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	<title>All&#039;ombra della Palma &#187; &#8211; Hors Compétition e Séances Spéciales</title>
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	<description>ilSassolino.net al Festival di Cannes</description>
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		<title>Tamara Drewe</title>
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		<pubDate>Tue, 18 May 2010 16:13:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Hors Compétition e Séances Spéciales]]></category>
		<category><![CDATA[Frears]]></category>

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		<description><![CDATA[di Stephen Frears
UK 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Stephen Frears è stato chiamato dall’organizzazione del Festival di Cannes a presentare fuori concorso questa sua nuova commedia ispirata a una serie di fumetti pubblicata nel Regno Unito. Una scelta, questa, indubbiamente felice. La pellicola, non meritandosi certamente un posto in nessuno delle due competizioni principali, è però una di quei titoli che in ogni manifestazione di questo genere riempiono il palinsesto, rendono l’atmosfera un poco più leggera e frivola e che indubbiamente aiutano i giornalisti, in primis, e il pubblico a rilassarsi in seguito alla visione di titoli certamente più “pesanti” da digerire e metabolizzare.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tamara Drewe</em> è una commedia che ha come protagonista colei che dona il nome al film, ovvero un’avvenente giornalista che, dopo diversi anni, se ne torna nella casa di campagna che sua madre aveva comprato e dove si era ritirata prima di morire e in cui Tamara aveva trascorso gli anni dell’adolescenza. Il suo ritorno sconvolge l’esistenza dei vicini: un famoso (e fedifrago) scrittore di romanzetti gialli e sua moglie, che si occupa principalmente della casa, trasformata in ritiro per scrittori in cerca di quiete. Anche le vite degli ospiti sono sconvolte: in particolare quelle di un professore che non riesce a concludere il saggio su Hardy che sta scrivendo da un tempo ormai indefinito e il fattore, un trentenne che da adolescente è stato il fidanzato di Tamara e  che, ancora prima, era nato nella casa in cui ora vive la ragazza. Ciò che colpisce tutti loro è indubbiamente il cambiamento di Tamara. Se da giovane era considerata bruttina per un naso alla Cirano, dopo un’operazione al setto, si ripresenta come una vera e propria bomba sensuale, una <em>femme fatale</em> che fa girare la testa a chiunque la incontri. Uno di coloro che perdono la testa per lei  è  il batterista di una rock band che è stata chiamata ad intervistare che finisce per diventare il suo fidanzato ufficiale. L’improvvisa apparizione nel piccolo paese di una tale star complicherà ancora più ulteriormente la faccenda dando a due ragazzine terribili – fan del musicista e invidiose di Tamara – la possibilità portate ancora più caos all’interno della tranquillità di quel piccolo borgo di campagna.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tamara Drewe</em> è certamente uno dei film più commerciali di Frears. La commedia è riuscita secondo i canoni del cinema di cassetta e non vi sono dubbi che piacerà al pubblico di ogni genere. Certo, un po’ mancano quelle atmosfere dolci e amare delle pellicole migliori del regista inglese ma anche questa nasconde, oltre alle risate, un lato che possiamo definire con la parola agrodolce. Tirando le somme, però, il lato comico supera quella drammatico e nonostante un colpo di scena nel finale che spiazza un po’ lo spettatore il film si conclude in modo del tutto positivo per la maggior parte dei personaggi, protagonista compresa.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse la cosa migliore di tutta la pellicola è l’abilità di Frears di essere riuscito a raccontare un personaggio, quello di Tamara, che a pelle risulta antipatico. Non è un facile compito perché l’arrivismo e la spietata voglia di rivalsa su coloro che da giovane l’avevano trattata con supposizione solo perché il suo naso la faceva apparire brutta agli occhi di chi la guardava, non la rendono di certo un personaggio con il quale il pubblico può entrare facilmente in sintonia, rendendo dunque l’immedesimazione dello spettatore alquanto più complicata.</p>
