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	<title>All&#039;ombra della Palma &#187; &#8211; En Compétition</title>
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	<description>ilSassolino.net al Festival di Cannes</description>
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		<title>Lung Boonmee raulek chat</title>
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		<pubDate>Fri, 21 May 2010 13:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Apichatpong]]></category>

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		<description><![CDATA[di Apichatpong Weerasethakul
Tailandia 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A memoria è la pellicola che in proiezione stampa ha ricevuto più applausi di tutte; e ormai ci troviamo in dirittura d’arrivo mancandone solo tre all’appello. Applausi meritati più per la bellezza della cinematografa che non della storia che risulta difficilmente decifrabile almeno per chi è abituato ai modi e tempi di racconto dell’Occidente. In effetti <em>Lung Boonmee raulek chat</em>, tradotto come <em>Uncle Boonmee who can recall his past lives</em>, liberamente tratto da un omonimo libro e adattato per il grande schermo dal regista tailandese Apichatpong Weerasethakul, racconta una vicenda molto più in sintonia con il mondo orientale che non con il nostro. E’ quella dello Zio Boonmee, appunto, che ormai in procinto di morire decide di passare gli ultimi giorni nella casa di campagna – in realtà un vero e proprio bosco – dove viene visitato sia dallo spirito della moglie morta sedici anni prima sia dal figlio, ricomparso sottoforma di scimmia antropomorfa, conosciuta come <em>night</em> <em>monkey</em> – una specie di cugino It col pelo colore nero e gli occhi rossi ben distinguibili nell’oscurità – dopo molti anni in cui si erano perse le sue tracce. Boonmee decide di mettersi in cammino per raggiungere una grotta nella quale morire, il luogo in cui era nato in una delle sue vite precedenti. Il finale è tutto incentrato sulla sorella dell’uomo, che lo ha accompagnato in questo suo viaggio verso una nuova rinascita, che partecipa al suo funerale e che, in seguito, è vittima anche lei di un’esperienza extra-sensoriale, nella quale percepisce la coesistenza di due linee temporali della propria esistenza assieme.</p>
<p style="text-align: justify;">La pellicola di Apichatpong Weerasethakul – come si è potuto, forse, già comprendere da queste poche righe di riassunto – è di difficile interpretazione. I temi principali sono sicuramente quello della morte, della reincarnazione e della trasmigrazione dell’anima in altri esseri viventi e, infine, della vista. Ognuno dei personaggi possiede infatti caratteristiche legate a queste tematiche. Se quella della morte e della trasmigrazione appaiono assai evidenti nello sviluppo della vicenda fin dal principio, anche quella della vista assume una notevole rilevanza, in modo particolare grazie al personaggio del figlio-scimmia. Egli si è trasformato in ciò che è adesso proprio a causa della passione per la fotografia che lo ha spinto a inoltrarsi nella foresta per immortalare quegli esseri misteriosi, finendo, poi, per divenire uno di loro. Le stesse scimmie hanno poi problemi legati al senso della vista. I loro occhi, rosso fuoco, a causa di una pupilla dilatata oltremisura, con la luce non riescono a vedere, funzione di cui sono capaci solo con la penombra o il buio più totale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lung Boonmee raulek chat </em>appare un film mitologico, nel quale si ha a che fare con un mondo altro, diverso da quello quotidiano in cui viviamo, fatto di leggende e di storie antiche il cui scopo è quello di tramandarsi di generazione in generazione per mantenere la memoria storica e culturale di un popolo. Al contempo, alle volte, è come se si percepisse un richiamo da parte del regista ad Antognoni. In particolar modo vi è una sequenza in cui ciò è molto chiaro. In questa vengono mostrate delle fotografia di giovani ragazzi che giocano assieme a una delle scimmie. La posizione di due di loro in uno degli scatti ricorda quella famosa – è pure sul poster promozionale – assunta dai protagonisti di <em>Close-Up</em>, il film del maestro italiano che, più di tutti, si fa portatore di una riflessione sulla natura dell’immagine. Il medesimo ragionamento avviene anche in questa pellicola.</p>
<p style="text-align: justify;">Risulta difficile capire se questa arriverà nelle sale. Il cineasta ha indubbiamente un nome, almeno tra la critica e gli appassionati però da solo non potrebbe bastare. E’ indubbio che un premio importante – tra la cui miglior regia, credibilmente a suo appannaggio – potrebbe aiutarne la distribuzione anche in Italia.</p>
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		<title>Route Irish</title>
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		<pubDate>Fri, 21 May 2010 13:44:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Loach]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ken Loach
