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	<title>All&#039;ombra della Palma &#187; – En Compétition</title>
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	<description>ilSassolino.net al Festival di Cannes</description>
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		<title>Bir zamanlar Anadolu&#8217;da</title>
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		<pubDate>Sat, 21 May 2011 21:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[– En Compétition]]></category>

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		<description><![CDATA[di Nuri Bilge Ceylan
Turchia 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ceylan ha la sfortuna &#8211; come Winding Refn &#8211; di trovarsi in competizione a Cannes nell&#8217;anno del capolavoro di Malick al quale, indubbiamente, non può che andare la Palma d&#8217;Oro per l&#8217;opera impressionante che ha realizzato. Peccato per il regista turco perché questo Once upon a time in Anatolia &#8211; questo il titolo internazionale della pellicola &#8211; è davvero un ottimo prodotto, da festival ma pur sempre ottimo prodotto. Non è il classico film che sbancherebbe i botteghini di mezzo mondo, tantomeno quelli nostrani, nonostante il titolo dal sapore di Spaghetti Western possa invogliare a crederlo. All&#8217;apparenza un film di quel genere il regista turco lo realizza. Con tempi dilatati, infiniti, mettendo in scena situazioni del tutto prive di ritmo frenetico. Lunghissimi piani sequenza in cui i protagonisti parlano delle più futili cose. Prima di arrivare a capire l&#8217;argomento della questione, infatti, ci vuole un&#8217;ora abbondante. Ci troviamo in mezzo alla steppa di questa regione della Turchia dove un gruppo di macchine solca la strada notturna. Al loro interno dei presunti colpevoli di un crimine di omicidio sono accompagnati da dei poliziotti alla ricerca del cadavere che è stato fatto sparire in mezzo a quel deserto. Il film in realtà non è né un western né un road movie ma un&#8217;opera intimista che indaga i rapporti tra le persone, in particolare tra il procuratore del distretto e il medico legale, e i loro segreti che, lentamente come è raccontata la vicenda, vengono a galla. Tutto ciò è fotografato in modo quasi perfetto. Il film risente di un&#8217;atmosfera notturna che lo rende claustrofobico, una scatola nera nella quale si nascondono i segreti indicibili dei personaggi. Scatola che viene scoperchiata quando arriva improvvisamente il giorno ad illuminare tutto ciò che il non detto ha fin lì celato. Bir zamanlar Anadolu&#8217;da è un film complesso, che richiede un&#8217;intensa attenzione da parte dello spettatore, un po&#8217; come i film di Antonioni, che in parte richiama. Soprattutto per questo suo indagare lo spazio e i personaggi, senza mai svelarli troppo, ma rimanendo sempre in un limbo ambiguo che il buio della notte &#8211; e il modo in cui il regista ha deciso di fotografarlo &#8211; ce lo rende oscuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo ben tre premi già vinti qui sulla Croisette, Ceylan si appresta a candidarsi come uno di quelli che non tornerà a casa a mani vuote. In effetti se lo meriterebbe. Lo vedremo in Italia? Speriamo! Anche se, nel caso accada, non aspettatevi il circuito principale.</p>
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		<title>Drive</title>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2011 21:36:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[– En Compétition]]></category>

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		<description><![CDATA[di Nicolas Winding Refn
Danimarca, Stati Uniti 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Indubbiamente il film che mi ha entusiasmato di più di tutti è questo Drive di Nicolas Winding Refn che, ancora di più, si dimostra come un grande regista, uno dei migliori &#8220;nuovi&#8221; autori di tutto il panorama mondiale. Peccato davvero che si trovi in competizione con l&#8217;inscalfibile Terrence Malick ma Drive meriterebbe un riconoscimento davvero importante, se non più di uno. Tre sono infatti gli aspetti che spiccano sugli altri: la sceneggiatura, la regia e l&#8217;interpretazione senza eguali di Ryan Gosling, il quale una nomination sia ai Golden Globes sia agli Oscar se la dovrebbe essere guadagnata &#8211; almeno che qualcuno dalle parti di Hollywood non sia veramente miope.</p>
