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	<title>All&#039;ombra della Palma &#187; &#8211; Un Certain Regard</title>
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	<description>ilSassolino.net al Festival di Cannes</description>
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		<title>Skazka pro temnotu</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2009 16:01:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Un Certain Regard]]></category>
		<category><![CDATA[Khomeriki]]></category>
		<category><![CDATA[Skazka pro temnotu]]></category>

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		<description><![CDATA[di Nikolay Khomeriki
Russia 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Soggetto interessante, realizzazione non proprio. Credo che questo film russo, della durata di un ora e un quarto &#8211; ma che durante la visione sembrano due e mezza &#8211;  non vincerà la sezione di Un Certain Regard. Il motivo? E&#8217; troppo lento. Ciò non sarebbe neanche una qualità negativa solo se fosse giustificata dalla storia che si sta raccontando. In questo caso si assiste il più delle volte a un tentativo di stiracchiare i pochi argomenti che si hanno a disposizione per arrivare alla fatidica soglia dei 75 minuti che permette di classificare l&#8217;audiovisivo come lungometraggio e non come mediometraggio. La vicenda racconta di una bella poliziotta russa che, a differenza di tutte le donne della sua nazione, non è interessata ai soldi e, dunque, a un uomo che la ricopra di denaro. Questo però comporta che lei, agli occhi degli altri ma anche in pratica, nella vita, risulti essere una perdente. Sola, senza amici, priva di un uomo interessato ad accompagnarla alle lezioni di ballo senza avere in cambio del sesso, dedita unicamente ad aiutare i bambini che, grazie al suo lavoro, deve sottrarre alle famiglie problematiche e affidare a istituti statali. Naturalmente più la vicenda progredisce, più lei inizia lentamente a cambiare idea e si lascia andare, fino a concedersi all&#8217;arricchito di turno. Nonostante questo, però, umanamente, non verrà considerata altro che un&#8217;oggetto. Vicenda, questa, alla quale mancano gli avvenimenti per durare così a lungo. Storia che detiene i suoi pregi raccontando di una condizione femminile nella Russia moderna, una condizione che il più delle volte pare di prostituzione legalizzata, vicinanza e attenzioni in cambio di lusso e denaro &#8211; ma è così solo nell&#8217;ex paese comunista? &#8211; ma che per il modo in cui è messa in scena finisce solo per far annoiare e sbadigliare lo spettatore anche quello più attento a queste tematiche di rispetto verso il mondo femminile.</p>
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		<title>Einam pkuhot</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 19:22:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Un Certain Regard]]></category>
		<category><![CDATA[Einam pkuhot]]></category>
		<category><![CDATA[Haim Tabakman]]></category>

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		<description><![CDATA[di Haim Tabakman
Israele 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Einam  pkuhot</em>, <em>Eyes wide open</em> in inglese, è un film di nazionalità israeliana che ci porta nel mondo degli ebrei ortodossi di Gerusalemme. La peculiarità della storia è il rapporto omosessuale che viene a instaurarsi tra due di loro, l&#8217;uno un padre di famiglia, l&#8217;altro un ragazzo cacciato in continuazione da tutte le comunità a causa proprio della sua vita sessuale considerata peccaminosa. Il film non è male. Tutt&#8217;altro. Riprende una tematica molto presente quest&#8217;anno sulla Croisette, le relazioni omosessuali, specialmente se maschili. La peculiarità di questa storia è proprio la sua ambientazione, il mondo chiuso della comunità ebraica ortodossa. Nella vicenda infatti non succedono molte cose, essa si focalizza di più sui sentimenti e sulle sensazioni dei personaggi, sia dei protagonisti, sia dei comprimari, dalla moglie di uno dei due, al rabbino, a una serie di studenti del talmud che, ovviamente, osteggiano il ragazzo trasferitosi nella loro comunità perché considerato