UK 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo la parentesi comica di <em>Looking for Eric</em>, in competizione un anno fa qui sulla Croisette, Ken Loach concorre di nuovo per la Palma d’Oro ritornando alle origini del suo fare cinema. <em>Route Irish</em> è una pellicola dura, come la maggior parte di quelle che compongono la filmografia del regista britannico. Una film duro, dicevo, ma in particolar modo amaro che probabilmente si configura meno di denuncia rispetto ad alcuni titoli precedenti, sebbene risulti pur sempre un pugno nello stomaco. E’ la storia di un amicizia. Fergus e Frankie si conoscono da quando avevano cinque anni e da allora hanno sempre passato la vita uno accanto all’altro, rendendosi indispensabili a vicenda, fino a quando il secondo, nel 2007, muore sulla Route Irish, la strada più pericolosa del mondo che collega l’aeroporto di Baghdad con la <em>green zone</em> della città. La vicenda prende inizio con il funerale di Frankie. Fergus non si da pace per la morte dell’amico, in parte sentendosi responsabile per averlo convinto – entrambi ex appartenenti delle forze armate speciali – ad accettare il lavoro di contractor – con una paga da dieci mila sterline al mese senza tasse – per “proteggere” coloro che lavorano in Iraq. L’amico respinge la spiegazione ufficiale della morte secondo la quale un attacco da parte di un gruppo terroristico lungo il percorso ha provocato il decesso di tutti i passeggeri del veicolo sul quale viaggiavano e, per questo, decide di scoprire le reali motivazioni dell’accaduto partendo dagli indizi contenuti in un cellulare che la vittima era riuscito a fargli recapitare prima di perdere la vita nell’esplosione del mezzo. In effetti, pare che qualche ombra aleggi su tutta la vicenda, rendendola non ben definita e defininile. Durante le indagini Fergus entra sempre più in intimità con Rachel, la compagna dell’amico, l’unica che forse riesce a comprendere il suo stato d’animo. Mentre si avvicina faticosamente alla soluzione del mistero, l’uomo cerca di comprendere se stesso per capire chi sia diventato dopo tutti quegli anni e che fine abbia fatto quel ragazzo che sognava di girare il mondo con il proprio migliore amico. La verità che emergerà dalle ricerche sarà troppo pesante da sopportare e a Fergus si presenterà una scelta obbligata, la più difficile della sua vita da sopportare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ken Loach ha presentato un grande film in Concorso, accolto da molti applausi alla fine della proiezione ufficiale che ha visto, ovviamente, la presenza del regista in sala. Una pellicola che potrebbe avere sicuramente delle chance per vincere la Palma d’Oro questa domenica. La sua forza è indubbiamente la storia che racconta e l’interpretazione, molto sentita, da parte degli attori, tutti sconosciuti al grande pubblico internazionale provenendo in maggioranza dalla televisione inglese. La regia di Loach è sempre la solita, classica, molto vicina ai propri personaggi. Il pubblico riesce fin da subito a entrare a stretto contatto con loro e i sentimenti che provano. E’ questa forse la caratteristica principale del regista britannico, una sua capacità innata di rendere immediatamente amichevoli anche i personaggi più difficili con i quali sarebbe difficile mettersi in sintonia sulla stessa lunghezza d’onda.</p>
<p style="text-align: justify;">Aspettiamoci che il film venga rilasciato in Italia anche perché una parte della co-produzione è stata finanziata proprio da una società dello Stivale. Quando riuscire a vederlo in sala? E’ facile ipotizzare nella prossima stagione cinematografica essendo questa ormai agli sgoccioli. Assolutamente una pellicola per la quale tornare al cinema pagando il biglietto.</p>
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		<title>Fair Game</title>
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		<pubDate>Thu, 20 May 2010 10:50:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Liman]]></category>
		<category><![CDATA[Penn]]></category>
		<category><![CDATA[Watts]]></category>

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		<description><![CDATA[di Doug Liman
USA 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Doug Liman è uno di quelli che hanno fatto il grande salto. All’inizio della carriera un giovane regista indipendente off-Hollywood, da qualche anno si è rivelato, ormai, come uno dei più ricercati dagli executives per vedersi affidati action movie pieni di star come <em>The Bourne Identity</em> oppure il remake di <em>Mr. And Mrs. Smith</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo <em>Fair Game</em>, in Concorso e in anteprima qui al Festival di Cannes, nei cinema dal prossimo autunno, si configura come mix tra le due anime dell’autore, quella più indipendente e quella più ufficiale. La vicenda si concentra su eventi realmente accaduti, ovvero il noto caso di Valerie Plame, operatore sottocopertura della CIA, il cui nome nel 2003 fu rivelato da un funzionario dell’ufficio del Vice-Presidente Cheney, tale Mike “Scooter” Libby, nel tentativo di discreditare il marito della donna, l’ex ambasciatore Joseph Wilson, responsabile per un articolo, apparso sui quotidiani, e di diverse interviste televisive in cui denunciava come i rapporti d’intelligence che lui stesso aveva contribuito a stilare sulle presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein erano stati del tutto travisati e misinterpretati dall’Amministrazione USA, creando prove indiziali che, in realtà, non erano mai esistite, con l’unico scopo di trovare una motivazione che consentisse all’esercito a stelle e strisce di invadere l’Iraq. Se questo è il lato più strettamente d’azione  del film, ve ne è un altro, più intimo, che si concentra sul rapporto tra la moglie, Naomi Watts, e il marito, Sean Penn, che vedono il loro matrimonio messo a rischio dallo scoppio della vicenda ma che, alla fine, riusciranno ad uscirne indenni e vincitori sia sotto il punto di vista personale sia sotto quello giudiziario.