|
Scritto da Daniele Dieci
|
|
lunedì 15 dicembre 2008 |
La legge del baratto. Una di quelle regole non scritte, ma che ormai è entrata a far parte del costume politico locale. Fautori di questa triste abitudine sono senza dubbio le liste civiche, capaci di un’autoriproduzione miracolosa nei mesi di poco precedenti la tornata elettorale. Una legge quella del baratto che cerca di togliere al voto del proprio elettore la libertà tanto agognata, rimettendo la volontà del singolo alla volontà di potere della lista stessa. Si fa la campagna elettorale, si cerca di raccogliere proseliti tra i cittadini, magari attraverso fini tecniche di convincimento politico che spesso vedono attingere a piene mani al pozzo dell’antipolitica, per poi andare a smerciare i voti raccolti in cambio di poltrone o ruoli di responsabilità, in quella che potrebbe diventare la parte politica vincente. Liste civiche che sradicate da questo malato e incancrenito sistema politico potrebbero davvero rappresentare quello che amiamo definire locale, una sorta di raccoglitore, di recipiente di esigenze edulcorate da qualsivoglia influenza politica,interessato solamente alla risoluzione di problematiche quotidiane. Una forma di aggregazionismo realmente “politico”, dove l’obiettivo non è la conquista di una fetta – piccola e grande che sia non importa – di potere a fronte della violenza sull’onestà dell’elettore. Tra cinque mesi si vota: nessuno dei due schieramenti sembra ad oggi avere la forza per sconfiggere l’avversario. Per questo, nell’ottica di un sempre più probabile ballottaggio, il ruolo di queste liste civiche risulterà essere poco meno che decisivo. Le promesse di indipendenza e di antipolitica rischiano in questo modo di essere soggiogate e violentate dalla legge del baratto, voti per poltrone. L’augurio è quello di non dover assistere ancora una volta a questo scempio; l’augurio è quello di non vedere, almeno per un attimo, il voto espresso dalla capacità critica degli elettori al servizio di chi è a caccia di uno scranno.
|