un peccatore e, per questo, un pericoloso elemento destabilizzante. Ovviamente la pellicola non si conclude in modo da consentire ai personaggi di vivere liberamente la loro relazione: l&#8217;ordine iniziale viene ristabilito seguendo alla lettera le leggi della Torah, l&#8217;estraneo viene espulso ma, al contempo, il bagno purificatore con il quale il padre di famiglia tenta di lavarsi di dosso il proprio peccato, appare, con la sua  immersione prolungata priva di emersione, un tentativo di chiedere perdono non per se stessi ma per la propria comunità. Se si pensa che quella emersione non mostrata significhi la morte del protagonista allora possiamo credere che lui sia a tutti gli effetti la vittima sacrificale che purifica i propri simili dal peccato che loro hanno commesso: non riconoscere l&#8217;amore tra due persone, non solo quello tra i due uomini ma, parallelamente, anche quello tra un ragazzo e una ragazza che era stata promessa sposa a un altro uomo (che finirà col diventarne il marito). Una buona opera prima in corsa per la Camera d&#8217;oro questa di Haim Tabakman. Unica pecca riscontrabile è forse la lentezza eccessiva ma ciò è dovuto in modo particolare alla mancanza di azioni che vengono compiute dai personaggi sullo schermo.</p>
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		<title>Nang mai</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 19:02:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Un Certain Regard]]></category>
		<category><![CDATA[Nang mai]]></category>
		<category><![CDATA[Pen-Ek Ratanaruang]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pen-Ek Ratanaruang
Thailandia 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nang mai in lingua thai significa Ninfa. Ed è proprio quella speciale creatura dei boschi l&#8217;oggetto misterioso di questo film che definirei un horror in salsa tailandese. Niente a che vedere però con i film di tale genere che siamo abituati a vedere solitamente nelle sale occidentali. La pellicola è infatti assai lenta, estenuantemente lenta per essere appunto un film dell&#8217;orrore. Se questa deve esserlo, certamente non è parente prossima della New Horror americana e dei suoi discendenti ma, se dovessimo darle un progenitore, direi che questo può essere il genere orrorifico degli anni &#8217;50 e i film di Val Newton, nei quali l&#8217;oggetto che provocava il terrore non era mai inquadrato ma era e restava sempre fuoricampo. Un po&#8217; come quella mosca bianca che è stata <em>The Blair Witch Project</em>, nel quale non si riusciva mai a vedere veramente l&#8217;origine e la fonte della paura. In <em>Nang mai </em>è più o meno la stessa cosa. Ma se non lo vogliamo considerare un horror, forse anche giustamente, il film può essere visto come una storia d&#8217;amore tra moglie e marito e il loro ricongiungimento attraverso una misteriosa epifania naturale. La Ninfa del titolo infatti potremmo considerarla come una divinità che riporta l&#8217;amore in una coppia di sposi tra i quali è caduto il silenzio. La moglie sostituisce il dialogo con il marito a quello, attraverso il cellulare, con l&#8217;amante. L&#8217;uomo, rapito dalla Ninfa, trova in lei quell&#8217;appagamento sessuale che la compagna non vuole dargli. La donna, sì, è preoccupata per la scomparsa dell&#8217;uomo ma, ancora di più, è resa gelosa dall&#8217;assenza di questi. Attraverso la mancanza lei scopre nuovamente di amarlo e fa di tutto per riportarlo a casa, anche &#8220;litigare&#8221; (è questa la parola con la quale il marito descrive ciò che è successo all&#8217;amante della moglie) con il corpo fisico, un albero, della Ninfa. Come si capisce il film di Pen-Ek Ratanaruang è assai strano e sorprendente. Forse meriterebbe di essere visto, se si riesce a superare la prima mezz&#8217;ora di, apparentemente, vuoto narrativo.</p>
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		<title>Dogtooth</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2009 17:16:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Un Certain Regard]]></category>
		<category><![CDATA[Dogtooth]]></category>
		<category><![CDATA[Lanthimos]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giorgos Lanthimos
