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	<title>All&#039;ombra della Palma &#187; * Selezione Ufficiale</title>
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	<description>ilSassolino.net al Festival di Cannes</description>
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		<title>Coco Chanel &amp; Igor Stravinsky</title>
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		<pubDate>Sat, 23 May 2009 11:53:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Hors Compétition e Séances Spéciales]]></category>
		<category><![CDATA[Coco Chanel & Igor Stravinsky]]></category>
		<category><![CDATA[Kounen]]></category>

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		<description><![CDATA[di Jan Kounen
Francia 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Film di chiusura questa biopic su Coco Chanel e Igor Stravinsky tratta dal romanzo di Chris Greenhalgh che si focalizza sulla relazione amorosa tra la famosa stilista francese e il noto compositore russo. Solitamente le pellicole che concludono questo tipo di kermesse sono, per una ragione o per l&#8217;altra, abbastanza noiose. Questa volta, invece, l&#8217;opera per la regia di Jan Kounen non appare così negativa, sebbene alla stampa non sia piaciuta per niente. Tutta la vicenda è incentrata sulla storia d&#8217;amore tra i due, un rapporto clandestino perché l&#8217;uomo è sposato e padre di cinque figli. Una relazione che però si svolge sotto gli occhi della moglie visto che la famiglia Stravinsky è ospite della casa della stilista. L&#8217;aspetto che chi scrive ha trovato maggiormente interessante nel film è sicuramente la caratterizzazione dei due protagonisti principali, infatti i due subiscono un interscambio dei ruoli che solitamente vengono deputati all&#8217;uomo e alla donna. E&#8217; Coco il personaggio forte mentre è Stravinsky a risultare quello debole, così come appare un leader, nonostante la salute cagionevole, anche la moglie del musicista. Assistiamo dunque a uno stravolgimento delle regole che corrisponde allo stravolgimento che la musica del compositore russo ha portato all&#8217;interno della Classica. Ciò è magistralmente mostrato dalla sequenza iniziale del film nel quale assistiamo a una delle prime rappresentazioni parigine di una delle opere del musicista. Kounen, almeno in questa sequenza, dimostra una grandissima abilità registica, riuscendo a gestire per un quarto d&#8217;ora, una scena che sullo schermo appare veramente &#8220;operistica&#8221;. In effetti i primi quindici minuti valgono tutto il film. La restante ora e quarantacinque non è il classico melodramma su un rapporto clandestino che si vorrebbe funzionasse ma che non potrà mai funzionare ma una sua variazione sul tema e, per questo, appaga abbastanza. Certamente non ci troviamo di fronte a un capolavoro o a una pellicola che rimarrà a lungo nella memoria ma, comunque, pone una degna fine a un&#8217;ottimo Festival di Cannes.</p>
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		<title>The imaginarium of Doctor Parnassus</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/cannes/2009/05/22/the-imaginarium-of-doctor-parnassus/</link>
		<comments>http://www.ilsassolino.net/cannes/2009/05/22/the-imaginarium-of-doctor-parnassus/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 22 May 2009 10:01:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Hors Compétition e Séances Spéciales]]></category>
		<category><![CDATA[Gilliam]]></category>
		<category><![CDATA[The imaginarium of Doctor Parnassus]]></category>

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		<description><![CDATA[di Terry Gilliam
USA 2009
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;A film from Heath Ledger and his friends&#8221; con questa frase si conclude <em>The Imaginarium of Doctor Parnassus</em> di Terry Gilliam, in Italia dal 4 Settembre con il bruttissimo titolo <em>Parnassus &#8211; L&#8217;uomo che voleva ingannare il diavolo</em>. Nonostante l&#8217;infelice scelta del traduzione nella nostra lingua, il diavolo qualcosa, in questa storia, in effetti c&#8217;entra qualcosa. Il plot principale si risolve per l&#8217;appunto attorno a un patto che Parnassus ha stretto con il maligno, conosciuto come Mr. Nick e meravigliosamente interpretato da Tom Waits, un patto che, ovviamente, quando sopraggiunge l&#8217;ora di rispettarlo, l&#8217;immortale Dottore non ha la minima intenzione di farlo, soprattutto perché riguarda l&#8217;anima della propria figlia. Il diavolo, allora, propone una rinegoziazione: chi dei due sarà il primo ad attrarre le anime di cinque mortali &#8211; Parnassus con il suo immaginario e Mr. Nick con le sue tentazioni &#8211; avrà vinto e diventerà il padrone dell&#8217;anima di Valentina, la figlia. E Heath Ledger in tutto questo? L&#8217;attore australiano, qui alla sua ultimissima interpretazione, assume il ruolo di Tony, uno strano personaggio che viene incontrato per caso dalla compagnia teatrale di Parnassus e che aiuterà loro a conseguire il loro progetto salvo, poi, nel finale, rivelare qualche aspetto nascosto e controverso della sua personalità.