<p style="text-align: justify;">Il film è davvero magnifico a partire dalla storia che racconta. Questa infatti si immerge totalmente nel genere per poi, sul più bello, sovvertirne le regole. Ci si aspetterebbe una vicenda in cui il protagonista, il classico eroe taciturno, agisca per portare a termine la propria missione, invece ciò che sceglie è proprio il suo opposto, l&#8217;inazione. Invece dello scontro lo stunt-man dalla doppia vita &#8211; di giorno occupato nelle lavorazioni dei film, la notte guidatore spericolato per piccoli ladruncoli che svaligiano banche &#8211; sceglie di aiutare il proprio antagonista, almeno dal punto di vista sentimentale. Dove la maggior parte dei registi di Hollywood avrebbe trovato terreno fertile per fare attecchire i classici semi di una storia vista e rivista, Refn decide di deostruire del tutto il genere presentandoci una figura così atipica da renderla indubbiamente interessante.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò ancor di più quando l&#8217;atmosfera e l&#8217;estetica scelte dal regista danese si richiamano espressamente invece a quei film di genere così molto in voga negli anni ottanta. Che lo stile sia quello di un cinema americano durante gli anni di Reagan si capisce fin dai titoli di testa: le scritte che richiamano Cocktail con Tom Cruise e soprattuto la colonna sonora non lasciano dubbi su quale sia l&#8217;orizzonte filmico al quale ci si sta guardando e prendendo come riferimento. Ma il regista non si accontenta di riproporre un immaginario tale e quale e, giustamente, decide di aggiornarlo secondo canoni che sono totalmente opposti alla frenesia che caratterizza il mondo moderno. Il protagonista, con la sua calma placida, è un outsider a prescindere. Pare essere troppo lento per il mondo in cui vive e ciò pare procurarli uno svantaggio. Tutti, in fin dei conti, lo considerano un looser, uno sfigato perché manca totalmente degli atteggiamenti da duro. Ma questa è solo una maschera perché, ed è impressionante come la pellicola si animi in un secondo, quando il pericolo gli è addosso lo stunt-man si dimostra un vero duro. Forse anche troppo. A metà film infatti, del tutto inaspettatamente, si scatena una violenza che visivamente ci richiama le peggiori (o forae le migliori) pellicole  splatter e nel gore  della storia del cinema. Una violenza che lascia lo spettatore basito ma affascinato da ciò che gli si dipana davanti agli occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">Gosling in tutto questo sforna una prova da grande attore. Di certo il personaggio non è di facile interpretazione perché molto introverso, tutto richiuso verso l&#8217;interno, nascosto agli altri protagonisti e per questo agli spettatori. L&#8217;attore è bravo a comunicare solo con un volto quasi del tutto privo di espressioni facciali, imperscrutabile. Una prova che gli varrebbe un premio qui sulla Croisette come minimo e, come già accennato in precedenza, una nomination sia ai Golden Globes sia agli Oscar.</p>
<p style="text-align: justify;">Di sicuro lo vedremo in Italia. Perché un film così non può che piacere. Se il passaparola lo aiuta si può tramutare in una delle sorprese al botteghino italiano di quest&#8217;anno. Io ci credo molto.</p>
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		<title>Ichimei</title>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2011 18:27:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[– En Compétition]]></category>

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		<description><![CDATA[di Takashi Miike
Giappone 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo la presenza a Venezia con 13 Assassini, Miike torna a un Festival con un nuovo film, questa volta in 3D. Wow, che figata! No, non proprio. Uno da una storia di samurai girata da uno con il pedigree del regista giapponese si aspetterebbe duelli, sangue, spade, sangue, morti, sangue, sangue, sangue. Invece no. Un pippone di poco più di due ore in cui non succede assolutamente nulla tranne che la solita riflessione &#8211; diciamo così? &#8211; sul codice di onore dei samurai.</p>