<p style="text-align: justify;">Distribuito, prima o poi, anche nei cinema italiani, senza dubbio potrebbe offrire un’opportunità  di passare una serata piacevole e divertente.</p>
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		<title>You will meet a tall dark stranger</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/cannes/2010/05/15/you-will-meet-a-tall-dark-stranger/</link>
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		<pubDate>Sat, 15 May 2010 15:28:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Hors Compétition e Séances Spéciales]]></category>
		<category><![CDATA[Allen]]></category>
		<category><![CDATA[Hopkins]]></category>
		<category><![CDATA[Watts]]></category>

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		<description><![CDATA[di Woody Allen
USA 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La novità è che Woody Allen si è presentato alla Croisette e, in particolare, anche alla conferenza stampa. <em>You will meet a tall dark stranger</em>, invece, non lo è. Il regista settantaquattrenne realizza la sua solita pellicola che pone al centro l’assurdità della vita. Niente di nuovo ma, al contempo, niente di spiacevole. Sarà perché la politique des auteurs negli anni ci ha portato a ritenere come certa l’idea che ogni autore per tutta la propria carriera continui a raccontare sempre la medesima storia e a battere lo stesso ferro che si perdona a Allen di ripetere, per l’ennesima volta, se stesso. Ma non lamentiamoci troppo, in alcuni anni il regista newyorkese ha prodotto ben di peggio ma se si cerca qualche nuovo spunto da parte di questo autore, allora <em>You will meet a tall dark stranger</em> non è la pellicola giusta in cui concentrare le ricerche.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli oramai classici stilemi abbondano, tra questi: il signore anziano che si accompagna e poi sposa un attraente giovane ragazza, dotata più di un fisico scultoreo che non di cervello, una maga dotata di capacità divinatorie, uno scrittore in crisi creativa, una donna – una gallerista tra l’altro – che si invaghisce del proprio capo e con il quale vorrebbe farsi una storia. Ciò che manca è forse solo l’accenno all’ebraismo che se fosse presente renderebbe questo collage di tematiche care al regista ricomposto quasi totalmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che nuovamente emerge in  questa pellicola è la forte presenza di una tematica mortuaria che si lega specialmente al caso. Il “tall dark stranger” a cui si riferisce il titolo non è nient’altro che la morte e riprende un’espressione tipica degli Stati Uniti volutamente ambigua. Questo alto e scuro sconosciuto può infatti rivelarsi sia una persona interessante che il caso ci mette sul nostro cammino sia l’ultimo incontro che effettueremo nella vita. La morte è sempre latente e, inaspettatamente, come ogni accadimento di questo film, sembra dare una mano alla vita dello scrittore in crisi. Gli unici che paiono non esserne intimoriti sono coloro i quali riescono a vivere nel migliore dei modi lo strano mondo in cui si trovano. Un mondo che è difficile da sopportare e che non soddisfa nessuno dei protagonisti i quali, in realtà, aspirerebbero a qualcos’altro di meglio per loro. Pare che solo una fede in qualcosa di diverso, in qualcosa d’incredibile e per Allen – come lui stesso ha dichiarato in conferenza stampa – di estremamente stupido, possa rendere la vita degli esseri umani sopportabile. Che Woody sia un’inguaribile pessimista è noto ed è proprio questo sentimento a guidare le sue pellicole, non ultima questa. Il suo “salvataggio” unicamente dei personaggi chiaramente più distanti da lui non è un modo per elevarli dalla massa dei loro più infelici consimili ma, al contrario, per denunciare ancora di più l’assurdità dell’esistenza tutta, di tutte le sue sfaccettature. Non si tratta dunque di una assoluzione ma di una condanna di un comportamento e un atteggiamento che questi tengono nei confronti della vita in quanto tale.</p>
