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	<title>All&#039;ombra della Palma &#187; &#8211; Quinzaine des Réalisateurs</title>
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	<description>ilSassolino.net al Festival di Cannes</description>
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		<title>Le quattro volte</title>
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		<pubDate>Mon, 17 May 2010 15:17:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Sezioni Parallele]]></category>
		<category><![CDATA[- Quinzaine des Réalisateurs]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michelangelo Frammartino
Italia 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Le quattro volte</em> di Michelangelo Frammartino, presentato all’interno del programma della Quinzaine des realizateurs, rischia seriamente di essere ricordato come “il film” di questa edizione del Festival di Cannes. Un vero capolavoro che avrebbe forse meritato di essere inserito nel palinsesto ufficiale, sebbene la categoria collaterale nella quale è stato mostrato al pubblico rimane comunque di notevole importanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Una pellicola che si basa totalmente sul racconto attraverso le immagini. Le parole, poche a dire la verità, risultano totalmente inutili ai fini della storia che il regista racconta allo spettatore. La voce viene così trattata alla stregua di tutti gli altri suoni d’ambiente, solo in maniera descrittiva, per comunicare l’atmosfera di luoghi in cui la presenza degli esseri umani è equiparata a quella di tutti gli altri oggetti che vengono inquadrati. Noi non siamo i protagonisti come ci si potrebbe aspettare da un film, ma rimaniamo soltantoo elementi di un quadro, sia visivo sia narrativo che Frammartino, mano a mano, assembla e rende chiaro.</p>
<p style="text-align: justify;">In effett,i all’inizio, lo spettatore prova un senso di spiazzamento dovuto proprio al fatto di non comprendere cosa il regista gli stia mostrando e dove lo voglia portare con il racconto. Il turning point – o l’illuminazione – si ha quando colui che fino ad allora era stato il protagonista della vicenda, un anziano pastore di capre, improvvisamente muore dopo che, per circa mezz’ora, avevamo seguito la sua semplice vita. Basta un raccordo di montaggio tra la lapide che viene posta sulla sua tomba e un capretto che viene partorito per farci comprendere che Frammartino ci sta mostrando il ciclo della vita. Dopo la vicenda del capretto, abbiamo quella di un abete, luogo in cui l’animale era spirato, che, a sua volta, dopo essere stato scelto e utilizzato come albero della cuccagna, viene tagliato e utilizzato da un gruppo di carbonari, finendo per divenire semplice carbonella. Nella conclusione il racconto si fa circolare. La carbonaia è infatti il primo luogo ad apparire nel film. La cenere è il medicamento che il vecchio pastore utilizzava per curare la sua asma. La stessa cenere che, perduta per una banalità, lo porta alla morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Una pellicola sorprendente, intensa, che strappa applausi da una platea prima spiazzata e poi, all’accensione delle luci, davvero in subbuglio e che ha attribuito al regista italiano un lungo applauso. Un film che si merita questo riconoscimento, sebbene solo morale, e che meriterebbe, ancor di più, di ricevere una distribuzione degna – in Italia ad opera dall’Istituto Luce – e un di essere visto anche del grande pubblico. Purtroppo, immagino, tutto ciò rimarrà pura utopia. Se si avesse la possibilità d’incrociarlo, non bisogna assolutamente farselo scappare. Come dicono i francesi qui presenti: bravò!</p>
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		<title>La mirada invisible</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/cannes/2010/05/16/la-mirada-invisible/</link>
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		<pubDate>Sun, 16 May 2010 10:24:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Sezioni Parallele]]></category>
		<category><![CDATA[- Quinzaine des Réalisateurs]]></category>
		<category><![CDATA[Lerman]]></category>

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		<description><![CDATA[di Diego Lerman