<p style="text-align: justify;">A parte che a uno gli verrebbe da domandare al regista e alla produzione come mai abbiano deciso di girare la pellicola in 3D se questo non aggiunge minimamente nulla a nessun aspetto, né alla narrazione, né agli effetti speciali. Il film infatti rimane per la maggior parte del tutto statico e lento.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c&#8217;è dubbio che questo titolo sia una delle grosse delusioni di Cannes. Le aspettative, sebbene io non sia particolarmente un fan di Miike, che si nutrivano nei suoi confronti, anche vista la prova interessante di 13 Assassini solo qualche mese or sono, sono state tutte rovesciate da un film che non lascia proprio nessuna emozione se non una voglia di appisolarsi sulla seggiola del cinema. Evidentemente il Giappone non è stato troppo fortunato con la scelta dei selezionatori per ciò che riguarda il concorso. E&#8217; facile pensare che la volontà di inserire in competizione per la Palma d&#8217;Oro sia Miike che la Kawase sia dovuta unicamente al nome &#8220;importante&#8221; che i due autori si trascinano con loro. Questa edizione di Cannes ci ricorda ancora una volta come non sempre  il cognome basta per poter realizzare delle pellicole degne di nota.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante tutto è facile che una distribuzione questo Ichimei la trovi anche da noi dove il film precedente del regista sta per essere portato sul grande schermo durante il periodo estivo, quando, in teoria, la gente, anche quella che va al cinema, trova di meglio da fare.</p>
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		<title>This must be the place</title>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2011 10:39:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[– En Compétition]]></category>

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		<description><![CDATA[di Paolo Sorrentino
Italia/Iralnda/Francia 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se Sofia Coppola ha vinto la Mostra di Venezia con il suo film meno riuscito per quale motivo Paolo Sorrentino non dovrebbe vincere Cannes con questo <em>This must be the place</em>? Ciò non significa che l&#8217;ultima opera del regista campano non sia valida, anzi la pellicola è molto bella sebbene, quasi certamente, non sia la sua migliore. Ma poiché eventi come questo seguono logiche alquanto strane, potrebbe avere più chances de <em>Il Divo</em> di portarsi a casa la Palma d&#8217;Oro.</p>
<p style="text-align: justify;">Scritto con Umberto Contarello, narra la storia di Cheyenne, una rockstar  new wave/goth famosa durante gli anni Ottanta, ora caduta del dimenticatoio, che se ne vive a Dublino con la moglie in una villa immensa e praticamente deserta, scimmiottando sé stesso, ancora conciato come i tempi d&#8217;oro &#8211; Penn ricorda indubbiamente nell&#8217;aspetto Robert Smith di The Cure e nell&#8217;atteggiamento, la voce e il modo di trascinarsi in giro, non lo definirei certamente camminare,  Ozzy Osbourne. In seguito alla morte del padre, deportato in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo il suo funerale a New York, il musicista si mette sulle tracce di un nazista a cui il padre aveva dato la caccia invano tutta la vita perché era stato uno dei suoi aguzzini in Germania. Seguendo i diari e gli scritti lasciati dal proprio genitore Cheyenne si avvia lungo un viaggio nell&#8217;America più rurale che non solo lo porterà a trovare quello che cerca ma soprattutto se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene Sorrentino sia un regista che deve molto a un certo tipo di cinema made in USA già per sua natura, questo <em>This must be the place</em> è sicuramente il più americano dei suoi film. Non solo perché è girato per la maggiorparte  oltreoceano e parlato tutto in inglese quanto per il tipo di storia che narra. Il tema del viaggio alla ricerca di qualcosa o qualcuno &#8211; metafora di un&#8217;altro tipo di viaggio, corrispettivo, dentro il proprio io più nascosto &#8211; è un classico archetipo che buona parte di Hollywood ha utilizzato spesso nel tempo e la spina dorsale della pellicola si basa proprio