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	<title>All&#039;ombra della Palma &#187; &#8211; En Compétition</title>
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	<description>ilSassolino.net al Festival di Cannes</description>
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		<title>Inglorious basterds</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 18:21:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Inglorius Basterds]]></category>
		<category><![CDATA[Tarantino]]></category>

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		<description><![CDATA[di Quentin Tarantino
USA 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em> <!--StartFragment--></em></p>
<p><em></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-style: normal;"><em>“Once upon a time… in Nazi-occupied France”</em>. E’ con questa scritta che inizia <em>Inglorious Basterds</em>. Tarantino, questa volta, lo rende subito esplicito e in modo alquanto diretto: le due ore e quaranta minuti alle quali stiamo per assistere sono una favola ed è bene che ce lo teniamo bene in mente. Ma questa è per caso una novità? No, per niente. Tarantino ci ha sempre raccontato delle favole, è solo che, questa volta, ce lo dice in faccia. E, ovviamente, non ci racconta niente di nuovo. <em>Inglorius Basterds</em> è Tarantino all’ennesima potenza, non solo per il citazionismo, esplicito, dei suoi miti cinematografici, quanto per l’autocitazionismo dei suoi precedenti lavori, a partire da i titoli di testa che sono un collage degli stili di quelli di tutti i lungometraggi precedenti: Le Iene, Pulp Fiction, Jacky Brown, Kill Bill. Tutte le immagini assumono un senso di dejavu, di già visto, perché, in effetti, tutto è stato già fatto, da lui o da qualcun’altro, e ora, in questo film, questo tutto viene solo ri-prodotto (nel senso fattuale del termine, di prodotto di nuovo) e mischiato insieme. Se c’è un autore postmoderno per eccellenza questi è senza dubbio Quentin Tarantino. A partire dal soggetto della storia – che nonostante sia stata ampiamente cambiata è un omaggio al film di Enzo G. Castellari <em>Quel maledetto treno blindato</em> – ci troviamo di fronte a un insieme di opere create originariamente da qualcun’altro e che il regista ha fatto proprie, ha immagazzinato, ha elaborato e ha riproposto secondo il suo tipico stile che prevede la coesistenza di registri assai differenti l’uno dall’altro. Il referente, anche qui, ancora una volta, non è il reale ma solo e unicamente l’immagine cinematografica. Tutto è finzione perché è la finzione il vero modello a cui Tarantino si ispira. E ciò è più dichiarato rispetto ad altre sue opere perché</span> Inglorious Basterds <span style="font-style: normal;">è un film che parla di cinema, del cinema e al cinema – non solo autoreferenzialmente ma anche confrontandosi con la Storia della settima arte. La pellicola diventa un condensatore e un condensato d’immagini che richiamano altre immagini e sono queste, ovviamente, a costruire il nostro mondo ma anche a distruggerlo -come dimostra la bellissima scena conclusiva &#8211; in modo, così, da salvarlo. Come una grande catarsi le immagini che bruciano purificano il mondo tarantiniano, un mondo senza referenti ed è per questo che Hitler, Gobbels e tutti i gerarchi nazisti possono bruciare nel rogo del cinema. Tarantino sa che può permetterselo perché non vi è niente di reale, solo copie di copie di copie, come chiaramente sono Hitler, Gobbels, Churchill, imitazioni mal riuscite nelle quali la caricatura imperfetta non solo è esplicita ma necessaria per far emergere il loro status di copia. E’ il principio della litografia: più vengono stampate copie, più queste sono imperfette per il danneggiamento del negativo originale. In Tarantino è la stessa cosa. Ci troviamo all’ultimo stadio della copia in cui il negativo originale è ormai sbiadito e i prodotti del processo litografico sono assai differenti dal suo referente originale. Infatti, questo mondo fittizzio oramai deteriorato è destinato a bruciare a causa proprio della sostanza che lo compone: il nitrato d’argento.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-style: normal;">Inglorius Basterds è un grande film. Credo che Tarantino, se volesse, potrebbe anche smettere con il cinema dopo questa prova, tutto quello che doveva dire lo ha già detto (ma, anche, è stato già detto &#8211; da qualcun&#8217;altro prima di lui). Ci troviamo di fronte alla fase più alta &#8211; e forse finale &#8211; della sua opera come autore.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-style: normal;">Nota di folclore: la pellicola è parlata per un terzo in inglese, un terzo in tedesco e un terzo in francese. E questa differenza linguistica è basilare. Se decideranno di doppiarlo, mi auguro di no, ma credo di sì, uccideranno una parte importante del film e, soprattutto, smonteranno un’esilarante scena nella quale Brad Pitt parla nella nostra lingua.</span></p>