Argentina 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si può spezzare una lancia a favore di questo film asserendo che l’argomento trattato non risulta facilmente gestibile. Una tematica che, al contrario, è possibile definire a priori come controversa e difficilmente delineabile. Risulta dunque alto il rischio di cadere vittima dei cliché e, ancora di più, appare inevitabile che i realizzatori si debbano, quasi per forza, appellare a un giustificazionismo privo, però, di motivazioni etiche e morali.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La mirada invisible</em> cade purtroppo vittima di tutta questa premessa. Il regista argentino Diego Lerman, qui alla sua terza opera, racconta la vita di una giovane donna durante il 1982, l’ultimo anno della dittatura della giunta militare nel suo paese. Marita lavora come controllore in una scuola che assomiglia, però, più una caserma a causa delle strette regole di comportamento alle quali i ragazzi sono tenuti ad attenersi. La vicenda ruota attorno al rapporto che intercorre tra la disciplina e l’ubbidienza all’ordine che il regime dittatoriale ha instaurato negli anni opposti alla voglia di vita fuori dagli schemi e il desiderio di ribellione che anima in modo particolare le generazioni più giovani che Marita è chiamata a frenare nelle loro espressioni vitali più “controverse”. Pulsioni verso le quali anche lei, man mano, si sente sempre più attratta. Nel racconto si viene a confrontare con due personaggi in particolare: uno studente del quale si sente innamorata e verso cui, per la morale della società in cui vive, è impossibilitata a rendere palese il proprio affetto e il desiderio che prova nei suoi confronti; e il direttore della scuola, un uomo molto più vecchio di lei e che tenta in ogni modo di corteggiarla da molto tempo, ricevendo, però, sempre dei rifiuti. Questo rapporto nasconde una tensione sessuale – che il regista non fa nulla per celare – che porterà a  una sublimazione che sfocia in una brutale violenza carnale – tra l’altro ampiamente prevedibile (e prevista) da parte dello spettatore.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ questa la pecca maggiore del film di Lerman. La sua prevedibilità. Tutto è già ben chiaro e delineato dall’inizio. L’equivalenza tra la dittatura militare e la scuola in cui i protagonisti vivono la loro vita è fin troppo rimarcata. Così come lo è il rapporto di subordinazione che sussiste tra la popolazione e il governo dei generali comparato a quello tra Marita e il direttore. Il giustificazionismo con cui il regista assolve i suoi compatrioti per non essersi ribellati ai soprusi di quegli anni si ritrova nella scena finale, quella della violenza. Qui lo stupro viene mostrato molto chiaramente mentre, al contrario, la vendetta della donna, che accoltella il suo carnefice, si intravede soltanto riflessa nello specchio e, per altro, fuori fuoco. Come dire che sia meglio fare finta di non vedere la ritorsione perché giusta, perché impunibile, perché, appunto, giustificata da tutto ciò che tutta la popolazione ha sofferto e dovuto subire in quegli anni bui. Però, perché giustificare coloro che non agendo – ed è il caso di Marita e di tutti i suoi colleghi di lavoro e della sua famiglia, a parte il padre, un oppositore desaparecidos – hanno condannato l’Argentina a quegli anni di dittatura? Non sono stati anche loro conniventi di un regime che ha fatto della “sguardo invisibile” il proprio metodo di controllo? Non è forse plausibile ritenere che quella <em>mirada invisible </em>sia anche il punto di vista di una popolazione che ha voluto vedere quello che in realtà non c’era (l’invisibile appunto, il falso benessere portato dalla dittatura) e non vedere ciò che in realtà è accaduto (il trauma dei desaparecidos e il decadimento delle libertà personali)? Forse la risposta è sì e tutto ciò non è giustificabile.</p>
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		<title>Un poison violent</title>
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		<pubDate>Sat, 15 May 2010 13:16:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[- Quinzaine des Réalisateurs]]></category>

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		<description><![CDATA[di Katell Quillévéré