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>The imaginarium of Doctor Parnassus</em> è decisamente un film di Terry Gilliam, di quello più visionario. E il risultato è più che soddisfacente. Lo sguardo del regista è distorto come il suo obiettivo grandangolare, utilizzato abbondantemente, anche per i primissimi piani. Distorsione che avviene anche a livello scenografico, non solo per gli effetti digitali che permettono al regista la possibilità di malleare a piacimento la visione, ma anche grazie alle scenografie che distorcono la realtà. Ma forse quest&#8217;ultimo termine è del tutto fuoriluogo perché per un regista che ben poche volte nella sua carriera ha fatto i conti con il reale, soprattutto in questa pellicola, tutto ciò che succede dietro lo specchio &#8211; citazione/omaggio, ovviamente, di Lewis Carroll &#8211; è unicamente collegabile all&#8217;immaginario e alla fantasia. Gli specchi del film, non solo quello che porta nell&#8217;altra dimensione, nella mente del Dottore, ma anche quelli della scena in cui Valentina e Mr. Nick danzano, non rispecchiano mai delle immagini di un referente reale ma, o non riflettono nulla (come quello sul palcoscenico), oppure mostrano diversi punti di vista (come nella sequenza del ballo) sebbene di un sogno (o incubo), non certo di un qualsiasi tipo di reale. D&#8217;altronde come i personaggi che entrano nella mente e nell&#8217;immaginario di Parnassus, così, noi spettatori, varchiamo la soglia dello specchio/schermo per immergerci nelle visioni cinematografiche di Terry Gilliam con un risultato che è esattamente lo stesso: di soddisfazione.</p>
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		<title>Panique au village</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2009 16:16:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Hors Compétition e Séances Spéciales]]></category>
		<category><![CDATA[Aubier]]></category>
		<category><![CDATA[Panique au village]]></category>
		<category><![CDATA[Patar]]></category>

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		<description><![CDATA[di Stéphane Aubier Vincent Patar
Belgio 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Certamente una delle migliori cose viste quest&#8217;anno al Festival questo cartone animato quasi interamente realizzato in stop-motion &#8211; a parte per i titoli di testa e di coda che sono disegnati a mano &#8211; di origine belga vallone. Una commedia divertente che vede come protagonisti tre modellini di un cavallo, un cowboy e un indiano. Il primo è sicuramente il leader del gruppo, colui che deve trovare un rimedio ai pasticci commessi da quell&#8217;altra esilarante coppia sempre in competizione tra loro. Oltre che per la storia, ciò che diverte sul serio è la messa in scena dei personaggi voluta da parte dei due registi. Sia per la scelta dei protagonisti e dei comprimari &#8211; un fattore e una fattrice, gli animali della loro fattoria, un postino, un poliziotto e una cavalla innamorata del nostro stallone &#8211; sia per le voci &#8211; altamente stupide e irreali &#8211; che sono state a loro donate, sia per l&#8217;irrealtà delle proporzioni. Nel film, infatti, tutti gli oggetti, che siano i personaggi o le cose che compongono la scena, sono state posati sul plastico senza, nella maniera più assoluta, rispettare una benché minima regola prospettica: ci troviamo dunque, libri o frittelle più grandi dei personaggi che, come se niente fosse, li usano (o consumano) come se niente fosse. Per l&#8217;ennesima volta c&#8217;è da chiedersi come è possibile che paesi come il Belgio siano così bravi a realizzare produzioni del genere e noi, al solito, latitiamo. Basta leggere i titoli di coda per capire che &#8211; oltre a un problema creativo &#8211; ci troviamo di fronte anche a un problema di finanziamenti. Questa pellicola d&#8217;animazione è stata infatti pagata con soldi provenienti dall&#8217;Unione Europea fino alla provincia della Vallonia Belga in cui è stato realizzato. Il lungometraggio si trova fuori competizione ma è in corsa per la camera d&#8217;oro come miglior opera prima. Premio che, forse, meriterebbe, anche solo per lo sforzo di dare vita a quest&#8217;opera così strabiliante.</p>