su questo. Un tema d&#8217;altra parte non nuovo nemmeno per Contarello &#8211; molte sue sceneggiature infatti lo ripresentano &#8211; ma quasi una novità per Sorrentino i cui film precedenti mostravano una &#8220;sedentarietà&#8221; maggiore e nei quali i personaggi sembravano quasi ingabbiati dagli spazi che abitavano e vivevano. Cheyenne stesso si trova rinchiuso nella sua immensa e vuota casa o nel centro commerciale di Dublino che frequenta ma quando arriva negli Stati Uniti la sua sedentarietà lascia il posto a un movimento continuo &#8211; ottima l&#8217;idea di accompagnare il personaggio di Penn sempre da un oggetto che si trascina, un carrello della spesa oppure un trolley. Vi è un cambiamento di prospettiva perché il film a un certo punto  ha un svolta decisa e diviene un vero e proprio road movie. In effetti si sente una differenza netta nella narrazione tra l&#8217;Irlanda e gli Stati Uniti, una discrepanza che fa quasi percepire allo spettatore la sensazione di trovarsi di fronte a due film diversi: uno più intimista, la prima parte, e uno più archetipico, appunto, la seconda. Inoltre alcune immagini poi sono degli omaggi veri e propri a uno dei registi americani, Tarantino, preferiti dal nostro, primo fra tutti il dettaglio di un piede a cui vengono colorate le unghie.</p>
<p style="text-align: justify;">A livello registico sempre il solito Sorrentino: carrelli, dolly, steady-cam. La scena visivamente più bella è senza dubbio quella del concerto di David Byrne &#8211; anche autore delle musiche del film &#8211; un piano sequenza lungo quanto la canzone che viene cantata sul palco e che presenta una coordinazione perfetta tra i movimenti di camera &#8211; un carrello all&#8217;indietro con dolly &#8211; e il movimento in verticale e orrizzontale di una parte del palcoscenico stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;unica nota negativa è che per vederlo in Italia toccherà aspettare il 14 Ottobre quando Medusa, distributrice e co-produttrice del film con Indigo e Lucky Red, ha deciso di distribuirlo. Peccato. Speriamo in un ripensamento in caso di vittoria di un premio importante.</p>
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		<title>Hanezu no tsuki</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 21:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[– En Compétition]]></category>

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		<description><![CDATA[di Naomi Kawase
Giappone 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se c&#8217;è una cosa che posso dire di questa pellicola della Kawase è che concilia il sonno come poche altre cose al mondo! Per fortuna dura solo novanta minuti e non di più. Di certo questa ultima fatica dell&#8217;artista Giapponese, qui alla terza apparizione sulla Croisette dopo una Camera d&#8217;Or nel 1997 e un Gran Premio della Giuria dieci anni dopo, è troppo intrensicamente legata al proprio paese per essere apprezzata &#8211; non dico capita &#8211; da uno spettatore occidentale. Certamente i cinefili e gli orientalisti la adoreranno e si chiederanno come non riesco a capire la bellezza e la complessità di una così piacevole opera d&#8217;arte, tacciandomi di insensibilità e di grettezza. Io, da parte mia, non posso far altro che ringraziare  di cuore l&#8217;artista per avermi fatto riappropriare di meravigliosi attimi di dormiveglia che la vita festivaliera mi costringe ogni anno a scordare.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto in breve la storia è ambientata nella regione di Asuka che è considerata il luogo in cui la patria giapponese è nata. In quei posti, in tempi antichi, le persone vivevano la loro esistenza secondo un canone del tutto dimenticato nel mondo presente, quello dell&#8217;attesa. Oggi, infatti, coloro che abitano il mondo, soprattuto quella terra d&#8217;oriente, paiono essersi scordati del tutto del concetto di attesa a scapito di una concezione di un futuro che è un eterno presente che, per di più, ognuno è libero di realizzare secondo il proprio volere. In tempi antichi invece gli abitanti di Asuka credevano che le montagne &#8211; che ancora oggi svettano immutate &#8211; fossero i luoghi in cui abitassero gli dei, esse stesse l&#8217;espressione del karma umano. I protagonisti della storia sono però due persone che abitano nel nostro presente, Takumi e Kayoko che si sono trovati ad essere gli eredi delle speranze non completate dei loro nonni e a vivere le vite di questi ultimi. Vivono, insomma, una storia che si protrae da un&#8217;età immemore, rappresentando le anime che hanno solcato quella terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora ditemi voi se una storia del genere non concili il sonno solo alla lettura della breve sinossi!</p>