<p style="text-align: justify;">Un film che senza dubbio sarà presente nelle sale italiane entro, al massimo, il prossimo autunno. Una pellicola comunque piacevole da vedere e capace di instillare qualche risata negli spettatori grazie a battute divertenti e interpretazioni di ottimo livello, garantite da parte di un cast composto da nomi importanti tra cui spiccano star come Naomi Watts e Anthony Hopkins. Attori scelti per la loro bravura così, a detta dello stesso Woody, da potersi permettere di non dare loro indicazioni per riuscire così ad incassare gli assegni con il minimo sforzo possibile.</p>
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		<title>Wallstreet: money never sleeps</title>
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		<pubDate>Fri, 14 May 2010 14:58:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Hors Compétition e Séances Spéciales]]></category>
		<category><![CDATA[Douglas]]></category>
		<category><![CDATA[LeBouf]]></category>
		<category><![CDATA[Stone]]></category>

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		<description><![CDATA[di Oliver Stone
USA 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Lo squalo Gordon Gekko è ora un pesciolino. E’ questa la verità. Forse anche la più triste. Finalmente libero dopo otto anni di prigione per colpa delle illecite operazioni finanziarie nel primo film di questa inusuale serie – se così la possiamo definire – si dedica a scrivere un libro che condanna le speculazioni finanziarie degli ultimi anni e che sembra prevedere il crollo della borsa americana e la catastrofe che si è verificata dal Luglio del 2008. La vicenda prende il via proprio a cavallo dello scoppio della bolla dei derivati – i famosi, ahinoi, titoli tossici che le banche d’investimento hanno immesso sul mercato – per concludersi qualche mese dopo, sempre in piena crisi finanziaria. In tutto questo assistiamo a una specie di riscatto morale del personaggio di Michael Douglas, alle prese con una figlia che lo odia per i crimini che ha fatto nel passato e un quasi genero, un rampante broker presso Wallstreet, mosso, però, da un senso di giustizia così difficile da trovare in quel mondo pieno di pescicani avidi di denaro e, di conseguenza, potere.</p>
<p style="text-align: justify;">Se Gekko è divenuto buono, o quasi, anche Stone questa volta non morde. La presa però non viene stretta a dovere su una preda a priori senza dubbio succulenta e pronta per essere sbranata. La situazione socio-economica globale, in particolare in Occidente, consentirebbe un attacco deciso e senza tregua al mondo del capitalismo estremo, ormai effetto da una malattia incurabile, l’avidità, ma questo colpo mortale non viene mai sferrato. Così il film si trascina per più di due ore secondo canoni che lo spettatore si aspetta fin dall’inizio, da quando, cioè, ha compreso su che toni Stone ha deciso di impostare la propria opera. Canoni che spesso diventano troppo semplici, a volte prevedibili, fin troppo, quasi al limite del cliché dei film che trattano il mondo della finanza. Tutto questo suona strano. Da un autore noto per pellicole battagliere e di denuncia che, al contempo, riuscivano a mantenere un’attenzione particolare anche all’aspetto delle vicende che raccontavano più legato all’intrattenimento, questo <em>Wallstret: money never sleeps </em>risulta proprio come una stonatura in una partitura molto serrata e aggressiva. E’ questo l’ennesimo caso di film mediocre in un Festival in cui le opere continuano a non dimostrarsi all’altezza. Anche questa pellicola si lascia vedere, senza appunto annoiare, ma non riesce mai veramente ad attaccare lo spettatore alla sedia e farlo riflettere alla fine della proiezione su ciò a cui ha appena assistito.</p>
<p style="text-align: justify;">A livello visivo Stone è sempre il solito Stone. All’interno di una messa in scena alquanto comune e ordinaria, sono fanno capolino le solite esagerazioni visive tipiche del regista americano: palazzi che diventano grafici della borsa, split screen che si divertono a tagliuzzare l’immagine quando appaiono e scompaiono, flashback montati velocemente e che presentano nuovi punti di vista nuovi fino ad allora non visti. Insomma, proprio alcuna novità sotto questo punto di vista. L’unica, vero, mutamento è, in negativo, la piattezza della storia messa in campo. In conferenza stampa il regista ha dichiarato che <em>Wallstreet: money never sleeps</em> non deve essere considerato un saggio sul mondo economico contemporaneo ma, ha comunque fatto presente come il suo fine sia