Grecia 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Dogtooth</em>, ovvero il canino.  E&#8217; proprio quel dente la chiave della vicenda di questo film greco molto interessante e in competizione per Un Certain Regard. La storia ruota attorno ai tre figli di una coppia, un maschio e due femmine, ormai vent&#8217;enni, che vivono segregati in una villa sperduta rinchiusa da un&#8217;alta staccionata che non possono varcare e che, secondo le regole del padre, potranno abbandonare solo una volta che uno dei loro canini sarà caduto. Un film per certi versi allucinante questo di Lanthimos che ci racconta la vita in un mondo fittizio, protetto e falso, nel quale, non solo le cose hanno un&#8217;altro nome &#8211; la salierà è nota come il telefono, dei fiori gialli sono chiamati zombie e la vagina viene appellata come tastiera &#8211; ma anche la comune morale, anche nei suoi aspetti più controversi, è ribaltata &#8211; il padre infatti non si pone scrupoli nel far sfogare gli istinti sessuali del figlio con una delle due sorelle. Il regista ci porta in un mondo a parte, un modo che se da una lato può sembrarci divertente quando gli oggetti vengono indicati con nomi diversi da quelli che siamo abituati a sentire, dall&#8217;altro, il più delle volte, ci viene mostrato come una microsocietà distopica dalla quale, però, non pare esserci via di fuga per mancanza di una minima conoscenza di ciò che avviene all&#8217;esterno di quel recinto. I ragazzi in effetti non si preoccupano di uscire da quella gabbia, che per loro è e rimane il loro mondo. L&#8217;unico scopo della loro vita si riduce all&#8217;aumento del numero dei premi &#8211; delle banali figurine &#8211; che possono vincere in competizioni di resistenza e abilità alle quali i genitori li obbligano a sottostare. Solo la maggiore, incuriosita da un film &#8211; Rocky - che era riuscita a vedere senza che i genitori lo scoprissero, lentamente, svilupperà un&#8217;attrazione verso l&#8217;esterno che, in conclusione, la porterà a evadere in un modo che definire cruento sarebbe diminutivo. Un film che è un&#8217;esperimento sociologico e che si pone una domanda: come potrebbe reagire l&#8217;essere umano se  privato della libertà alla stregua di un animale nato e cresciuto in cattività? Una pellicola che vale la pena di essere vista anche per la sua audacia e bizzarria ma che, comunque, risulta sempre credibile nonostante la sua palese irrealtà. D&#8217;altronde è sempre la solita domanda che viene da porsi: perché da noi questo tipo di vicende così estreme e al limite del surreale non funzionano mentre siamo disposti a credere a tutto ciò se prodotto all&#8217;estero? Quesito che continua a non avere nessuna risposta esaustiva.</p>
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		<title>Le père de mes enfants</title>
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		<pubDate>Mon, 18 May 2009 14:48:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Un Certain Regard]]></category>
		<category><![CDATA[Le père de mes enfants]]></category>
		<category><![CDATA[Mia Hansen-Love]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mia Hansen-Love
Francia 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; "><em>Le père de mes enfants</em> è un film che personalmente mi ha fatto tornare alla mente <em>La stanza del figlio </em>di Nanni Moretti ma in questa pellicola non è un ragazzo a venire a mancare ma il padre di quella che appare essere una famiglia felice. Ma poiché a chi scrive l&#8217;opera del regista italiano, vincitrice del Festival di Cannes, non è piaciuta per niente, anche questa a firma della Hansen-Love lo ha lasciato abbastanza freddo. Freddo perché sono convinto che a <em>Le père de mes enfants </em>manchi un centro. In effetti a metà del film, il protagonista che fino a quel momento avevamo seguito, si suicida a causa dei debiti che lo costringeranno a dichiarare la bancarotta della propria società. Se fino a qui avevamo assisitito a un padre che cercava di non far pesare sulla propria famiglia il suo insuccesso lavorativo, ora, invece, dopo la sua morte assumiamo il punto di vista della moglie e della figlia maggiore che