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ proprio la compresenza di queste due storyline che rende <em>Fair Game</em> un film che mischia le due anime del regista. Vi è da dire, però, che una delle due è estremamente più debole dell’altra. Quella personale, infatti, non riesce a reggere il peso e l’importanza di quella più “politica”. Questo soprattutto perché la diegesi è costruita in maniera troppo sbilanciata. Poco più della prima metà del film si concentra tutta sugli eventi accaduti dal 2001 al 2003, risultando quindi molto <em>action</em>. Dopo la rivelazione del nome dell’agente segreto, però, il ritmo incalzante subisce una brusca frenata. A quel punto l’azione si prende una lunga pausa fino al finalissimo in cui ritorna in primo piano, sebbene veramente per poco. Questa struttura, purtroppo, affossa un po’ quella che, comunque, rimane una buona pellicola.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fair Game</em> si può infatti inscrivere tra quella schiera di opere che negli ultimi anni hanno cercato di abbattere il muro di leggende e falsità che, soprattutto grazie all’intervento dei media, sono divenute la Storia degli Stati Uniti d’America. Un’operazione di mistificazione della realtà a favore della falsa leggenda messa in atto specialmente durante la Presidenza di George W. Bush. I casi che si possono elencare sono numerosi. Per questo motivo il film di Liman diviene politico in sé, anche senza volerlo. A questo proposito risulta interessante osservare come se una volta, nel passato, neanche troppo lontano, si pensi agli anni Ottanta, era Hollywood a portare avanti questa mistificazione – Rambo non è altro che un tentativo dell’industria di stravolgere la realtà storica e cercare di esorcizzare la dolorosa sconfitta del Vietnam – ora il cinema è stato sostituito in questo compito dai canali di news in onda 24/7, divenendo invece, all’opposto, sempre più il media che denuncia e mostra la falsità  al di sotto della superficie.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fair Game</em> non vincerà la Palma d’Oro ma di un film così, in questi giorni, se ne sentiva la mancanza.</p>
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		<title>La nostra vita</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/cannes/2010/05/19/la-nostra-vita/</link>
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		<pubDate>Wed, 19 May 2010 20:14:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Germano]]></category>
		<category><![CDATA[Luchetti]]></category>

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		<description><![CDATA[di Daniele Luchetti
Italia 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Primo: l’Italia non ci fa ancora una volta una bella figura. Secondo: il film di Luchetti, dispiace dirlo, non funziona.</p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo al primo punto credo che ormai sia chiaro, da qualche anno a questa parte, come a Cannes vengano presentate – spesso in Competizione – pellicole provenienti dalla Penisola solo ed esclusivamente se intaccano l’immagine dorata del Bel Paese. Intendiamoci. Non che Luchetti mostri (più che denunci, il film è privo di un <em>j’accuse</em> in quel senso) una realtà, amara e triste, che in Italia non esiste visto che, specialmente nell’edilizia, il lavoro nero e la mancanza di tutele di qualsiasi genere per chiunque vi abbia a che fare abbondano ma, viene da chiedersi, come mai un film che, a prescindere dal setting in cui è stato ambientato, non funziona sia stato invitato in competizione. La verità è che probabilmente la storia avrebbe funzionato anche con un altro background, cioè anche se non fosse stata ambientata nel mondo dei piccoli/medi costruttori romani. Però, essendo quello il punto più controverso di tutta la vicenda ed essendo quello l’elemento distintivo per il quale noi come italiani ci dovremmo vergognare – e almeno il sottoscritto lo fa con tutto il cuore – ecco che, probabilmente, i selezionatori francesi hanno inserito nella competizione principale un film che palesemente non lo meritava.</p>
