese, di comunità – ha prodotto più danni che buoni film – dobbiamo essere franchi ed ammetterlo, esistono anche le pellicole d’autore brutte – costringendo la settima arte all’italiana a divenire un prodotto privo di visibilità oltre confine. E’ vero, negli ultimi anni qualcosa si è mosso: sarà perché sono apparsi registi capaci di guardare oltre loro stessi, sarà perché, finalmente, all’orizzonte sono apparse personalità abili nel trattare temi nostrani come archetipi universali (penso a Sorrentino) – una pratica che, da sempre, ha permesso a Hollywood di dominare in maniera incontrastata il mercato mondiale – ma gli eventi recenti (i premi riconosciuti a Cannes 2008 a Il Divo e a Gomorra, oppure la fresca nomination ai Golden Globes ottenuta da quest’ultimo) hanno permesso ai più – spesso esponenti politici – di decantare, sbagliando, la presunta salute e vitalità del prodotto italiano. La realtà è ben altra: complice anche un fallimentare sistema di finanziamento pubblico e la poca predisposizione al rischio d’impresa dei produttori che non si arrischiano a scommettere sulle nuove leve (a meno che non si tratti di figli e/o amici di famiglia) e a differenziare la produzione – riprendendo anche il filone dei generi, ambito nel quale siamo stati capaci di produrre negli anni eccellenti risultati – il cinema italiano si trova ancora oggi ingabbiato tra le maglie di un filone demenziale di estremo successo commerciale – come le classifiche natalizie ben sottolineano – e uno autoriale che solo in poche e rare occasioni – tra l’altro, spesso ma non sempre, quelle meno valide dal punto di vista qualitativo – ha prodotto incassi al botteghino. Solo un padre va oltre, scegliendo come oggetto del suo adattamento un libro di un autore straniero – Le avventure semiserie di un ragazzo padre di Nick Earls – operazione rara per la nostra produzione cinematografica (a differenza di quella televisiva, ben più avvezza a questa pratica), della quale si contano pochi precedenti – tra i quali il bel film di Petri La decima vittima, tratto dall’omonimo racconto di Scheckly, ma stiamo parlando del 1965. Forse, proprio l’origine letteraria permette a Lucini e alle sceneggiatrici di raccontare una storia tutto sommato triste intervallando scene drammatiche a riuscite azioni comiche infarcite di boutades, tutte quante recitate in maniera alquanto egregia e attenta, un pizzico sopra le righe. La capacità di scrittura, regia e recitazione traspare dallo schermo proprio nella perfetta alternanza tra il drammatico e il comico che ricorda, per certi versi, i grandi film italiani degli anni Cinquanta e Sessanta capaci di far convivere perfettamente due registri assai differenti nella stessa vicenda, pensiamo a La grande guerra di Monicelli, Tutti a casa di Comencini o Il sorpasso di Risi tra i più famosi e noti. Ridurre, però, Solo un padre al genere sarebbe riduttivo. Non ci troviamo di fronte a una commedia all’italiana come, al contempo, non possiamo parlare di film drammatico. La categoria più semplice fino ad ora applicata per definire una pellicola che sfugge all’inscatolamento in un genere ben definito è sempre stata quella “d’autore”, specie spuria per eccellenza. Ma anche in questo caso non saremmo nel giusto. Nonostante la presenza della frase ormai di rito “un film di” all’inizio dei titoli di testa, la pellicola in questione è tanto un film di Luca Lucini quanto di Giulia Calende e Maddalena Ravagli, le sceneggiatrici, o di Nick Earls, senza il quale niente sarebbe stato girato, tanto quanto di tutto il cast ben fornito d’attori e attrici. Non voglio qui riaprire una discussione, inutile peraltro, su a chi – tra coloro impegnati nella realizzazione – debba essere attribuita la paternità di un’opera cinematografica, discorso stantio, tanto più risolto negli anni Cinquanta con la vittoria delle idee dei critici dei Cahiers du Cinema, ma voglio solo sottolineare come sia difficile per un film del genere essere considerato appunto un film d’autore. Mi verrebbe più da definirla una pellicola generazionale oppure sociale, sicuramente transnazionale. Non