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		<title>Skazka pro temnotu</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2009 16:01:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Un Certain Regard]]></category>
		<category><![CDATA[Khomeriki]]></category>
		<category><![CDATA[Skazka pro temnotu]]></category>

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		<description><![CDATA[di Nikolay Khomeriki
Russia 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Soggetto interessante, realizzazione non proprio. Credo che questo film russo, della durata di un ora e un quarto &#8211; ma che durante la visione sembrano due e mezza &#8211;  non vincerà la sezione di Un Certain Regard. Il motivo? E&#8217; troppo lento. Ciò non sarebbe neanche una qualità negativa solo se fosse giustificata dalla storia che si sta raccontando. In questo caso si assiste il più delle volte a un tentativo di stiracchiare i pochi argomenti che si hanno a disposizione per arrivare alla fatidica soglia dei 75 minuti che permette di classificare l&#8217;audiovisivo come lungometraggio e non come mediometraggio. La vicenda racconta di una bella poliziotta russa che, a differenza di tutte le donne della sua nazione, non è interessata ai soldi e, dunque, a un uomo che la ricopra di denaro. Questo però comporta che lei, agli occhi degli altri ma anche in pratica, nella vita, risulti essere una perdente. Sola, senza amici, priva di un uomo interessato ad accompagnarla alle lezioni di ballo senza avere in cambio del sesso, dedita unicamente ad aiutare i bambini che, grazie al suo lavoro, deve sottrarre alle famiglie problematiche e affidare a istituti statali. Naturalmente più la vicenda progredisce, più lei inizia lentamente a cambiare idea e si lascia andare, fino a concedersi all&#8217;arricchito di turno. Nonostante questo, però, umanamente, non verrà considerata altro che un&#8217;oggetto. Vicenda, questa, alla quale mancano gli avvenimenti per durare così a lungo. Storia che detiene i suoi pregi raccontando di una condizione femminile nella Russia moderna, una condizione che il più delle volte pare di prostituzione legalizzata, vicinanza e attenzioni in cambio di lusso e denaro &#8211; ma è così solo nell&#8217;ex paese comunista? &#8211; ma che per il modo in cui è messa in scena finisce solo per far annoiare e sbadigliare lo spettatore anche quello più attento a queste tematiche di rispetto verso il mondo femminile.</p>
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		<title>Einam pkuhot</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 19:22:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Un Certain Regard]]></category>
		<category><![CDATA[Einam pkuhot]]></category>
		<category><![CDATA[Haim Tabakman]]></category>

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		<description><![CDATA[di Haim Tabakman
Israele 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Einam  pkuhot</em>, <em>Eyes wide open</em> in inglese, è un film di nazionalità israeliana che ci porta nel mondo degli ebrei ortodossi di Gerusalemme. La peculiarità della storia è il rapporto omosessuale che viene a instaurarsi tra due di loro, l&#8217;uno un padre di famiglia, l&#8217;altro un ragazzo cacciato in continuazione da tutte le comunità a causa proprio della sua vita sessuale considerata peccaminosa. Il film non è male. Tutt&#8217;altro. Riprende una tematica molto presente quest&#8217;anno sulla Croisette, le relazioni omosessuali, specialmente se maschili. La peculiarità di questa storia è proprio la sua ambientazione, il mondo chiuso della comunità ebraica ortodossa. Nella vicenda infatti non succedono molte cose, essa si focalizza di più sui sentimenti e sulle sensazioni dei personaggi, sia dei protagonisti, sia dei comprimari, dalla moglie di uno dei due, al rabbino, a una serie di studenti del talmud che, ovviamente, osteggiano il ragazzo trasferitosi nella loro comunità perché considerato un peccatore e, per questo, un pericoloso elemento destabilizzante. Ovviamente la pellicola non si conclude in modo da consentire ai personaggi di vivere liberamente la loro relazione: l&#8217;ordine iniziale viene ristabilito seguendo alla