<p style="text-align: justify;">Veniamo dunque al secondo punto. <em>La nostra vita</em> non funziona. Non funziona perché è un film privo di un vero centro e in cui la vicenda scorre da sola senza che i personaggi facciano realmente qualcosa. Claudio, il protagonista, interpretato da Elio Germano che ancora una volta si dimostra un bravo attore, è l’esempio principe di questa inattività che caratterizza tutte le pedine di questa storia. La vita passa loro accanto, si limitano, tutti quanti, a vedersela scorrere davanti. La spicciola filosofia che sembra guidare la loro semplice esistenza, il loro motto, si potrebbe sintetizzare con l’espressione romanesca – che calza tra l’altro a pennello vista l’ambientazione – “e sti cazzi”.</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti è proprio così: non è Claudio a venire fuori dagli “impicci” nei quali si è cacciato, sono gli altri, i suoi fratelli, la sua famiglia, a dargli una mano e a risolvere tutti i suoi problemi. Trovarsi di fronte a un personaggio che si lava in continuazione le mani è troppo facile – o diviene forse troppo difficile che lo spettatore entri poi in sintonia con lui. Come è troppo facile sentirsi spiattellare – proprio il termine azzeccato – la ramanzina finale che uno degli operai, un ragazzo rumeno figlio di un operaio morto tempo prima per un incidente sul lavoro, fa a Claudio. Troppo facile è, anche, affidarsi a una canzone di Vasco per sintetizzare come, in fin dei conti, la vita continua. Ogni aspetto della pellicola risulta troppo facile. Se, poi, ci si riflette si scopre come la tematica sia la stessa di <em>Solo un padre</em> di Luca Lucini, la cui morale è praticamente identica. La differenza, notevole tra l’altro, è che nel film uscito nel 2008 questa veniva spianata e fatta arrivare allo spettatore secondo un senso logico e pienamente compiuto, cosa che non avviene in quella di Luchetti. Ci sarebbe da aggiungere “con grande sorpresa” visto che la storia è firmata da due tra i migliori sceneggiatori italiani in attività, Sandro Petraglia e Stefano Rulli. E proprio per questo motivo non non si capisce come una sia potuta inserire e vedere realizzata una scena che cade del tutto nel pacchiano, se non nel patetico, come quella del funerale della moglie in cui all’interno della chiesa viene suonata, a tutto volume, la canzone di Vasco Rossi che Claudio ed Elena erano soliti ascoltare e che racconta come, appunto, la vita, nonostante tutto, non si ferma.</p>
<p style="text-align: justify;">Il film esce Venerdì 21 nelle sale italiane, ancor prima della fine del Festival. Scelta sensata per sfruttare la presenza sulla Croisette della pellicola e che spera, così, di dare un lancio positivo al botteghino. L’anno scorso per il bellissimo film di Bellocchio non è stato così. Luchetti riuscirà a salvarsi? Lo sapremo tra qualche giorno.</p>
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		<title>Poetry</title>
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		<pubDate>Wed, 19 May 2010 19:19:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Lee Changdong]]></category>

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		<description><![CDATA[di Lee Changdong
Corea del Sud 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Uno dei titoli che si candida per la Palma d’Oro è senza dubbio questo <em>Poetry</em> del sudcoreano Lee Changdong. Un film certamente riuscito che racconta come la vita di una giovane nonna sessantatreenne viene cambiata da un corso di poesia che le insegna a “vedere” realmente il mondo per quello che è: indubbiamente un brutto posto. La lezione principale che l’insegnante di poesia trasmette ai propri studenti è quella di essere ricettivi per scoprire ciò che sottostà alle apparenze, ciò che è nascosto sotto la superficie delle cose. E’ proprio questa la rivelazione che si pone davanti agli occhi della donna. Una protagonista che ha scoperto di essere affetta dal morbo Alzheimer, sebbene in uno stadio molto preliminare. Gli effetti della malattia le provocano una perdita di memoria che le fa dimenticare alcune parole, termini dei quali riesce a dare unicamente una descrizione basilare, di superficie. Se ciò si ripresenta più volte, specialmente all’inizio del film, nel finale, quando la donna impara a vedere non con gli occhi ma con altri sensi, quel tratto della sua malattia viene del tutto cancellato. Anzi, si dimostra capace di riappropriarsi delle parole perdute, scrivendo, unica del suo corso, la poesia che l’insegnante aveva richiesto a tutti i partecipanti a conclusione delle lezioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Aprire gli occhi su un mondo che non è quello che sembra risulta però essere assai doloroso. La vicenda coinvolge direttamente il nipote – che vive con la donna ormai da diversi anni, da quando, cioè, la figlia ha divorziato – reo-confesso di aver stuprato, assieme ad altri cinque amici, una compagna di scuola che, in seguito, si è suicidata gettandosi nel fiume. Il ritrovamento del corpo è la scena con cui inizia il film. Si intuisce come per la legge sudcoreana in casi del genere sia possibile per le due parti in conflitto mettersi d’accordo privatamente, risarcendo con una somma in denaro la metà offesa, evitando così l’intervento della polizia. Ciò non dovrebbe accadere nei casi, come questo, in cui sono coinvolti minori ma sia la scuola sia, soprattutto, i genitori del gruppo di ragazzi sono concordi nel tenere forze dell’ordine, stampa e opinione pubblica all’oscuro di tutto, per non rovinare il futuro ai figli e la reputazione dell’istituto. Un risarcimento di 30 milioni di wan è la cifra pattuita per sedare la vicenda, da dividersi tra le sei famiglie. La nonna deve dunque escogitare un modo per trovare quei cinque milioni che le servono per saldare la propria parte, nonostante, è evidente, sia assolutamente contraria a quel tipo di soluzione che considera ingiusta, sebbene non riesca mai a dirlo apertamente agli altri. Solo la poesia, dedicata alla vittima dei soprusi, che, finalmente, nel finale, riesce a scrivere e che lascia a futura memoria, ci svela i reale sentimenti che la donna prova nei confronti di quella dolorosa vicenda e del mondo che la circonda.</p>