<p></em></p>
<p><em><!--EndFragment--> </em></p>
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		<title>Los abrazos rotos</title>
		<link>http://www.ilsassolino.net/cannes/2009/05/19/los-abrazos-rotos/</link>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2009 16:45:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Almodovar]]></category>
		<category><![CDATA[Los abrazos rotos]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pedro Almodovar
Spagna 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Qualcuno credeva che Almodovar avrebbe presentato una pellicola sciatta o insignificante sulla Croisette? E infatti non è così. Non ci troviamo di fronte forse a un capolavoro ma sicuramente <em>Los abrazos rotos</em> è un ottimo film. Soprattutto per come maneggia, anche lui dopo Bellocchio, la materia metacinematografica. La pellicola - che racconta, attraverso l&#8217;uso di  flash back e flash forward, la vita del personaggio principale, uno sceneggiatore di cinema ora cieco &#8211;  ci parla dell&#8217;accettazione di noi stessi, della comprensione del nostro essere che però non avviene in maniera immediata, naturale, ma solo attraverso un allontanamento da se stessi, attraverso un&#8217;obbligatoria trasformazione in qualcos&#8217;altro &#8211; non solo cambiando mestiere, da regista a sceneggiatore, ma anche assumendo un&#8217;altra identità, proprio come  fa il protagonista &#8211; che ci permette, attraverso la distanza, di mettere a fuoco ciò che effettivamente noi siamo. C&#8217;è una scena nella pellicola che dichiaratamente racconta tutto ciò, quella nella quale Penelope Cruz e Lluìs Homar si fanno un autoscatto mentre entrambi stanno guardando, commuovendosi &#8211; lei in maniera particiolare &#8211; la proiezione di <em>Viaggio in Italia</em> di Rossellini alla televisione. Si arriva alla conoscenza solo attraverso le immagini, solo attraverso la distanza che si crea tra ciò che è la realtà e ciò che è invece l&#8217;immagine in movimento. Si comprende la propria situazione solo attraverso ciò che il cinema ci racconta, perché esso ci porta, sì, a una distanza ontologica dal proprio referente ma, al contempo, anche a un&#8217;immedesimazione con ciò che osserviamo. Il film riflette proprio su questa ricostruzione dell&#8217;io attraverso l&#8217;immagine. Altro esempio di questa tematica che permea la pellicola è il tentativo da parte del figlio della migliore amica del protagonista di incollare vecchie foto scattate dal regista/sceneggiatore distrutte tempo prima proprio da quest&#8217;ultimo. Si ricostruisce a ritroso, dunque, si rimettono i pezzi al loro posto, proprio come in un puzzle. O come in un montaggio, come quello che il protagonista si decide a ultimare, nonostante la cecità, dell&#8217;unica pellicola che non aveva mai portato a termine perché scalzato, nella fase conclusiva, dal produttore/padrone. Una volta appropriatosi della propria esistenza, una volta conosciutosi realmente, solo allora quel film diverrà soltanto suo. D&#8217;ora in poi, come afferma egli stesso, l&#8217;handicap di cui è portatore non è più vissuto come un problema. E poi, i film, una volta iniziati, devono essere portati a conclusione, proprio come le vite delle persone, almeno per il rispetto non solo di noi stessi ma anche di chi ci ha amato e di chi si è amato e che ora, purtroppo, non c&#8217;è più. Che la pellicola, poi, sia incentrata sullo sguardo è fuori di dubbio fin dalla prima immagine: un close-up su un occhio, quello del protagonista, che però è cieco. Uno sguardo, dunque, che non riesce a vedere. L&#8217;handicap diventa così metafora di una condizione esistenziale che solo in seguito ci verrà spiegata.</p>
<p style="text-align: justify;">Almodovar sforna dunque un altro grande film, condito, ovviamente, da una divina interpretazione di Penelope Cruz che potrebbe essere in lizza per la migliore interpretazione femminile, così come il film esserlo per la Palma d&#8217;Oro.</p>