lettera le leggi della Torah, l&#8217;estraneo viene espulso ma, al contempo, il bagno purificatore con il quale il padre di famiglia tenta di lavarsi di dosso il proprio peccato, appare, con la sua  immersione prolungata priva di emersione, un tentativo di chiedere perdono non per se stessi ma per la propria comunità. Se si pensa che quella emersione non mostrata significhi la morte del protagonista allora possiamo credere che lui sia a tutti gli effetti la vittima sacrificale che purifica i propri simili dal peccato che loro hanno commesso: non riconoscere l&#8217;amore tra due persone, non solo quello tra i due uomini ma, parallelamente, anche quello tra un ragazzo e una ragazza che era stata promessa sposa a un altro uomo (che finirà col diventarne il marito). Una buona opera prima in corsa per la Camera d&#8217;oro questa di Haim Tabakman. Unica pecca riscontrabile è forse la lentezza eccessiva ma ciò è dovuto in modo particolare alla mancanza di azioni che vengono compiute dai personaggi sullo schermo.</p>
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		<title>Nang mai</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 19:02:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Un Certain Regard]]></category>
		<category><![CDATA[Nang mai]]></category>
		<category><![CDATA[Pen-Ek Ratanaruang]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pen-Ek Ratanaruang
Thailandia 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nang mai in lingua thai significa Ninfa. Ed è proprio quella speciale creatura dei boschi l&#8217;oggetto misterioso di questo film che definirei un horror in salsa tailandese. Niente a che vedere però con i film di tale genere che siamo abituati a vedere solitamente nelle sale occidentali. La pellicola è infatti assai lenta, estenuantemente lenta per essere appunto un film dell&#8217;orrore. Se questa deve esserlo, certamente non è parente prossima della New Horror americana e dei suoi discendenti ma, se dovessimo darle un progenitore, direi che questo può essere il genere orrorifico degli anni &#8217;50 e i film di Val Newton, nei quali l&#8217;oggetto che provocava il terrore non era mai inquadrato ma era e restava sempre fuoricampo. Un po&#8217; come quella mosca bianca che è stata <em>The Blair Witch Project</em>, nel quale non si riusciva mai a vedere veramente l&#8217;origine e la fonte della paura. In <em>Nang mai </em>è più o meno la stessa cosa. Ma se non lo vogliamo considerare un horror, forse anche giustamente, il film può essere visto come una storia d&#8217;amore tra moglie e marito e il loro ricongiungimento attraverso una misteriosa epifania naturale. La Ninfa del titolo infatti potremmo considerarla come una divinità che riporta l&#8217;amore in una coppia di sposi tra i quali è caduto il silenzio. La moglie sostituisce il dialogo con il marito a quello, attraverso il cellulare, con l&#8217;amante. L&#8217;uomo, rapito dalla Ninfa, trova in lei quell&#8217;appagamento sessuale che la compagna non vuole dargli. La donna, sì, è preoccupata per la scomparsa dell&#8217;uomo ma, ancora di più, è resa gelosa dall&#8217;assenza di questi. Attraverso la mancanza lei scopre nuovamente di amarlo e fa di tutto per riportarlo a casa, anche &#8220;litigare&#8221; (è questa la parola con la quale il marito descrive ciò che è successo all&#8217;amante della moglie) con il corpo fisico, un albero, della Ninfa. Come si capisce il film di Pen-Ek Ratanaruang è assai strano e sorprendente. Forse meriterebbe di essere visto, se si riesce a superare la prima mezz&#8217;ora di, apparentemente, vuoto narrativo.</p>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 18:42:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Hors Compétition e Séances Spéciales]]></category>
		<category><![CDATA[Drag me to hell]]></category>
		<category><![CDATA[Raimi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Sam Raimi