cercano, la prima di salvare, inutilmente, la società cinematografica fondata dal marito e la seconda di scoprire se il padre avesse effettivamente un figlio con un altra donna del quale non aveva mai parlato. Se la prima parte del film, che rappresenta questa figura di padre amorevole e molto presente ma, al contempo distratto dalle preoccupazioni sul lavoro, si salva, la seconda, ovvero il modo in cui queste due donne cercano di sopravvivere alla sciagura, stanca. Non fin tanto da provocare degli sbadigli, perché il film, comunque, si lascia vedere, ma non risulta interessante come la metà precedente, sebbene risulti sia ben girato sia ben interpretato. La regista nonostante la sua giovanissima età &#8211; è del 1981 &#8211; è già al suo secondo lungometraggio e, inotre, per un biennio è stata critica cinematografica presso la prestigiosa rivista dei <em>Cahiers du Cinema</em>. Dovendo quindi presumere di non trovarsi di fronte a una novizia della settima arte, si deve riscontrare come questo film, secondo il parere di chi scrive, non risulti del tutto riuscito. Conviene ripetere, comunque, che se un lettore ha amato la <em>Stanza del figlio</em>, allora, probabilmente, gli piacerà anche questo <em>Le père de mes enfants</em>.</p>
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		<title>Mother</title>
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		<pubDate>Sat, 16 May 2009 18:36:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Un Certain Regard]]></category>
		<category><![CDATA[Bong Joon Ho]]></category>
		<category><![CDATA[Mother]]></category>
		<category><![CDATA[Park Chan-Wok]]></category>

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		<description><![CDATA[di Bong Joon Ho
Corea del Sud 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Qui si ha come l&#8217;impressione, ma ormai sono anni a dire la verità, che il cinema coreano stia producendo molte tra le cose più interessanti che si vedono sugli schermi da un po&#8217; di tempo a questa parte. <em>Mother</em> non tradisce certo questa sensazione. Bong Joon Ho ha il merito di realizzare un grande film che richiama molto da vicino, nello stile, l&#8217;opera del suo connazionale Chan-Park Wook. Tra i due, però, il Festival ha dovuto effettuare una scelta, non volendo, come si può credere, inserire due pellicole provenienti dalla Corea del Sud entrambe in concorso. <em>Mother</em>, dunque, si è ritrovata in Un Certain Regard, forse, non del tutto meritandosi questa, seppur prestigiosa, collocazione ma che rimane pur sempre secondaria. Il film si divide in due parti ben precise: nella prima assistiamo a una specie di &#8220;madre coraggio&#8221; che cerca di proteggere il proprio figlio, un adolescente un po&#8217; ritardato, soprattutto quando viene accusato per un omicidio che lui afferma di non aver commesso, mentre nella seconda prendiamo parte alla ricerca della donna del vero assassino e, qui, si assiste a diversi colpi di scena che rendono il film, soprattuto in questo secondo tempo, memorabile. Non mancano anche le citazioni: una su tutte, la scoperta dell&#8217;assassino è pressoché identica a quella di <em>Profondo Rosso</em> di Dario Argento in cui Clara Calamai è riflessa nello specchio e il protagonista ha un ricordo lucido di quell&#8217;immagine. C&#8217;è da chiedersi come mai il cinema coreano riesca a essere così potente. Sia per le storie che racconta sia per le immagini attraverso le quali le mette in scena. A livello di sceneggiatura i cineasti del paese orientale riescono sempre a narrare accadimenti anche improbabili ma in modo del tutto sempre credibile - ricordiamoci dei vampiri di Park Chan-Wook - e a connotare ogni loro copione di una vena umoristica, soprattutto a livello gestuale, che ha pochi epigoni nel cinema contemporaneo che siamo solitamente abituati a vedere. Forse è però nella messa in scena che alcuni registi di quella nazione asiatica sono divenuti dei veri e propri &#8220;maestri&#8221;. Bong Joon Ho, senza arrivare agli eccessi, a volte quasi manieristici, di Park Chan-Wok, dimostra ancora una volta di saper maneggiare la macchina da presa in maniera sublime, sempre focalizzandosi sull&#8217;essenziale, su ciò che è importante per portare avanti lo svolgimento della storia forte che ha deciso di raccontare. Questo è un film che potremmo vedere sui nostri schermi, anche se probabilmente in una piccola distribuzione. Nel caso che ciò succeda non bisogna assolutamente lasciarselo scappare.</p>