<p style="text-align: justify;">Lo vedremo in Italia? Forse. Roba da Festival e per appassionati. Non aspettatevi inutili distribuzioni su grossa scala.</p>
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		<title>La piel que habito</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 20:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[– En Compétition]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pedro Almodovar
Spagna 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il nuovo Almodovar è in fin dei conti quello vecchio, degli esordi. E forse, di questo, dobbiamo rallegrarcene. Non che quello &#8220;di mezzo&#8221; sia in effetti un Almodovar insopportabile, anzi, il regista spagnolo è riuscito a realizzare grandi film nel suo periodo più drammatico, ma un cambio di direzione ogni tanto appare alquanto salutare. Come sempre è Cannes la meta preferita da Almodovar per presentare le sue nuove opere. Anche quest&#8217;anno non ha fatto eccezione. Il film ha portato una notevole &#8220;movida&#8221; tra tutti, anche gli addetti i lavori, vuoi forse per la presenza sulla Croisette del divo Antonio Banderas. Quest&#8217;ultimo è una delle prove di uno sguardo verso il passato, <em>La piel che habito</em> è infatti il primo lungometraggio che l&#8217;attore e il regista realizzano assieme da molti anni. La pellicola è appunto un ritorno al passato nel senso che riafforano per la prima volta da molto tempo dei toni più da commedia che non melodrammatici nella storia che Almodovar racconta. Sebbene non ci si trovi di fronte un&#8217;opera che rispecchi in modo fedele l&#8217;umore quasi giocoso dei suoi primi tentativi, il regista spagnolo reinserisce &#8211; finalmente? &#8211; elementi che rendono davvero divertente la visione della pellicola. Nonostante non tutto ricada appunto nel comico, molte situazioni e molti personaggi rispecchiano una dimensione farsesca che da troppo tempo era assente dalle storie del regista. Questi elementi, assieme alla presenza di temi un po&#8217; più smaccatamente drammatici, ci pone di fronte dunque a una nuova fase della carriera di Almodovar, una fase che ha il merito di riassumere entrambe le precedenti in una sola, sintetizzando la sua opera. Se questa durerà sarà solo il tempo a potercelo dire.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto in attesa di sapere se la giuria assegnerà una qualche menzione al film spagnolo, possiamo stare pur certo che ben presto la pellicola approderà nelle nostre sale e che probabilmente si rivelerà il solito successo di pubblico e di incassi.</p>
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		<title>Melancholia</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/cannes/2011/05/18/melancholia/</link>
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		<pubDate>Wed, 18 May 2011 10:15:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[– En Compétition]]></category>

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		<description><![CDATA[di Lars Von Trier
Danimarca/Norvegia 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Che fosse un megalomane lo si sapeva già. <em>Melancholia </em>non fa altro che confermarlo. L&#8217;ulitmo film di Lars Von Trier non è brutto però, forse, pecca un po&#8217; della troppa autostima del regista. I primi dieci minuti vogliono essere un&#8217;opera audiovisiva totale, una specie di Gesamtkunstwerk Wagneriana che però in fin dei conti risulta essere solo un The tree of life depotenziato da un&#8217;estetica che ricorda assai quella del videoclip. Chiusa l&#8217;overture inizia il film vero e proprio e il regista torna al suo classico stile fatto di macchina a mano costantemente fuori