<p style="text-align: justify;">Lee Changdon realizza un ottimo film sia sotto il piano registico sia sotto quello della direzioni degli attori. Nel primo caso, le immagini si rivelano sempre ben proporzionate e mai ridondanti, capaci di raccontare elementi che sono utili unicamente alla vicenda che ha composto e alla sua tematica. Nel secondo caso, gli attori, in particolar modo la nonna, si rivelano assai capaci di trasmettere un’emozione non facile da portare sullo schermo agli spettatori che guardano il film. Forse, la lunghezza è un po’ eccessiva, sebbene sia necessaria per far giungere il pubblico alla risoluzione finale in modo congruo, ma in due o tre passaggi si avverte la pesantezza e il ritmo non certo veloce di racconto. Nonostante questo, un ottimo film che potrebbe essere davvero uno dei favoriti.</p>
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		<title>Schastye moe</title>
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		<pubDate>Wed, 19 May 2010 15:49:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Loznitsa]]></category>

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		<description><![CDATA[di Sergei Loznitsa
Russia 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Schastye moe</em>, il cui titolo inglese è <em>My joy</em>, del regista Sergei Loznitsa è l’unica opera prima – e quindi in corsa per la Camere d’Or – presente in concorso. Scelta questa forse un po’ troppo azzardata visto la non piena riuscita della pellicola. Innanzi tutto si tratta di cinema russo – da festival, è bene sottolineare – e quindi bisogna essere pronti a sostenerne i ritmi lenti, lentissimi che ogni pellicola di quel paese contiene nel proprio dna. Ma la velocità del racconto non è certo il problema maggiore. Se lo fosse questa non sarebbe un questione a prescindere. Ciò che nella pellicola non funziona è la scelta che il regista fa a livello di racconto della diegesi. La digressione diventa il metodo principale per dare importanza a elementi che non seguono la narrazione principale – quella che vede come protagonista un camionista che trasporta un carico di farina e che si perde in una parte indecifrata della Russia. I flashback, assai numerosi, intervengono per distrarre l’attenzione dello spettatore sulla vita di altri personaggi che questo guidatore disperso incontra nelle sue peregrinazioni. Digressioni che si spingono indietro anche fino alla Seconda Guerra Mondiale. Chi scrive ne da una spiegazione totalmente politico-antropologica. Loznitsa pare abbia deciso di raccontare il proprio paese e di mostrarlo come la nazione in cui hanno sempre regnato il caos, la violenza e la forza del più prepotente, indipendentemente da chi fosse al comando, siano i comunisti oppure la nuova Russia dello Zar Putin. Peccato che per dire tutto ciò le due ore e un quarto del film appaiono a dir poco eccessive. Lo spettatore trova anche faticoso – oltre che a sopportare il soporifero ritmo al rallentatore – capire i salti temporali tra il passato e il presente, anche perché – e questa è una motivazione in più che spiega la mia lettura politico-antropologica – sia a livello di vestiario sia al livello dell’ambiente, non paiono esserci differenze tra gli anni ’40 e il 2009. Probabilmente la critica verso il proprio paese – di certo non una nuova tematica dei film russi presenti ai festival internazionali di Cinema – sarebbe stata più efficace se il regista non avesse costruito questo continuo rimando tra il passato e il presente e si fosse concentrato solo su uno tra i vari incontri del camionista, quello con i poliziotti prepotenti e violenti, realizzando così un cortometraggio. E’ quella infatti l’unica parte della vicenda che si dimostra assai interessante.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli applausi in sala all’accensione delle luci sono stati assai pochi, provenienti probabilmente dai giornalisti russi presenti, mentre la maggior parte dei colleghi, almeno quella che aveva resistito e non si era alzata durante la proiezione, mostrava volti assonnati o i segni di un brusco risveglio dopo una lunga e sonora ronfata.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ probabile che <em>Schastye moe </em>faccia fatica a trovare una distribuzione internazionale e, immagino, risulterà impossibile vederlo in un qualche formato in Italia in futuro. Non che se ne sentirà la mancanza anche perché, come diceva qualcuno proprio ieri, dovrebbero fare una petizione per impedire che i film provenienti dalla Russia vengano selezionati dai Festival. Forse un po’ esagerata come soluzione ma a volte tornerebbe utile.</p>
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		<title>Des hommes et des dieux</title>
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		<pubDate>Wed, 19 May 2010 15:04:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Beauvois]]></category>

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		<description><![CDATA[di Xavier Beauvois