di denuncia. Se nel primo caso Stone ha ragione, nel secondo pecca di superbia; sono altre le opere che portano la sua firma, tra cui anche alcuni documentari, che hanno avuto questo onere e onore. Per concludere una nota sugli attori. L’intero cast, da Douglas a Shia LeBouf, appare alquanto sottotono. Peccato che ciò accada proprio nel sequel di quella pellicola che ha fatto vincere al figlio di Kirk il suo Oscar come miglior attore. In controtendenza si deve sottolineare il divertente cameo di Charlie Sheen, al quale viene donato un minuto per entrare di nuovo nei panni di Bud Fox, il co-protagonista di <em>Wallstreet</em>, che interpretò nel 1987.</p>
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		<title>Draquila &#8211; L&#8217;Italia che trema</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/cannes/2010/05/13/draquila-litalia-che-trema/</link>
		<comments>http://www.ilsassolino.net/cannes/2010/05/13/draquila-litalia-che-trema/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 13 May 2010 15:40:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Hors Compétition e Séances Spéciales]]></category>
		<category><![CDATA[Guzzanti]]></category>

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		<description><![CDATA[di Sabina Guzzanti
Italia 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Draquila – L’Italia che trema</em> si è trasformato, da diverse settimane, nel nostro paese, in un caso mediatico. E’ stato più volte attaccato dal mondo della politica, prima ancora della sua uscita in sala il 7 Maggio e della sua presentazione internazionale qui a Cannes nell’importante sezione ufficiale <em>Séances Spéciales</em>. Proteste provenienti dal Ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, e dal capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, il vero co-protagonista della vicenda assieme, ovviamente, a Silvio Berlusconi. Il motivo di tali dimostrazioni di astio è alquanto semplice e comprensibile una volta visto il film: la Guzzanti con questo suo secondo documentario rompe le uova nel paniere ai potenti che comandano quella che appare, a tutti gli effetti, sempre più una Repubblica delle Banane, lavando in piazza i loro panni sporchi. Si potrebbe obiettare, come quasi quotidianamente fanno coloro i quali il film chiama in causa, che l’Italia non è comparabile con le dittature sudamericane di qualche decennio fa perché la libertà di parola è ancora garantita. La Guzzanti con <em>Draquila</em> spiega esattamente in che modo tale affermazione non sia, in fin dei conti, che una vera e propria falsità. Vi è libertà se la parola, seppur esprimibile singolarmente, non può essere divulgata agli altri? Vi è libertà in un Paese in cui tutto – anche ciò che, logicamente e secondo buon senso, non lo è nella maniera più assoluta – diviene un’emergenza così che le leggi possano essere aggirate a piacimento? Vi è libertà se, ed è questo il punto fondamentale, si è liberi fino a un certo punto, fintanto che non si toccano alcuni poteri – questo, si badi bene, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti della vita istituzionale, culturale e finanziaria italiana – che altrimenti si sentirebbero minacciati da un’opinione che mette in dubbio la loro presunta bontà? Chi scrive la pensa esattamente come la regista: no, non vi è libertà. Non vi è libertà nei termini in cui questa dovrebbe essere intesa nelle democrazie più evolute al mondo. Non che alcune di queste vicende non possano accadere o accadano anche all’estero ma ciò che più impressiona è, senza alcun dubbio, la mancanza di giustizia che sempre si ha nel nostro paese, dove chi viene colto a truffare continua impunemente il suo sporco lavoro. Ciò che ci differenzia con l’estero è senza dubbio la nostra del tutto italica mancanza di una qualsiasi forma di moralità ed etica civile che permette ai malfattori di rimanere impuniti e agli imbrogliati di non indignarsi e di non scendere in piazza per richiedere la giustizia che spetterebbe loro.  