fuoco, o a fuoco sul punto dell&#8217;immagine meno significativo, e di un montaggio abbastanza serrato che procede per jump-cut. E la storia pure è stutturata secondo la sua idea di narrazione ad atti. Il primo incestrato su justine e il secondo su claire, le due sorelle protagoniste di tutta la vicenda. Manca l&#8217;epilogo ma appare alquanto ovvio visto che la pellicola si conclude con la distruzione del mondo da parte del pianeta Melancholia, da qui il titolo, che si schianta contro la Terra. Nessun spoiler a rivelare il finale anche perché è lo stesso Von Trier che lo fa vedere agli spettatori alla fine del prologo, che a tutti gli effetti appare poi in seguito come un sogno o una premonizione che Justine ha avuto sul fato del pianeta. Rifelttendo un attimo sull&#8217;epilogo si può ipotizzare che in realtà sia presente, sebbene non specificato visivamente, nei dieci secondi di buio e silenzio post-distruzione della Terra. D&#8217;altronde se tutta l&#8217;esistenza è stata annientata, è il pensiero di Von Trier che non crede minimamente nel trascendente, che senso avrebbe mostrare un prologo diverso da uno schermo nero e silenzioso?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Melancholia </em>si trova filosoficamente all&#8217;opposto di <em>The tree of life</em>.  Se Malick parla del trascendente che si fa immanente, Von Trier cancella lo spirituale per portare tutto al terreno, scollegandolo completamente da un possibile doppio celeste di qualsiasi tipo. Justine (Kirsten Dunst) &#8211; che chiaramente altro non è che il doppio del regista, nella seconda parte è addirittura vestita come lui &#8211; confida alla sorella Claire (Charlotte Gainsbourg) che la vita esiste solo sulla Terra e in nessuna altra parte dell&#8217;universo. Né Dio né extraterresti. Von Trier per dirci che la vita fa schifo e che l&#8217;umanità è ancora peggio cade però nel cliché. La prima parte, sicuramente la peggiore del film, è una fiera del già visto: matrimonio di Justine che sembra felice ma non lo è e che lo stesso giorno molla il marito, lo sposo appunto cornuto e tradito con il primo che capita in quello stesso giorno, la sorella che è sposata con un ricco che guarda solo alle apparenze, i genitori divorziati e la madre che detesta il matrimonio e la felicità delle persone, il padre un&#8217;anaffettivo all&#8217;ennesima potenza, il capo che le offre unapromozione ma che la sfrutta anche nel giorno del matrimonio e che lei odia profondamente e decide di mandare a quel paese, Insomma, una specie di Festen però del cliché. La seconda parte del film invece è tutta incentrata sul pianeta Melancholia che si muove nel cosmo e che secondo gli studiosi passerà solo vicino alla terra mentre per Justine e qualche altro &#8220;paranoico di internet&#8221; distruggerà il pianeta, cosa che appunto accade. Qui è Claire ad avere la maggior importanza e Von Trier ci racconta la sua paranoia e la paura della morte che la attanaglia e dalla quale non riesce a scappare fino all&#8217;invevitabile fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Come dicevo all&#8217;inizio il film non è in fin dei conti brutto, anche perché vi sono elementi che lo popolano che sono del tutto incongrui. Come per esempio la buca numero diciannove su un campo da golf quando questi hanno, da sempre, solo diciotto holes. Per questo meriterebbe di essere rivisto e studiato con calma. Opportunità che si ripresenterà in autunno da noi con tutta probabilità.</p>
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		<title>Le Havre</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 18:26:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[– En Compétition]]></category>

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		<description><![CDATA[di Aki Kaurismäki 