Francia 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Xavier Beauvois porta sulla Croisette un film che tra la stampa francese ha creato qualche  tumulto perché narra una vicenda controversa e, a quanto pare, ancora sentita nel paese transalpino: il rapimento e l’assassinio di un gruppo di monaci stanziati in Algeria da parte di un gruppo terrorista islamico che, al tempo, stava seminando il terrore tra la popolazione civile nell’ex colonia.</p>
<p style="text-align: justify;">La pellicola racconta gli ultimi mesi di vita di quella piccola comunità, dedita unicamente alla preghiera, all’auto sussistenza mediante i raccolti e l’apicoltura e alla cura, ovviamente gratuita, di chiunque si presentasse presso il loro ambulatorio, in maggioranza gli abitanti dei villaggi vicini. La storia si concentra sulla difficile scelta dei frati di rimanere in quel luogo per svolgere il proprio compito di carità nonostante le pressioni e le richieste del governo di Francia per il loro rimpatrio in seguito al peggioramento di situazione socio-politica ormai divenuta senza più controllo a causa delle azioni dei gruppi estremistici. Il racconto diviene così un lento e inesorabile conto alla rovescia verso una fine che pare certa.</p>
<p style="text-align: justify;">Beauvois rende benissimo un affresco di un calvario e di un martirio. I frati sono consci di cosa gli aspetti ma piuttosto che  rinnegare la promessa fatta a Dio e i voti, decidono di rimettersi unicamente alla volontà del Signore. La pellicola, mano a mano, si fa sempre più opprimente. Una buona parte di loro nove è presa da dubbi e dalla paura della morte, l’unica prospettiva credibile che spetta loro se non abbandonano il luogo della loro missione. Qualcuno, infatti, vorrebbe lasciare il convento e rientrare in Francia ma, al contempo, altri si oppongono a una decisione che rinnegherebbe il loro “essere monaci”. Alla fine – dopo mesi passati tra la paura di essere uccisi, le pressioni subite dall’esercito algerino per spingerli a non fornire alcuna cura ai terroristi quando questi si presentano feriti alla porta del convento e le minacce di rimpatrio dello Stato francese intenzionato a salvare loro la vita a tutti i costi – ognuno prende liberamente la decisione di rimanere. Grazie alla propria quotidianità, la fede in Dio e nella pace, vista come il bene supremo da perseguire e, in maniera particolare, alle preghiere e ai canti che intonano ogni giorno durante le funzioni riescono a farsi forza a vicenda e a sopportare quell’amaro calice.</p>
<p style="text-align: justify;">Le scene migliori di tutto il film sono forse proprio quelle in cui il gruppo di frati si riunisce a pregare e lodare il Signore. Una di queste sequenze si pone poi sopra le altre: mentre un elicottero dell’esercito sorvola il monastero creando un rumore insopportabile i frati, stringendosi l’uno con l’altro, intonano un canto che sovrasta, con il tono della voce, il rumore del mezzo a motore che, magicamente, si allontana.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Des hommes et des dieux</em> è un buon film. Ben diretto e ben interpretato, racconta una storia che, nonostante i ritmi non certamente sostenuti, interessa e si dimostra avvincente per lo spettatore. Una storia, è vero, con una morale assai semplice ma, al tempo stesso, diretta ed efficace. Giocando in casa potrebbe ricevere qualche premio anche se, probabilmente, nonostante tutto il buono dimostrato, non se li meriterebbe.</p>
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		<title>Copie conforme</title>
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		<pubDate>Tue, 18 May 2010 14:33:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Binoche]]></category>
		<category><![CDATA[Kiarostami]]></category>

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		<description><![CDATA[di Abbas Kiarostami
Iran 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non vi sono dubbi che <em>Copie conforme</em> si debba giudicare come il miglior film visto in Concorso fino ad oggi. Inoltre lo si potrebbe additare anche come il migliore in assoluto tra tutte le competizioni, ufficiali o meno, contendendosi il titolo con <em>Le quattro volte</em> di Michelangelo Frammartino.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda narrata dal regista iraniano si svolge in Italia, più precisamente in Toscana, in un piccolo borgo dell’aretino. I protagonisti sono una donna francese, collezionista di opere artistiche, e un professore britannico, storico dell’arte, entrambi sulla cinquantina, che si incontrano dopo una conferenza tenuta dall’uomo e che finiscono per spendere un intero pomeriggio assieme, passeggiando per le strette vie della cittadella. Rivelare gli altri accadimenti che compongono la trama significherebbe rovinare allo spettatore interessato la piacevole visione del film, mi limito quindi a dare il setting e un accenno alle caratterizzazioni dei personaggi. Sebbene da queste parche informazioni la pellicola possa sembrare alquanto noiosa, in verità, al contrario, la visione provoca un’eccellente soddisfazione in chi guarda, sia durante lo svolgimento sia dopo la conclusione. Appagamento non solo per un pubblico selezionato – quello dei topi da cineteca o degli accaniti frequentatori di festival – ma anche per una platea molto più vasta ed eterogenea, formata anche dai famosi spettatori occasionali poiché, in fin dei conti, <em>Copie conforme</em>, a livello