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		<title>Samson and Delilah</title>
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		<pubDate>Sat, 16 May 2009 18:14:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Un Certain Regard]]></category>
		<category><![CDATA[Samson and Delilah]]></category>
		<category><![CDATA[Thornton]]></category>

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		<description><![CDATA[di Warwick Thornton
Australia 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Abbiamo trovato il Ken Loach australiano? Forse. Warwich Thornton esordisce alla regia con un film che è un vero e proprio pugno nello stomaco. La vicenda si focalizza sulla vita di due giovani aborigini di una riserva australiana &#8211; non immaginiamoci antichi costumi tradizionali o qualcosa di simile ma solo uno squallido posto con uno sparuto numero di baracche, rifiuti e tanta solitudine &#8211; un&#8217;esistenza che, non per colpa loro, quasi come se ciò che accade sia indipendente dalla loro volonta, lentamente va alla deriva. Questo è un film che non ha bisogno di parole, proprio come il protagonista &#8211;  Samson, un ragazzo con problemi di udito e drogato dell&#8217;odore della benzina &#8211; e infatti il regista quasi non le usa, bastano le immagini a descrivere lo stato in cui i due cadono miserabilmente e il mondo che li circonda e li sopraffà. La diegesi è indescrivibile senza incorrere nel rischio di banalizzare la vicenda a un elenco di avvenimenti che ridurrebbero il film a un riassunto che non si merita.</p>
<p style="text-align: justify;">Thornton ci pone però in un mondo a parte, quello di reietti ai margini di una società australiana che vive come se loro non esistessero. Gli aborigeni, già sconfitti dal punto di vista storico, vengono ora annientati quotidinanamente anche sul piano personale grazie all&#8217;indifferenza e allo sfruttamento dei &#8220;conquistatori&#8221; di quella terra. Il regista però non imbastisce una storia di denuncia della condizione di quella minoranza della popolazione australiana, tutt&#8217;altro, il suo obiettivo si focalizza unicamente sulla pelle dei due protagonisti che, sentendosi costretti ad evadere dal loro villaggio, non riescono a trovare un altro posto che li accolga, almeno non in mezzo alla gente. Anzi, il mondo esterno risulta essere peggiore di quello conosciuto. Solo alla fine i due potranno trovare un po&#8217; di pace, assieme sì, ma divisi dal deserto e da tutto il resto del genere umano.  La pellicola è ben fatta, forse un po&#8217; lenta, soprattutto in testa, ma questa iniziale lentezza è totalmente giustificata ai fini della vicenda per mostrare agli spettatori la vita sempre uguale e immutabile che viene condotta all&#8217;interno del villaggio. Non credo che ci sarà la possibilità di vederlo in Italia almeno che non trovi un piccolo distributore disposto a investirci soldi a perdita visto la tematica della pellicola, nonostante la vera e propria standing ovation che il film ha ricevuto durante la proiezione per la stampa questa mattina alla presenza anche di Thornton e dei due giovani attori .</p>
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		<title>Kuki Ningyo</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 18:27:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Un Certain Regard]]></category>
		<category><![CDATA[Air Doll]]></category>
		<category><![CDATA[Hirokazu Kore-eda]]></category>
		<category><![CDATA[Kuki Ningyo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Hirokazu Kore-eda
