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A cena con Kiko Loureiro Stampa E-mail
Scritto da Francesco Martignoni   
domenica 30 settembre 2007

Uno dei più grandi chitarristi del mondo è passato di recente per le nostre terre.
Lasciando tracce musicali e non solo

Siamo tutti qui, seduti sul bordo della fontana che campeggia davanti al noto agriturismo modenese. Una dozzina di persone in tutto. Aspettiamo Kiko Loureiro, la chitarra che abbiamo cominciato ad ascoltare dieci anni fa. Lui arriva: capelli lunghi come nelle foto di copertina dei cd, giacca di pelle e un sorriso appena abbozzato ed imbarazzatissimo. Ma non dovevamo essere noi a sentirci un po’ a disagio? Insomma, in quanti si sono esaltati quando faceva piangere la sua Tagima arpeggiando le note di Carry on?
Ci sediamo a tavola e lui si distende un po’, assaggiando i primi piatti emiliani. Scattano automatiche le prime timorose domande: Kiko, quando hai preso in mano la prima chitarra? “Avevo undici anni – si esprime in ottimo italiano – ed era una chitarra acustica; la chitarra elettrica ho cominciato a suonarla a tredici anni”.
Arrivano le tigelle e il gnocco, Kiko mangia con gusto, ma allontana il lardo al grido di “infarto!”. Continua timidamente a illustrare i suoi primi passi nel mondo della musica: “Le prime ispirazioni mi sono state date da Jimi Hendrix, Randy Rhoads e Jimmy Page. Chi mi ha influenzato maggiormante durante i primi anni, però, è stato Eddie Van Halen”.
Loureiro è nato nel giugno del 1972 a Rio de Janeiro e a 16 anni suonava nei nightclub di San Paolo. All’età di 19 anni è entrato a fare parte come chitarrista solista degli Angra, uno dei più grandi gruppi metal del Sud America. Una band, rinomata per l’eccelso tasso tecnico, che nel giro di pochi anni ha riscosso un notevole successo anche in Europa, conquistandosi palcoscenici come il Gods of Metal.

Kiko Loureiro è stato ospite al MAF 2007
Kiko Loureiro beato alla chitarra (foto Martignoni)

In tanti vorrebbero conoscere le sue personali valutazioni a proposito di altri gruppi metal che lui ha incontrato proprio grazie alle numerose manifestazioni internazionali a cui ha partecipato. Non si apre molto su questo argomento: “Apprezzo molto i Blind Guardian – dice – sia dal punto di vista artistico, sia sul piano umano”. Tra un bicchiere di vino e l’altro, chiacchierando di musica, pallone, cibo e MAF, si lascia scappare anche qualche esternazione non proprio positiva rivolta ad altri mostri sacri del metal, i Manowar. Incalzato da alcuni presenti, strenui difensori della band in questione, preferisce non aggiungere nulla, ma si capisce che i rapporti tra loro non si possono proprio definire idilliaci.
Non ci sembra vero quello che sta accadendo quando Kiko, ormai completamente a suo agio, abbandona la manager e sale in macchina con noi alla volta del Temple Bar. Durante il tragitto ci parla dei suoi viaggi e dei tour che lo conducono in ogni angolo della Terra. Non sei un po’ stanco di vagabondare? “No – risponde deciso – portare la mia musica in giro per il mondo è la mia vita” e conclude: “Tra settembre ed ottobre sarò in Asia per presentare Universo Inverso, il mio ultimo lavoro solista”.
È molto tardi, il Temple è quasi deserto, si scatta qualche fotografia, si beve birra e rum; dopo pochi minuti compare magicamente una chitarra: qualcuno comincia timidamente a suonare, fino a che lo strumento non scivola tra le braccia di Kiko. Il timido sorriso dell’artista brasiliano si allarga. Sui classici degli Angra c’è chi stenta a trattenere l’emozione. Le dita della mano sinistra danzano sulla tastiera, a destra pizzicano le corde: velocissime, pulite, nitide. Ai pochi fortunatissimi presenti regala mezz’ora di accordi e assoli che non verranno registrati da nessuno. Nessuno farà una recensione. Nessuno li potrà riascoltare. Un piccolo, inestimabile tesoro che verrà gelosamente custodito dai grandi pioppi del Parco Ducale.
Buonanotte Kiko.

 

 



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