avendo letto il libro di Earls non posso esprimere giudizi di merito sulla qualità dell’adattamento, sulla sua presunta o meno aderenza all’opera d’origine (anche se è noto come nel passaggio da un media a un altro una buona traduzione corrisponda quasi sempre a un buon tradimento del prodotto antecedente) ma proprio il fatto di avere una duplice natura, libraria e cinematografica, comporta anche una duplice nazionalità, australiana e italiana, che dona all’opera in quanto tale, a prescindere dalla sua natura mediale, quella transnazionalità di cui si parlava. Qualità dovuta a una rielaborazione di una realtà sociale che si confà non solo ad un unico paese ma, in questo caso, a due e che, perciò, riesce a divenire archetipica raccontando, attraverso le vicende di un singolo personaggio, Carlo (nel film) e Jon (nel libro), le vicessitudini di una generazione di trentenni che improvvisamente si devono scontrare con la vita dopo un’infanzia/adolescenza che sembrava infinita. Non solo la paternità diventa quindi un problema con il quale fare i conti ma anche l’amore, la scoperta di cosa sia il sentimento, e di cosa sia la vita, un’esistenza improvvisamente fuoriuscita dai binari che si credeva sarebbero stati percorsi senza intoppi fino a una meta in precedenza già ben definita. Deragliamento che non avviene solo nel momento in cui quella che sembra la donna della propria vita muore su un tavolo operatorio dando alla luce la propria figlia ma precedentemente quando si scopre che quella che sembra la donna della propria vita in realtà non lo è. La storica ragazza del liceo della quale ci si credeva innamorati e con la quale si era creduto di poter costruire un futuro non corrisponde più a quell’ideale d’amore che ci era sempre stato raccontato e istituzionalizzato dalla società, quello eterno, quello del “per sempre”. Solo un padre è un film franco, riflette sul modo di essere (o di non essere) di una generazione che è quella del cambiamento, quella vissuta prima e dopo la caduta del muro, prima e dopo la rivoluzione tecnologia del computer e di internet, prima e dopo la scomparsa delle ideologie e di tutte le certezze legate a esse. Una generazione che, in fin dei conti, si è perduta e che non riesce più a trovare una strada perché non ha mai avuto il senso di se stessa non riuscendo a definirsi. Lucini ci racconta questo, il percorso di autocoscienza dell’io del protagonista – e, di riflesso, di tutta la sua generazione – attraverso un montaggio che svela a poco a poco e in modo equilibrato e meticoloso ciò che si nasconde dietro al facile stereotipo che all’inizio ci appare essere messo in scena: un giovane marito ha perso sua moglie, la donna che amava più di tutte, e ora si sente solo e incapace di ricostruirsi un rapporto. Ma questa sua incapacità di relazione è data dal senso di colpa che lo attanaglia dal giorno della morte della moglie, sensazione che ha origine nell’atteggiamento privo di senso, quasi fanciullesco, che ha portato alla procreazione inaspettata e non voluta della propria figlia. Un gesto irrazionale che accomuna entrambi, uomo e donna, nato da questa mancanza di autocoscienza e conoscenza dell’età adulta che i trentenni di oggi hanno dovuto e devono subire a causa dei cambiamenti repentini con i quali sono convissuti e a causa della generazione dei loro padri e delle loro madri che ancora oggi non si rassegna a farsi da parte, non solo nel film (come dimostrano perfettamente i personaggi dei genitori di Carlo) ma anche nella vita reale (e qui gli esempi si sprecherebbero). La risposta a questa ricerca esistenziale che ci viene raccontata in fin dei conti sta tutta nel titolo. “Chi sono io? Solo un padre”. Il ritorno a un aspetto naturale come la paternità è un ritorno all’archetipo, un vecchia definizione necessaria per ripartire dopo gli sconvolgimenti degli ultimi anni convulsi, un riapprodo alle piccole cose. Un toccasana non solo per una generazione perduta ma anche per il cinema italiano, anch’esso non del tutto sicuro di sé e ancora smarrito.
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