Il documentario – che racconta un anno di vita nel Bel Paese, dal terremoto del 6 Aprile 2009 all’Aquila, fino agli ultimi giorni, coprendo anche la cronaca più recente – è smaccatamente politico. E ne ha ogni diritto. La pellicola non vuole denunciare la situazione corrente, per quello sarebbero bastati gli articoli dei giornali apparsi negli ultimi mesi, forse, solo secondariamente, si pone la questione di raccontare una vicenda italiana anche all’estero ma, principalmente, la Guzzanti punta a svelare la menzogna che si cela dietro alla falsa verità che è stata canonizzata e divenuta, per questo, quasi del tutto incancellabile, ormai sedimentata nella mente della maggioranza della popolazione. Ci troviamo dunque di fronte al medesimo lavoro che svolge e allo stesso fine che muove Michael Moore nei suoi tanto acclamati documentari. E’ il nome del regista americano quello che più viene accostato dalla stampa estera, che ha accolto la pellicola con numerosi applausi, al film della Guzzanti. Un bel paragone non c’è che dire. A livello registico, Sabina è meno esuberante del suo collega americano, meno presente sulla scena – a parte nella sequenza in cui interpreta il Cavaliere, suo vero cavallo di battaglia, in visita alla città in macerie – ma il modo scelto per raccontare la storia è assai simile. Il film va oltre lo stile giornalistico accurato ma esteticamente semplice di una trasmissione di denuncia come Report a cui qualche critico italiano ha accostato <em>Draquila</em>. Alcune sequenze risultano assai cinematografiche, come quella in cui il terremoto colpisce la malcapitata città abruzzese. A questo proposito risulta interessante l’uso del suono come elemento di disturbo e fastidio. Una messa in scena che nel modo più assoluto tocca le corde giuste dello spettatore che si approccia senza preconcetti di alcun tipo. Il consiglio che chi scrive si sente di dare è quello di andare a vedere il film e di pubblicizzarlo, mostrandolo a chiunque si conosca, invitandolo ad andare al cinema fintanto che la pellicola rimarrà nelle sale.</p>
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		<title>Robin Hood</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 14:36:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Hors Compétition e Séances Spéciales]]></category>
		<category><![CDATA[Blanchett]]></category>
		<category><![CDATA[Crowe]]></category>
		<category><![CDATA[Hurt]]></category>
		<category><![CDATA[Scott]]></category>
		<category><![CDATA[Von Sydow]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ridley Scott
USA 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Indubbiamente questi sono ormai i film che si addicono di più a Ridley Scott. Dopo <em>Gladiator</em> e <em>Kingdom of Heaven</em>, questo <em>Robin Hood</em> – in sala da stasera in Italia – si posiziona nello stesso filone delle precedenti pellicole a sfondo storico. La struttura è ormai classica: una vicenda ambientata in un passato alquanto lontano, una ricostruzione accurata, soprattutto a livello scenografico e dei costumi, del periodo storico, qualche elemento che si basa su fatti realmente accaduti e un eroe frutto della fantasia degli sceneggiatori. In questo caso, un eroe vissuto realmente ma la cui figura si è fatta mitica e mitologica con il tempo, divenendo una delle più famose leggende della terra d’Albione, comparabile a quella di Re Artù.</p>
<p style="text-align: justify;">Il film di Scott non racconta, però, la nota e solita vicenda portata più volte sullo schermo da Hollywood: si pensi alla versione Disney oppure a quel <em>Robin Hood – Prince of Thiefs</em> di Kevin Reynolds, datato ormai 1991, che vedeva Kevin Kostner nei panni del protagonista. Questa versione è piuttosto un antefatto, narrando le gesta che hanno portato Robin Longstride a diventare il bandito della foresta di Sherwood. La pellicola prende spunto da quelle leggende che vogliono il personaggio interpretato da Russell Crowe discendere dall’etnia Sassone, sconfitta da quella Normanna alla quale fanno parte i reali inglesi dell’epoca. Robin è un comune arciere appartenente all’esercito di Riccardo Cuor di Leone che da dieci anni combatte ininterrottamente, prima in Terra Santa e ora in Francia, dove è alle prese con l’assedio di una città. Robin non è dunque un nobile ma un solo un semplice popolano, sicuramente un abile combattente e, al contempo, un piccolo truffatore che si diverte a spillare soldi ai commilitoni attraverso il gioco d’azzardo. Per una serie di vicissitudini, o di circostanze fortuite, si ritrova a dover fingere di essere Sir Robert