Finlandia, Francia 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le Havre di Aki Kaurismäki è uno dei film più interessanti visti quest&#8217;anno sulla Croisette. Il regista dopo quasi vent&#8217;anni da Vita da Boheme ne riprende il protagonista per immergerlo, questa volta, nella tranquilla cittadina della provincia francese. L&#8217;autore realizza una pellicola che, al solito, trasuda cinema da ogni poro. Il suo sguardo infatti non è indirizzato verso un reale del quale non rimane nulla sullo schermo, bensì verso la finzione cinematografica di un certo cinema, quello classico proveniente dall&#8217;Europa (e dalla Francia in particolare). Sebbene la storia tratti un tema caldo come il problema dell&#8217;immigrazione clandestina, Kaurismäki la declina in modo del tutto particolare. Non ricercando mai toni espressamente politici, il regista compone una vicenda -in fin dei conti triste come quella in cui Marcel Marx (il cui doppio riferimento  sia politico, ma soprattutto, sia cinefilo è ben più che evidente) si ritrova protagonista &#8211; secondo un canone farsesco. Ogni elemento del film, infatti, appare del tutto irreale a uno spettatore odierno, abituato a ben altro tipo di finzione, più spinta verso una &#8220;naturalità&#8221; che qui è del tutto assente. Le luci, i dialoghi, le situazioni, la recitazione, la messa in scena, ogni aspetto denota in modo del tutto evidente una finzione cinematografica spinta della quale il regista finlandese si è sempre fatto alfiere.</p>
<p style="text-align: justify;">Indubbiamente una delle pellicole che più meriterebbero un premio per come è stata realizzata. Considerando la Palma ormai fuori portata vista la presenza del film di Malick questo Le Havre meriterebbe un riconoscimento da parte della giuria. Ovviamente visto il nome dell&#8217;autore la pellicola sarà distribuita e visibile anche nel nostro paese al più presto. Ecco un film da segnarsi</p>
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		<title>L&#8217;Apollonide &#8211; Souvenirs de la maison close</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 18:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[– En Compétition]]></category>

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		<description><![CDATA[di Bertrand Bonello
Francia 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Io qui vado controcorrente. Lo dico subito: il film non mi è dispiaciuto. I più maligni di voi certamente affermeranno che ciò è dovuto esclusivamente alla presenza di pizzi e merletti, di vedo e non vedo, di reggicalze e reggipetti ma non è così. In fin dei conti Bonello non realizza un brutto lavoro. E non, appunto, perché narra la storia di un gruppo di prostitute alla fine dell&#8217;Ottocento in un bordello di Parigi, L&#8217;Apollonide del titolo. Intendiamoci, niente di trascendentale, questo è certo, non sarà un film del quale mi ricorderò da qui all&#8217;anno prossimo probabilmente però è vero anche che la pellicola non stanca ed intrattiene per tutta la sua durata. Insomma, si lascia vedere. E&#8217; vero che a questi livelli &#8211; selezione ufficiale in concorso a Cannes &#8211; ci si aspetterebbe di più dalle opere ma è pure vero che ci troviamo di fronte a due degli svariati casi tipici in cui è possibile classificare i lungometraggi che solitamente si riscontrano in ogni festival del cinema che si rispetti. Il primo è senza ombra di dubbio la nazionalità di L&#8217;Apollonide che a quella voce recita il nome Francia. Essendo un prodotto autoctono si tende a salvaguardarlo, anche se, come quasi nella totalità di questi casi, questo non è all&#8217;altezza dei concorrenti. Succede a Venezia, succede a Berlino e succede ovviamente anche a Cannes. Per fortuna questo non è il peggior film francese presente sulla Croisette e ciò si ricollega direttamente con il secondo caso di tipicità prima richiamato. E&#8217; un film che stacca la tensione. Le due ore di proiezioni sono utili per staccare la mente da ciò di &#8220;importante&#8221; che si è visto. Personalmente è uno dei generi di film che apprezzo maggiormente durante i festival, soprattutto quando ci sono troppe pellicole che richiedono un&#8217;attenzione pronunciata da parte dello spettatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel cast spiccano una serie di donne seriamente molto interessanti tra cui Noèmie Lvovsky, Hafsia Herzi, Adèle Haenel, Cèline Sallette e la nostra Jasmine Trinca. Proprio la presenza di quest&#8217;ultima potrebbe favorire una distribuzione del film anche in Italia. Sinceramente la pellicola se la meriterebbe sebbene non sono poi tanto così sicuro che avrebbe un successo commerciale, il quale potrebbe unicamente venire presentandolo come un lungometraggio oggetto di immagini scandalose &#8211; sebbene ciò non sia per nulla vero.</p>