USA 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sam Raimi è Sam Raimi. Non c&#8217;è niente da fare. State sicuri che non vi deluderà mai quando maneggia il suo genere preferito: l&#8217;horror. Splatter ovviamente. <em>Drag me to hell</em>, presentato fuori concorso, è un prodotto che non disattende di certo le aspettative dello spettatore che conosce il regista americano. La storia è alquanto semplice, una ragazza maledetta da una zingara, perché questa si è sentita umiliata dall&#8217;atteggiamento della giovane nei suoi confronti, deve cercare il modo di salvarsi la pelle e non finire all&#8217;inferno, rapita dal demone che le sta dando la caccia e che la gitana le ha scaraventato contro. Raimi gioca con lo stereotipo &#8211; zingari, demoni, santoni, ragazze in pericolo &#8211; e, ovviamente, funziona. Non c&#8217;è niente di nuovo, dunque perché eccitarsi? Perché  <em>Drag me to hell</em> contine è tutto ciò che lo spettatore richiede da un film del genere e il cineasta, ben conscio di questo, gli presenta davanti agli occhi tutto il necessario per renderlo felice e sazio. Lavorando con lo stereotipo sappiamo esattamente come il film si evolverà dall&#8217;inizio alla fine. Soprattutto alla fine, conoscendo Raimi, non dobbiamo aspettarci grandi novità. In effetti, il regista si conferma un grande moralista e, per persone come lui, l&#8217;unica possibile espiazione per le proprie colpe è ovviamente la massima punizione. No happy ending. At all. Almeno se non si voglia considerare il punto di vista del mostro, del diverso che, forse, in fin dei conti, è proprio quello a cui Raimi tiene di più, visto il suo amore verso tutto ciò che è gore, schifoso, altero da una normalità che viene sempre scacciata il più lontano possibile (e Spiderman è forse l&#8217;esempio più concreto di questo, un eroe che da molti non è considerato tale). Ovviamente da tutti questi eccessi &#8211; di sangue, volti paurosi, rumori assordanti &#8211; non si è spaventati a morte ma si ride a crepapelle, anche per il disgusto che alcune immagini provocano. D&#8217;altronde è una caratteristica tipica e ricorrente della sua filmografia: esorcizzare il lato oscuro delle cose, sempre mostrato in primo piano senza alcun timore, esagerandolo, per farlo divenire solo un&#8217;immagine innocua, della quale ridere e prendersi gioco proprio a causa della sua esplicita falsità.</p>
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		<title>Inglorious basterds</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 18:21:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Inglorius Basterds]]></category>
		<category><![CDATA[Tarantino]]></category>

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		<description><![CDATA[di Quentin Tarantino
USA 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em> <!--StartFragment--></em></p>
<p><em></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-style: normal;"><em>“Once upon a time… in Nazi-occupied France”</em>. E’ con questa scritta che inizia <em>Inglorious Basterds</em>. Tarantino, questa volta, lo rende subito esplicito e in modo alquanto diretto: le due ore e quaranta minuti alle quali stiamo per assistere sono una favola ed è bene che ce lo teniamo bene in mente. Ma questa è per caso una novità? No, per niente. Tarantino ci ha sempre raccontato delle favole, è solo che, questa volta, ce lo dice in faccia. E, ovviamente, non ci racconta niente di nuovo. <em>Inglorius Basterds</em> è Tarantino all’ennesima potenza, non solo per il citazionismo, esplicito, dei suoi miti cinematografici, quanto per l’autocitazionismo dei suoi precedenti lavori, a partire da i titoli di testa che sono un collage degli stili di quelli di tutti i lungometraggi precedenti: Le Iene, Pulp Fiction, Jacky Brown, Kill Bill. Tutte le immagini assumono un senso di dejavu, di già visto, perché, in effetti, tutto è stato già fatto, da lui o da qualcun’altro, e ora, in questo film, questo tutto viene solo ri-prodotto (nel senso fattuale del termine, di prodotto di nuovo) e mischiato insieme. Se c’è un autore postmoderno per eccellenza questi è senza dubbio Quentin Tarantino. A partire dal soggetto della storia – che nonostante sia stata ampiamente cambiata è un omaggio al film di Enzo G. Castellari <em>Quel maledetto treno blindato</em> – ci troviamo di fronte a un insieme di opere create originariamente da qualcun’altro e che il regista ha fatto proprie, ha immagazzinato, ha elaborato e ha riproposto secondo il suo tipico stile che prevede la coesistenza di registri assai differenti l’uno dall’altro. Il referente, anche qui, ancora una volta, non è il reale ma solo e unicamente l’immagine cinematografica. Tutto è finzione perché è la finzione il vero modello a cui Tarantino si ispira. E ciò è più dichiarato rispetto ad altre sue opere perché</span> Inglorious Basterds <span style="font-style: normal;">è un film che parla di cinema, del cinema e al cinema – non solo autoreferenzialmente ma anche confrontandosi con la Storia della settima arte. La pellicola diventa un condensatore e un condensato d’immagini che richiamano altre immagini e