superficiale, si concentra attorno ad un argomento assai comune a chiunque, il rapporto tra due esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Kiarostami realizza uno dei suoi film migliori. E non è un caso che ciò si realizzi proprio grazie a una pellicola girata in Toscana, patria incontrastata del patrimonio artistico del bel paese. Un luogo in cui l’arte ha sempre trovato un rifugio e un mecenatismo che le hanno permesso di svilupparsi incontrastata nel mondo. Un luogo in cui le tecniche che hanno rivoluzionato la messa in scena e, susseguentemente, anche le arti che sono derivate dalla pittura, come la fotografia e, non ultimo, il cinema, hanno trovato un terreno fertile sul quale svilupparsi. La pellicola, infatti, si pone proprio come un tentativo di indagine sulla tecnica della prospettiva. L’immagine è, per la maggior parte delle volte, frontale sia ai personaggi inquadrati, sia allo sfondo racchiuso dentro la cornice. Ogni inquadratura – per lo più dei lunghi piani sequenza realizzati con la macchina a spalla – anche quelle in movimento, vede presente un punto di fuga e una tridimensionalità data proprio ed esclusivamente dal posizionamento degli oggetti in scena, come se ci si trovasse ad ammirare un quadro realizzato nel Rinascimento. Un’intenzione quest’ultima ben chiara fin dai titoli di testa. D’altronde questa “copia conforme” a cui fa riferimento il titolo si può riferire, almeno in parte, a questo tentativo, pienamente riuscito, da parte del regista iraniano di conformarsi ancora una volta, e ancora più chiaramente rispetto alle sue pellicole precedenti, a quella tecnica artistica. Ma la conformità alla copia non è solo da intendersi come quella del cinema alla pittura ma anche quella alla quale i protagonisti vorrebbero, o meno, attuare verso un ideale ben preciso. Ma su questo punto è impossibile svelare di più per non rovinare la visione del film.</p>
<p style="text-align: justify;">Kiarostami porta dunque sulla Croisette un titolo con alte possibilità di vittoria del premio più ambito. Una pellicola che aveva causato qualche imbarazzo per la presenza della Binoche, già madrina dell’evento, nel ruolo di attrice protagonista. Imbarazzo, immagino, dovuto anche alla straordinaria bravura dell’attrice francese, capace di recitare in tre lingue pressoché impeccabilmente, che, senza alcun dubbio, meriterebbe un riconoscimento per lo straordinario lavoro realizzato in fase di ripresa. A meno di non andare incontro a grosse sorprese, aspettiamoci qualche premio per <em>Copie conforme</em>.</p>
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		<title>Biutiful</title>
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		<pubDate>Tue, 18 May 2010 14:29:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Bardem]]></category>
		<category><![CDATA[Inarritu]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alejandro Gonzalez Inarritu
Messico/Spagna 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si sono registrate reazioni contrastanti da parte della critica nei confronti del film di Inarritu. C’è chi lo ha amato e chi lo ha detestato. Chi scrive personalmente non rientra in nessuna delle due categorie ma lo considera sicuramente una buona pellicola, dotata, indubbiamente, di un’ottima sceneggiatura. Insomma proprio quello che ci si aspettava da parte del regista messicano. Probabilmente, anche in questo caso, i più critici verso la pellicola potrebbero sottolineare come sia proprio la ripetitività della messa in scena e della tipologia di storia a rendere <em>Biutiful</em> non certo una novità e quindi assai ripetitivo, al contrario i suoi sostenitori si potrebbero appellare alla “politica degli autori” per giustificare questa indubbie riproposizioni narrative e stilistiche. C’è da spezzare una lancia a favore della pellicola ricordando come quest’anno i selezionatori di Cannes abbiano comunque scelto tutte opere che presentano i tratti maggiormente distintivi del proprio regista.</p>
<p style="text-align: justify;">Inarritu narra la storia di Uxbal, un piccolo criminale che fa da tramite tra dei falsari cinesi di e i migranti senza permesso di soggiorno di origine africana che vendono la loro merce sulle strade di Barcellona, un lavoro che gli creerà non pochi grattacapi. Ma il personaggio interpretato divinamente da Javier Bardem si trova ad affrontare problemi personali ben peggiori. Primo tra tutti la custodia dei propri figli, un bambino e una ragazzina di dieci anni, che il tribunale ha allontanato dalla madre, affetta da disturbi bipolari, incapace di badare a loro perché troppo concentrata su se stessa e la propria libertà. Quella di Uxbal è, in realtà, una corsa contro il tempo perché condannato a morire in seguito di un tumore in stata avanzato che gli è stato riscontrato dai medici. Una pellicola quella di Inarritu nella quale la morte è forse il personaggio protagonista se si pensa a come essa sia sempre presente, fin dall’inizio della pellicola. Uxbal è dotato, infatti, del dono di saper comunicare con i morti e viene più volte chiamato dai parenti di coloro che non ci sono più per cercare di entrare in contatto con i defunti e aiutarli, ascoltandoli, a liberarsi dai segreti che si sono tenuti in vita e che il senso di colpa li mantiene ancora nel limbo tra i due mondi. E’ interessante annotare come proprio il personaggio che maggiormente si trova a contatto con la morte sia quello che, una volta vistosi condannato ad abbandonare le sue spoglie mortali, non riesca ad accettare il proprio destino. Uxbal spenderà il poco tempo che ancora gli rimane tentando di chiudere ogni legame che lo lega ancora indissolubilmente a questo mondo, cercando di donare ai propri figlio, la cosa a cui tiene maggiormente, un futuro in cui possano cavarsela anche senza il suo appoggio e affetto, nella speranza che non dimentichino mai il suo volto, come lui aveva fatto con quello del padre, morto esule in Messico, dopo essere scappato dal regime franchista.</p>