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		<title>The tree of life</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 09:31:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[– En Compétition]]></category>

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		<description><![CDATA[di Terrence Malick
USA 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si può riassumere in una parola: capolavoro. La stessa che deve essere usata per <em>2001: Odissea nello spazio</em>, lungometraggio del quale questo<em> The tree of life </em>prende il testimone. Non è una pellicola semplice né amichevole per lo spettatore medio, il quale può risultarne quantomeno annoiato e insoddisfatto non riescendo a coglierne il senso. Sebbene sia lecito non capire il messaggio e così come  criticare la scelta del regista, non è ammissibile pensare che <em>The tree of life</em> possa essere un film brutto. Perché, piaccia o meno, è una pellicola le cui immagini lasciano senza fiato &#8211; della creazione del cosmo fino alle scene  familiari, ques&#8217;ultime davvero le migliori.</p>
<p style="text-align: justify;">Malick è l&#8217;unico tra i registi in circolazione oggi a poter mostrare il trascendente attraverso la sua immanenza. La storia racconta, seguendo la vicenda personale di una famiglia, il mistero della vita. Lo fa con i tempi e lo stile di questo regista unico: in modo del tutto etereo e dilatato, in cui voce, suono e immagini si uniscono in un unicum che suona armonicamente le corde del cuore del proprio spettatore più sensibile. L&#8217;albero della vita di cui parla il titolo del film è la pellicola stessa e non un l&#8217;oggetto centrale della vicenda narrata come erroneamente si potrebbe pensare.</p>
<p style="text-align: justify;">Una pellicola appunto che riprende quel discorso iniziato da Kubrick con <em>2001 </em>e che Malick idealmente porta a compimento utilizzando una narrazione del tutto simile a quella del maestro: ovvero passando da una  macrostoria che altro non è che un film opera &#8211; nel senso teatral-musicale del termine &#8211; alla microstoria personale di un gruppo di esseri umani, attraverso un diario filmato, un super8 o un film di familglia. Le assonanze armoniche tra le due opere sono tante: non solo le immagini dello spazio e della natura, ma anche la creazione del mondo e dell&#8217;universo &#8211; riproposta in entrambi i casi secondo logiche simili &#8211; ad opera di una forza misteriosa di tipo trascendentale, oppure la presenza delle prime specie viventi sul pianeta &#8211; in Kubrick le scimmie, in Malick i dinosauri &#8211; fino alle scene finali che idelamente si &#8220;toccano&#8221;. Se il finale di <em>2001 </em>è famoso per la sequenza del bagno e della camera da letto dove, in seguito a un viaggio spaziale, l&#8217;astronauta Bowman incontra se stesso da vecchio prima dell&#8217;apparizione del feto astrale, in <em>The tree of life</em>, su una spiagga si ritrovano assieme il passato e il presente della famiglia di cui il film narra, in cui tutti i suoi componenti, anche doppi, ovvero presi in momenti diversi della loro esistenza &#8211; proprio come l&#8217;astronauta &#8211; si ritrovano assime. Inoltre Malick cita palesemente con Kubrick in inquadratura: se quest&#8217;ultimo, sempre nella scena appena ricordata, aveva mostrato l&#8217;invecchiamento repentino di Bowman attraverso un taglio di montaggio, lo stesso succede in<em> The tre of life</em> quando mentre due mani giovanili si sfiorano una diviene improvvisamente  rugosa per l&#8217;effetto di un taglio di montaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Malick ha ben chiaro sia l&#8217;argomento che vuole trattare &#8211; vera e propria filosofia che si rende immanente essa stessa nell&#8217;immagine filmica &#8211; sia il lavoro di chi vuole continuare e, per certi versi, portare a termine. Un film che deve essere visto al cinema per non perdere la potenza delle immagini che lo compongono. In uscita Mercoledì in Italia.</p>
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