Loxley di Nottingham, per non permettere che il suo Feudo, governato dalla moglie Marion, ritorni sotto il comando del Re. Durante quest’avventura Robin scoprirà le sue origini dimenticate e si dimostrerà un uomo retto e giusto, mosso da un senso dell’onore che lo porterà a schierarsi dalla parte di Giovanni, divenuto Re alla morte del fratello Riccardo Cuor di Leone, nella lotta contro le truppe francesi pronte a invadere l’Inghilterra e consegnarne il trono al proprio sovrano Filippo. Come si può ben comprendere questo breve riassunto, la pellicola, così come recita  il suo slogan promozionale, vuole mostrare le origini del mito che tutto il mondo conosce.</p>
<p style="text-align: justify;">Scott confeziona l’ennesimo film spettacolare. Sia chiaro, non ci troviamo di fronte a una delle sue opere migliori – così come non lo erano state sia <em>Kingdom of Heaven</em> sia, soprattutto, <em>Gladiator</em>, fin troppo eccessivamente considerato da pubblico e critica – ma da un prodotto del genere non ci si può nemmeno aspettare una pellicola come <em>Alien</em> o <em>Blade Runner</em>, due veri e propri capolavori della storia del Cinema. Scott svolge il suo lavoro senza sbavature, sapendo perfettamente come creare un’avventura visiva ed emozionale di quel genere. Ne aveva già dato capacità in occasioni precedenti, lo conferma con questa nuova pellicola. La messa in scena è sempre la solita: posata nelle sequenze di dialogo, frenetica e movimentata in quelle, molte, di combattimento. Gli attori, Russell Crowe e Cate Blanchett ma anche Max Von Sydow e William Hurt solo per citare i più noti, fanno la loro parte, rendendo comunque verosimili anche le sequenze più smaccatamente irreali del film (Lady Marion che combatte ne è l’esempio principe). In lingua originale si deve sottolineare il lavoro sul parlato effettuato da Crowe e da coloro che interpretano i suoi commilitoni, che recitano in un inglese di campagna, un dialetto del Nord, assai arduo da comprendere, credo, anche i madrelingua. Un linguaggio che, però, se all’inizio spiazza, man mano entra nell’orecchio di chi ascolta e diviene maggiormente decifrabile. Problema quest’ultimo che il pubblico italiano, da stasera, non sarà chiamato a risolvere, ancora una volta salvato in corner dall’intervento, spesso violento, del doppiaggio.</p>
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		<title>Film Hors Compétition e Séances Spéciales 2010</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/cannes/2010/05/11/film-hors-competition-e-seances-speciales-201/</link>
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		<pubDate>Tue, 11 May 2010 20:13:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Hors Compétition e Séances Spéciales]]></category>

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		<description><![CDATA[Elenco dei lungometraggi della categoria ufficiale Hors Compétition e delle Séances Spéciales.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Elenco dei lungometraggi della categoria ufficiale Hors Compétition e delle Séances Spéciales.</p>
<p><strong>Hors Compétition</strong></p>
<div id="_mcePaste">Woody ALLEN &#8211; YOU WILL MEET A TALL DARK STRANGER</div>
<div id="_mcePaste"></div>
<div>Olivier ASSAYAS &#8211; CARLOS</div>
<div></div>
<div>Julie BERTUCCELLI &#8211; THE TREE</div>
<div></div>
<div>Stephen FREARS &#8211; TAMARA DREWE</div>
<div id="_mcePaste"></div>
<div>Ridley SCOTT &#8211; ROBIN HOOD</div>
<div></div>
<div>Oliver STONE &#8211; WALL STREET &#8211; MONEY NEVER SLEEPS</div>
<div></div>
<div>Andrei UJICA &#8211; AUTOBIOGRAFIA LUI NICOLAE CEAUSESCU</div>
<div></div>
<div>Gregg ARAKI &#8211; KABOOM</div>
<div></div>
<div>Gilles MARCHAND &#8211; L&#8217;AUTRE MONDE</div>
<p><strong>Séances Spéciales</strong></p>
<p>Charles FERGUSON &#8211; INSIDE JOB</p>
<p>Sophie FIENNES &#8211; OVER YOUR CITIES GRASS WILL GROW</p>
<p>Patricio GUZMAN &#8211; NOSTALGIA DE LA LUZ</p>
<p>Sabina GUZZANTI &#8211; DRAQUILA &#8211; L&#8217;ITALIA CHE TREMA</p>
<p>Otar IOSSELIANI-  CHANTRAPAS</p>
<p>Diego LUNA - ABEL</p>
<p>Lucy WALKER - COUNTDOWN TO ZERO</p>
<p>Manaira CARNEIRO, Wagner NOVAIS, Rodrigo FELHA, Cacau AMARAL, Luciano VIDIGAL, Cadu BARCELOS, Luciana BEZERRA - 5 X FAVELA POR NOS MESMOS</p>
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