<p style="text-align: justify;">La pellicola di Inarritu si fonda in maggioranza sulla sceneggiatura ma anche, in buona parte, sull’interpretazione di un Javier Bardem davvero ai massimi livelli della carriera. Senza lui e l’umanità che riesce a comunicare attraverso le immagini <em>Biutiful</em> perderebbe molto del suo fascino. Un film che sicuramente verrà distribuito nel nostro paese, probabilmente il prossimo anno, e che merita di essere visto se si ha la possibilità di farlo. Personalmente ritengo che non si possa non considerarlo per un qualche riconoscimento a questa Sessantatreesima edizione del  Festival di Cannes.</p>
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		<title>Outrage</title>
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		<pubDate>Mon, 17 May 2010 10:09:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Kitano]]></category>

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		<description><![CDATA[di Takeshi Kitano
Giappone 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Kitano ritorna allo Yakuza movie e lo fa nella maniera più consona al suo stile. La vicenda è alquanto basilare, si tratta di un regolamento di conti interno tra diverse famiglie legate all’organizzazione criminale che condurrà a una lunga faida di scontri per il potere. Se il soggetto può suonare drammatico la pellicola, al contrario, si rivela estremamente divertente, come la maggior parte di quelle che portano la firma dell’autore giapponese. Il suo stile sempre sopra le righe rende comica anche la situazione più tragica come, ad esempio, i numerosi sacrifici corporali che gli yakuza sono obbligati a commettere, secondo il proprio codice d’onore, come prova tangibile di pentimento al fine di lavare l’offesa che involontariamente, o meno, hanno compiuto verso un’altra famiglia affiliata alla propria. La pellicola si sviluppa come un insieme di scene in cui gli affiliati – dal boss fino all’ultimo degli sgherri – tramano l’uno contro l’altro e attuano la propria vendetta per un oltraggio che ritengono di avere subito.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ ovvio che l’universo di riferimento di Kitano non sia la realtà. I suoi personaggi non sono persone, sono pupazzi. Marionette che il regista del Sol Levante manovra proprio come un burattinaio a suo piacimento, facendo compiere loro azioni e gesti espressamente esagerati. I caratteri, almeno quelli di origine giapponese – è presente anche qualche straniero, ma solo di contorno – paiono danzare ogni volta che muovo il corpo, sia che stiano discutendo animatamente con qualcuno, sia che stiano compiendo gesti violenti. Sono forse proprio le sequenze – indubbiamente molte – nelle quali l’aggressività viene sprigionata a risultare quelle più espressamente irreali. Qui i protagonisti si svelano allo spettatore proprio per quello che sono: maschere di una commedia basata su codici di racconto ben precisi e regolamentati. I gesti sono volutamente portati al limite e assumono una dimensione che, affrancandoli dalla realtà, esorcizza il lato violento di quei movimenti, provocando una reazione naturale nello spettatore, quella del riso. Sembrerà strano ma se si riflette su tutto ciò si scopre come sia lo stesso principio che sussiste alla base delle commedie piene di botte e schiaffoni del duo Bud Spencer e Terence Hill. I pugni e i calci non sono percepiti negativamente ma fanno ridere e il lato comico non è provocato unicamente dal suono fumettistico che li descrive – che serve solo per accentuare questa idea di comicità – ma esclusivamente dal movimento irreale dell’azione. Tornando a Kitano, non sono solo le movenze dei personaggi a provocare l’ilarità ma anche il modo in cui le battute vengono dette e, soprattutto, il tono della voce sempre alto, urlato, contribuiscono a quel senso di sospensione della realtà, di sogno a occhi aperti che, senza dubbio alcuno, connota la pellicola.</p>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe affermare che <em>Outrage</em> sia un film tarantiniano se solo il regista giapponese non fosse uno dei punti di riferimento di quello americano e uno dei suoi “maestri” saccheggiati. Probabilmente la pellicola non riceverà la Palma d’Oro ma dobbiamo darle atto di aver portato un po’ di divertimento in un Festival fino ad ora, a parte poche eccezioni, un poco sottotono. Aspettiamoci un’uscita nelle sale italiane tra qualche mese, Kitano è ovviamente un nome non solo da Festival ma, da diversi anni a questa parte, dotati di una buona distribuzione anche nelle sale della Penisola.</p>
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