Giappone 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Può una bambola gonfiabile, un sostituto del piacere sessuale naturale, mostrare i difetti degli uomini e avere il potere di curarli? Secondo il regista giapponese Hirokazu Kore-eda evidentemente sì. E a ragione. Il film in effetti è ben fatto. In breve, una bambola gonfiabile, usata come compagna di vita da un uomo prossimo alla mezza età, trovando un cuore, prende vita. Come succeda tutta questo e perché non ci è dato saperlo, ma non importa. Ciò che conta, infatti, non è il &#8220;perché&#8221; ma il &#8220;quale&#8221;, ovvero, lo scopo per cui questo pezzo di plastica inanimato prende vita. La bambola, interpretata poi per la maggior parte del film da un&#8217;attrice in carne ed ossa, viene alla luce per salvare il genere umano dalla quotidianità nella quale è caduto. Un mondo che la bambola impara a conoscere pian piano. Quest&#8217;ultima, infatti, si comporta come una bambina appena nata che &#8211; a parte per la parola della quale è già dotata &#8211; apprende tutti i comportamenti umani imitando ciò che vede. Comportamenti che, a volte, smaschera anche a causa della loro insensatezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo <em>Up</em>, che continua il filone intrapreso da Pixar - e prima ancora dall&#8217;animazione in generale &#8211; sull&#8217;umanizzazione dell&#8217;oggetto, ora anche questa pellicola giapponese porta alla ribalta la medesima tematica. Gli oggetti divengono sempre più non solo uno specchio del genere umano ma un suo vero e proprio sostituto. Per certi versi anche migliore. L&#8217;inanimato pare abbia raccolto dall&#8217;uomo ciò che egli ha perso in questi anni in cui la società lo ha spinto a divenire sempre più un oggetto lui stesso, un oggetto in balia della società stessa.  Contenitori vuoti, pieni di aria, proprio come la bambola. Il referente per l&#8217;umanità perduta non è più un ricordo di noi stessi ma un nuovo esempio, un nuovo modo di vivere &#8211; che poi è simile, per non dire identico, a quello che il genere umano pare essersi completamente scordato &#8211; e che solo un oggetto che si fa altro da sé ci può insegnare di nuovo per mezzo del suo esempio e del suo, vero e proprio, martirio. C&#8217;è qualcosa di cristologico in questa <em>Air Doll</em> &#8211; che è anche il titolo in inglese &#8211; dagli occhi a mandorla. Venuta senza una motivazione certa, si è fatta carico delle incongruenze umane per redimerle con il suo esempio. Emblematica è la scena finale nella quale una giovane ragazza bulimica, che più volte è apparsa nella storia, affacciandosi dalla finestra della propria casa, osserva il corpo ormai privo di aria della bambola, abbandonato in strada in mezzo a una pila di rifiuti. Un&#8217;immagine questa &#8211; un corpo rinsecchito circondato da rifiuti di cibo &#8211; che richiama esattamente alla mente la situazione della giovane bulimica e che più volte ci era stata presentata. Quest&#8217;ultima, affacciata alla finestra, nell&#8217;osservare la scena esclama: &lt;&lt;Bellissimo&gt;&gt;. Esattamente le stesse parole che aveva pronunciato l&#8217;air doll nel momento in cui aveva preso vita. Il cerchio si è chiuso. L&#8217;umanità è stata redenta. Ci sarebbe da sperare che lo sia stata per sempre ma, credo, questo è un sogno destinato a non diventare, probabilmente, mai realtà.</p>
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		<title>Kasi az gorbehaye irani khabar nadareh</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 17:59:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Un Certain Regard]]></category>
		<category><![CDATA[Ghobadi]]></category>
		<category><![CDATA[No one knows about persian cats]]></category>

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		<description><![CDATA[di Bahman Ghobadi
IRAN 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>No one knows about persian cats</em>, questo il titolo tradotto in inglese, è un film che tutti dovrebbero vedere. Tutti. E&#8217; una di quelle pellicole che, con una semplicità disarmante, parla al cuore e al cervello degli uomini. La storia è semplice: un ragazzo e una ragazza sono alla ricerca di altri componenti per un gruppo musicale indie rock e noi li seguiamo mentre &#8211; con l&#8217;aiuto di un amico improvvisatosi agente &#8211; girano la città nel tentativo di scovare gli strumentisti che farebbero al caso loro, sospinti dal sogno di raggiungere Londra il più presto possibile dove tentare la fortuna con la loro musica.</p>