sono queste, ovviamente, a costruire il nostro mondo ma anche a distruggerlo -come dimostra la bellissima scena conclusiva &#8211; in modo, così, da salvarlo. Come una grande catarsi le immagini che bruciano purificano il mondo tarantiniano, un mondo senza referenti ed è per questo che Hitler, Gobbels e tutti i gerarchi nazisti possono bruciare nel rogo del cinema. Tarantino sa che può permetterselo perché non vi è niente di reale, solo copie di copie di copie, come chiaramente sono Hitler, Gobbels, Churchill, imitazioni mal riuscite nelle quali la caricatura imperfetta non solo è esplicita ma necessaria per far emergere il loro status di copia. E’ il principio della litografia: più vengono stampate copie, più queste sono imperfette per il danneggiamento del negativo originale. In Tarantino è la stessa cosa. Ci troviamo all’ultimo stadio della copia in cui il negativo originale è ormai sbiadito e i prodotti del processo litografico sono assai differenti dal suo referente originale. Infatti, questo mondo fittizzio oramai deteriorato è destinato a bruciare a causa proprio della sostanza che lo compone: il nitrato d’argento.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-style: normal;">Inglorius Basterds è un grande film. Credo che Tarantino, se volesse, potrebbe anche smettere con il cinema dopo questa prova, tutto quello che doveva dire lo ha già detto (ma, anche, è stato già detto &#8211; da qualcun&#8217;altro prima di lui). Ci troviamo di fronte alla fase più alta &#8211; e forse finale &#8211; della sua opera come autore.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-style: normal;">Nota di folclore: la pellicola è parlata per un terzo in inglese, un terzo in tedesco e un terzo in francese. E questa differenza linguistica è basilare. Se decideranno di doppiarlo, mi auguro di no, ma credo di sì, uccideranno una parte importante del film e, soprattutto, smonteranno un’esilarante scena nella quale Brad Pitt parla nella nostra lingua.</span></p>
<p></em></p>
<p><em><!--EndFragment--> </em></p>
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		<title>Dogtooth</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2009 17:16:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- Un Certain Regard]]></category>
		<category><![CDATA[Dogtooth]]></category>
		<category><![CDATA[Lanthimos]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giorgos Lanthimos
Grecia 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Dogtooth</em>, ovvero il canino.  E&#8217; proprio quel dente la chiave della vicenda di questo film greco molto interessante e in competizione per Un Certain Regard. La storia ruota attorno ai tre figli di una coppia, un maschio e due femmine, ormai vent&#8217;enni, che vivono segregati in una villa sperduta rinchiusa da un&#8217;alta staccionata che non possono varcare e che, secondo le regole del padre, potranno abbandonare solo una volta che uno dei loro canini sarà caduto. Un film per certi versi allucinante questo di Lanthimos che ci racconta la vita in un mondo fittizio, protetto e falso, nel quale, non solo le cose hanno un&#8217;altro nome &#8211; la salierà è nota come il telefono, dei fiori gialli sono chiamati zombie e la vagina viene appellata come tastiera &#8211; ma anche la comune morale, anche nei suoi aspetti più controversi, è ribaltata &#8211; il padre infatti non si pone scrupoli nel far sfogare gli istinti sessuali del figlio con una delle due sorelle. Il regista ci porta in un mondo a parte, un modo che se da una lato può sembrarci divertente quando gli oggetti vengono indicati con nomi diversi da quelli che siamo abituati a sentire, dall&#8217;altro, il più delle volte, ci viene mostrato come una microsocietà distopica dalla quale, però, non pare esserci via di fuga per mancanza di una minima conoscenza di ciò che avviene all&#8217;esterno di quel recinto. I ragazzi in effetti non si preoccupano di uscire da quella gabbia, che per loro è e rimane il loro mondo. L&#8217;unico scopo della loro vita si riduce all&#8217;aumento del numero dei premi &#8211; delle banali figurine &#8211; che possono vincere in competizioni di resistenza e abilità alle quali i genitori li obbligano a sottostare. Solo la maggiore, incuriosita da un film &#8211; Rocky - che era riuscita a vedere senza che i genitori lo scoprissero, lentamente, svilupperà un&#8217;attrazione verso l&#8217;esterno che, in conclusione, la porterà a evadere in un modo che definire cruento sarebbe diminutivo. Un film che è un&#8217;esperimento sociologico e che si pone una domanda: come potrebbe reagire l&#8217;essere umano se  privato della libertà alla stregua di un animale nato e cresciuto in cattività? Una pellicola che vale la pena di essere vista anche per la sua audacia e bizzarria ma che, comunque, risulta sempre credibile nonostante la sua palese irrealtà. D&#8217;altronde è sempre la solita domanda che viene da porsi: perché da noi questo tipo di vicende così estreme e al limite del surreale non funzionano mentre siamo disposti a credere a tutto ciò se prodotto all&#8217;estero? Quesito che continua a non avere nessuna risposta esaustiva.</p>