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		<title>Vincere</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2009 16:07:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Bellocchio]]></category>
		<category><![CDATA[Vincere]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marco Bellocchio
Italia 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Personalmente non mi verrebbe da ascrivere questo film come il migliore mai realizzato da Bellocchio – anche perché il regista piacentino ne ha prodotti tanti di ottima fattura, fin dal primo, <em>I pugni in tasca</em> – ma, in ogni caso, <em>Vincere</em> è una pellicola decisamente sopraffina, soprattutto nella seconda parte. La storia è una pagina oscura e, per molto tempo, nascosta della vita di Mussolini: il suo primo matrimonio con una donna chiamata Ida Dalser e la nascita del primogenito Benito Albino Mussolini, entrambi internati in manicomio durante l’ascesa al potere dell’uomo di Predappio così da salvare la sua seconda (e illegale, a termini di legge) unione con la nota Donna Rachele. La vicenda inizia nel 1907, anno del primo incontro tra la Dalser e Mussolini, allora giovane sindacalista socialista e, in seguito, direttore del giornale del partito, l’<em>Avanti!,</em> per concludersi, poi, circa dopo due decenni, con la morte della donna e del figlio in seguito ad anni di reclusione nei manicomi di Pergine e Venezia. Nella prima metà del film assistiamo allo scoppio della passione tra i due amanti (sottolineata anche da fin troppe scene di sesso) e all’ascesa politica di Mussolini, aiutato da Ida in maniera cospicua con ingenti somme di denaro dovute alla vendita di tutte le sue proprietà per amore di quell’uomo che si sentiva, parole sue, predestinato verso un grande futuro, &lt;&lt;più di Napoleone&gt;&gt;. Nella seconda invece assistiamo al rifiuto di Mussolini verso la donna e il figlio. Innamoratosi e sposatosi civilmente con Rachele, il fondatore de <em>Il Popolo d’Italia</em>, non vuole più niente a che fare con la sua amante di un tempo e, una volta assunto il potere, fa rinchiudere la donna in manicomio e ordina di affidare la custodia del bambiino prima al marito della di lei sorella e poi, in seguito, a un gerarca fascista. Nonostante queste restrizioni Ida continuerà per vent’anni, fino alla sua morte, ad affermare la verità: è lei la sola e unica moglie del Duce.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Bellocchio produce un film che ha pochi emuli nel cinema italiano, sia a livello visivo sia come tentativo di riflessione metacinematografica sulla settima arte ma anche, al contempo, sulla nostra storia d’Italia. Visivamente il regista sfrutta la potenza delle immagini d’archivio e dei vecchi cinegiornali per raccontare la sua storia, ma non solo, prende anche in prestito lo stile di quel periodo per costruire ex novo simulacri necessari allo svolgimento della vicenda, come le scritte digitali che più volte appaiono sullo schermo e che richiamano in maniera evidente lo stile dei giornali dell’epoca. Bellocchio, dunque, ci cala in un mondo in cui si perde il referente storico per entrare unicamente in quello mitico. La realtà viene cancellata non solo dall&#8217;originale (i documentari dell&#8217;Istituto Luce) ma anche dal cinema del cinema (ovvero i simulacri che vengono ricreati a tutti i livelli, dalle scritte alle scenografie). Siamo privati, quindi, di un referente reale che viene sostituito unicamente da uno di celluloide. La Storia si fa mito. Il mito è, ovviamente, quello del Duce che – prendendo in prestito una considerazione di Gian Piero Brunetta – è stato l’unico vero mito cinematografico del Ventennio. Mussolini, una volta assunto il potere, ci viene presentato solo attraverso immagini d’archivio, egli, dunque, ci appare solo sottoforma di fantasma. Il suo corpo di celluloide, interpretato da Filippo Timi, si reincarna nel figlio Benitino che, una volta divenuto adulto, rivendica lui stesso di essere il padre. Timi, nei panni del figlio, rifà, ancora più esasperandolo, un discorso del Duce che Bellocchio ci ha appena mostrato. L’immagine continua ad avere come unico referente l’immagine stessa. Così è anche per Ida che piange durante la proiezione de <em>Il monello</em> di Chaplin: è l’immagine, ancora una volta, che riesce a entrare in sintonia con l&#8217;immagine, il suo unico referente. Immagine che viene rivelata allo spettatore solo nel finale quando la Dalser, sull’automobile che la riporterà nuovamente in manicomio, guarda dritto in macchina da presa, svelando la finzione alla quale stiamo assistendo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Su questa pellicola se ne potrebbe scrivere ancora a lungo anche perché vi sono ancora molti aspetti che non sono stati citati e, dunque, probabilmente, si tornerà a parlarne. Come ultima nota di colore la stampa italiana, tutta presente ieri sera in sala, ha accolto con freddezza il film nonostante non lo meriti. L’uscita nel nostro paese è prevista per questo Venerdì.</p>