Francia 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Un poison violent</em> è il titolo di una poesia di Serge Gainsgburg dalla quale questo film prende il proprio nome. “Un violento veleno” è la definizione che lo stimato artista ha dato del sentimento amoroso. Ma la pellicola di Katell Quillévéré tratta il tema dell’amore solo di riflesso, mai direttamente. Questa, in realtà, si snoda attraverso due linee guida principali: la prima, nonché la più importante, è quella che in inglese si definisce con la perifrasi “coming of age picture” e che noi italiani siamo soliti definire con l’accezione “racconto di formazione”; mentre la seconda ci pone di fronte a un racconto di una famiglia piena di contraddizioni. La protagonista della vicenda è Anna – una quattordicenne dai folti capelli rossi e con un fisico prosperoso, appena sconvolto dalla tempesta ormonale dell’adolescenza – che ritorna a casa, nella più profonda provincia francese, per le vacanze estive dal collegio cattolico nel quale vive e studia durante il resto dell’anno. Li fa la triste scoperta dell’assenza del padre, decisosi ad andare a vivere da solo, e della depressione della madre che, devota religiosa, per trovare un po’ di conforto umano, passa la maggioranza del tempo con il prete del piccolo villaggio in cui abitano. Il nonno paterno, inoltre, è malato e non riesce ad alzarsi dal letto e ad Anna spetta il compito di accudirlo e di passare il tempo con lui. Inoltre la ragazzina si sta per apprestare a ricevere il sacramento della Cresima, ma più si avvicina quel momento, più non si sente degna di sostenerlo. Dei dubbi iniziano a minare la sua fede. Dubbi del tutto umani e legati al periodo di forti sconvolgimenti emotivi che l’adolescenza porta sempre con sé. Anna si sente attratta da un coetaneo che più volte ha dimostrato il suo interesse per lei e con il quale finisce per sperimentare i primi approcci affettivi. Ma le sue preoccupazioni sono anche legate alla situazione della famiglia: detestando la madre con cui vive, ha prova un attaccamento smisurato verso il padre che, però, purtroppo per lei, dopo un iniziale interessamento decide che non può occuparsi di lei, troppo egoisticamente legato alla sua vita singolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il film della Quillévéré, selezionato dalla <em>Quinzaine des Realizateurs</em>, non entusiasma. Sebbene avrebbe tutto il materiale necessario per farlo. Soprattutto avrebbe la possibilità di creare una storia interessante per chi scrive, sempre attento e attratto dalle storie con questa tematica. Eppure la vicenda risulta alquanto prevedibile. Anche la questione della religione cattolica romana come simbolo di una condizione sociale borghese e la critica di questa portata avanti sottilmente dal film non raccontano ormai niente di nuovo, soprattutto dal punto di vista del modo in cui questo viene fatto. La messa in scena ricorda senza dubbio il cinema veritée e per molti aspetti pare non troppo ricercata, focalizzata più sulla direzione degli attori che non sulla ricerca di un’immagine fotografica degna di tale nome. Anche alla <em>Quinzaine</em> si aspetta di meglio.</p>
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		<title>Film Quinzaine des Réalisateurs 2010</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/cannes/2010/05/11/film-quinzaine-des-realisateurs-2010/</link>
		<comments>http://www.ilsassolino.net/cannes/2010/05/11/film-quinzaine-des-realisateurs-2010/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 11 May 2010 20:26:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Sezioni Parallele]]></category>
		<category><![CDATA[- Quinzaine des Réalisateurs]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilsassolino.net/cannes/?p=555</guid>
		<description><![CDATA[Elenco completo dei lungometraggi in competizione nel concorso parallelo Quinzaine des Réalisateurs.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Elenco completo dei lungometraggi in competizione nel concorso parallelo Quinzaine des Réalisateurs.</p>
<div id="_mcePaste">A alegria - Marina Meliande, Felipe Bragança</div>
<div>All Good Children - Alicia Duffy</div>
<div>Alting bliver godt igen - Christoffer Boe</div>
<div>Año bisiesto - Michael Rowe</div>
<div>Benda Bilili ! - Florent de la Tullaye, Renaud Barret</div>
<div>Cleveland contre Wall Street - Jean-Stéphane Bron</div>
<div>Des filles en noir - Jean Paul Civeyrac</div>
<div>Ha’Meshotet - Avishai Sivan</div>
<div>Illégal - Olivier Masset-Depasse</div>
<div>La casa muda - Gustavo Hernández</div>
<div>La mirada invisible - Diego Lerman</div>
<div>Le quattro volte - Michelangelo Frammartino</div>
<div>Little Baby Jesus of Flandr - Gust Van den Berghe</div>
<div>Picco - Philip Koch</div>
<div>Pieds nus sur les limaces - Fabienne Berthaud</div>
<div>Shit Year - Cam Archer</div>
<div>Somos lo que hay - Jorge Michel Grau</div>
<div>Svet-Ake - Aktan Arym Kubat</div>
<div>The Tiger Factory - Ming jin Woo</div>
<div>Todos vós sodes capitáns - Oliver Laxe</div>
<div>Two Gates Of Sleep - Alistair Banks Griffin</div>
<div>Un poison violent - Katell Quillévéré</div>
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