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		<title>Los abrazos rotos</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2009 16:45:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Almodovar]]></category>
		<category><![CDATA[Los abrazos rotos]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pedro Almodovar
Spagna 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Qualcuno credeva che Almodovar avrebbe presentato una pellicola sciatta o insignificante sulla Croisette? E infatti non è così. Non ci troviamo di fronte forse a un capolavoro ma sicuramente <em>Los abrazos rotos</em> è un ottimo film. Soprattutto per come maneggia, anche lui dopo Bellocchio, la materia metacinematografica. La pellicola - che racconta, attraverso l&#8217;uso di  flash back e flash forward, la vita del personaggio principale, uno sceneggiatore di cinema ora cieco &#8211;  ci parla dell&#8217;accettazione di noi stessi, della comprensione del nostro essere che però non avviene in maniera immediata, naturale, ma solo attraverso un allontanamento da se stessi, attraverso un&#8217;obbligatoria trasformazione in qualcos&#8217;altro &#8211; non solo cambiando mestiere, da regista a sceneggiatore, ma anche assumendo un&#8217;altra identità, proprio come  fa il protagonista &#8211; che ci permette, attraverso la distanza, di mettere a fuoco ciò che effettivamente noi siamo. C&#8217;è una scena nella pellicola che dichiaratamente racconta tutto ciò, quella nella quale Penelope Cruz e Lluìs Homar si fanno un autoscatto mentre entrambi stanno guardando, commuovendosi &#8211; lei in maniera particiolare &#8211; la proiezione di <em>Viaggio in Italia</em> di Rossellini alla televisione. Si arriva alla conoscenza solo attraverso le immagini, solo attraverso la distanza che si crea tra ciò che è la realtà e ciò che è invece l&#8217;immagine in movimento. Si comprende la propria situazione solo attraverso ciò che il cinema ci racconta, perché esso ci porta, sì, a una distanza ontologica dal proprio referente ma, al contempo, anche a un&#8217;immedesimazione con ciò che osserviamo. Il film riflette proprio su questa ricostruzione dell&#8217;io attraverso l&#8217;immagine. Altro esempio di questa tematica che permea la pellicola è il tentativo da parte del figlio della migliore amica del protagonista di incollare vecchie foto scattate dal regista/sceneggiatore distrutte tempo prima proprio da quest&#8217;ultimo. Si ricostruisce a ritroso, dunque, si rimettono i pezzi al loro posto, proprio come in un puzzle. O come in un montaggio, come quello che il protagonista si decide a ultimare, nonostante la cecità, dell&#8217;unica pellicola che non aveva mai portato a termine perché scalzato, nella fase conclusiva, dal produttore/padrone. Una volta appropriatosi della propria esistenza, una volta conosciutosi realmente, solo allora quel film diverrà soltanto suo. D&#8217;ora in poi, come afferma egli stesso, l&#8217;handicap di cui è portatore non è più vissuto come un problema. E poi, i film, una volta iniziati, devono essere portati a conclusione, proprio come le vite delle persone, almeno per il rispetto non solo di noi stessi ma anche di chi ci ha amato e di chi si è amato e che ora, purtroppo, non c&#8217;è più. Che la pellicola, poi, sia incentrata sullo sguardo è fuori di dubbio fin dalla prima immagine: un close-up su un occhio, quello del protagonista, che però è cieco. Uno sguardo, dunque, che non riesce a vedere. L&#8217;handicap diventa così metafora di una condizione esistenziale che solo in seguito ci verrà spiegata.</p>
<p style="text-align: justify;">Almodovar sforna dunque un altro grande film, condito, ovviamente, da una divina interpretazione di Penelope Cruz che potrebbe essere in lizza per la migliore interpretazione femminile, così come il film esserlo per la Palma d&#8217;Oro.</p>
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