<p>Una trama quasi banale si direbbe. Una trama banale se non fosse ambientata in Iran. I due giovani, infatti, incorrono in problemi che per noi occidentali paiono non solo stupidi &#8211; come trovare passaporti e visti per espatriare, questa è infatti la loro maggiore preoccupazione &#8211; ma del tutto assurdi. Ghobadi ci mostra un Iran diverso da quello che siamo soliti sentirci raccontare dai media di tutto il mondo occidentale, ovvero composto da fanatici religiosi pronti a dare la vita per la supremazia dell&#8217;Islam. Il regista ci porta nell&#8217;Iran nascosto, quello underground, dove i ragazzi (e le ragazze) non solo vestono all&#8217;occidentale ma dimostrano i medesimi gusti e interessi dei loro coetanei europei e americani. E&#8217; un paese vivo quello che si nasconde alle autorità ufficiali. Sì, loro sono una parte della società che si  sente veramente  oppressa &#8211; infatti sono tutti convinti che non si possa fare musica, almeno quella che piace a loro, in quel luogo &#8211; ma, al contempo, tengono duro, sopravvivono con quello che hanno e con quello che possono &#8220;rubare&#8221; &#8211; gli spazi, i tempi &#8211; allo Stato che li opprime, nella speranza che, prima o poi, si riesca scappare da quell&#8217;inferno. Scappare. Non cambiare. Solo in pochi sono convinti di non voler emigrare all&#8217;estero; e forse quei pochi sono anche i più realisti perché i sogni di gloria verranno presto infranti e la dura realtà prenderà il sopravvento.</p>
<p>Un film duro, raccontato però alquanto giovanilmente, piegando la fiction ( sebbene sia ispirato a una storia vera) a uno stile che spazia dal documentario fino a sequenze del tutto consimili a un videoclip ma che rimangono, però, sempre molto narrative e che raccontano un altro Iran invisibile, quello delle persone colte da un&#8217;estrema povertà e dei reietti, coloro che la rivoluzione religiosa non ha aiutato affatto. Si deve sperare che il film venga distribuito in Italia perché merita di essere visto il più possibile nel mondo. Sinceramente non si capisce come possa essere stato relegato in una categoria come Un Certain Regard, certamente prestigiosa, ma pur sempre non il Concorso Ufficiale. Un vero peccato.</p>
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		<title>Film Un Certain Regard 2009</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2009 08:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Un Certain Regard]]></category>

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		<description><![CDATA[Elenco completo dei lungometraggi della categoria ufficiale Un Certain Regard.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Elenco completo dei lungometraggi della categoria ufficiale Un Certain Regard.</p>
<p>AMINTIRI DIN EPOCA DE AUR<span> </span> (TALES FROM THE GOLDEN AGE)<span> </span> di Ioana URICARU, Hanno HÖFER, Constantin POPESCU, Cristian MUNGIU, Razvan MARCULESCU</p>
<p>DEMAIN DÈS L&#8217;AUBE<span> </span> (TOMORROW AT DAWN)<span> </span> di Denis DERCOURT</p>
<p>EYES WIDE OPEN (EINAYM PKUHOT)<span> </span> (EYES WIDE OPEN)<span> </span> di Haim TABAKMAN</p>
<p>INDEPENDENCIA<span> </span> (Independencia) di Raya MARTIN</p>
<p>IRÈNE<span> </span> (IRENE)<span> </span> di Alain CAVALIER</p>
<p>KASI AZ GORBEHAYE IRANI KHABAR NADAREH<span> </span> (NO ONE KNOWS ABOUT PERSIAN CATS)<span> </span> di Bahman GHOBADI</p>
<p>KUKI NINGYO<span> </span> (AIR DOLL)<span> </span> di KORE-EDA Hirokazu</p>
<p>LE PÈRE DE MES ENFANTS<span> </span> (FATHER OF MY CHILDREN ) di Mia HANSEN-LØVE</p>
<p>LOS VIAJES DEL VIENTO<span> </span> (THE WIND JOURNEYS)<span> </span> di Ciro GUERRA</p>
<p>MORRER COMO UM HOMEM<span> </span> (TO DIE LIKE A MAN)<span> </span> di João Pedro RODRIGUES</p>
<p>MOTHER<span> </span> di BONG Joon-Ho</p>
<p>POLITIST, ADJECTIV<span> </span> (POLICE, ADJECTIVE)<span> </span> di Corneliu PORUMBOIU</p>
<p>SAMSON AND DELILAH<span> </span> di Warwick THORNTON</p>
<p>SKAZKA PRO TEMNOTU<span> </span> (TALE IN THE DARKNESS)<span> </span> di Nikolay KHOMERIKI</p>
<p>THE SILENT ARMY<span> </span> di Jean VAN DE VELDE</p>
<p>TZAR<span> </span> di Pavel LOUNGUINE</p>
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