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		<title>Looking for Eric</title>
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		<pubDate>Mon, 18 May 2009 14:13:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Eric Cantona]]></category>
		<category><![CDATA[Loach]]></category>
		<category><![CDATA[Looking for Eric]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ken Loach
UK 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ken Loach con<em> Looking for Eric</em> si candida seriamente alla vittoria finale. Nel film trovano spazio sia elementi comici e divertenti sia elemenenti più drammatici mescolati con grande maestria dal regista britannico. L&#8217;Eric del titolo non solo è il depresso postino, protagonista di questa storia brillante ma anche quell&#8217;Eric Cantona che il mondo conosce soprattutto per le sue abilità calcistiche ma che, da qualche anno a questa parte, ha intrapreso una carriera da attore in svariate produzioni anche assai famose. Ma qui, nella pellicola di Loach, Cantona interpreta sé stesso o, meglio, un&#8217;immagine mentale, una fantasia, di sé stesso. Infatti, Eric (il postino) immagina di parlare con Eric (il calciatore), suo personale idolo dai tempi della presenza di quest&#8217;ultimo nelle file del Manchester United, e di ricevere da lui importanti consigli su come migliorare la propria vita: prima nel ricostruire la realazione con la madre di sua figlia e, poi, sul modo di risolvere un grosso guaio nel quale uno dei suoi due figli si è andato a cacciare. La pellicola, della durata di poco meno di due ore, risulta godibile dall&#8217;inizio alla fine grazie a un umorismo brillante che non manca mai, soprattutto quando Cantona è in scena, ma anche quando, e questo conta molto, la vicenda prende una piega un po&#8217; più seria. Loach, infatti, questa volta, non rinuncia mai all&#8217;ironia evitando di imbastire scene unicamente melodrammatiche come in molti suoi altri film. Non che la vena comica sia una novità per questo autore ma in <em>Looking for Eric</em> essa ne è la chiave anche per capire il &#8220;ritorno alla vita&#8221; da parte del postino depresso. Una delle scene più divertenti di tutto il film è sicuramente quella de &#8220;The Operation Cantona&#8221; nella quale un centinaio di tifosi del Man Utd invadono la proprietà di un piccolo criminale, responsabile del ricatto ai danni dell&#8217;amico Eric e del figlio, con l&#8217;intento di fargliela pagare, tutti con addosso una maschera di gomma dalle sembianze del calciatore francese. La pellicola è sicuramente nelle corde di Loach e, sebbene sia meno politica rispetto a molti suoi lavori precedenti, continua in ogni modo a raccontare un pezzo di Regno Unito e della sua working class sebbene, questa volta, il meraviglioso fa il suo ingresso nell&#8217;universo realista tipico del cineasta britannico. E questa novità non solo non snatura il suo pedegree ma, così brillantemente amalgamata, lo arricchisce. Gli applausi scroscianti alla fine della proiezione per la stampa sottolineano come la pellicola sia stata ben accolta e le possibilità che possa avere per essere considerata una giusta contendente alla Palma d&#8217;Oro.</p>
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		<title>Vengeance</title>
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		<pubDate>Sun, 17 May 2009 15:09:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Johnnie To]]></category>
		<category><![CDATA[Vengenace]]></category>

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		<description><![CDATA[di Johnnie To
Hong Kong 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Action movie! Action movie! Action movie! Finalmente. Non perché chi scrive disprezzi quanto visto fin&#8217;ora, anzì tutt&#8217;altro, ma perché ci voleva proprio il buon vecchio Johnnie To a spezzare, con il suo umorismo orientale e le sue sparatorie nelle quali di certo non si risparmiano proiettili, un po&#8217; la tensione dovuta a film più &#8220;seri&#8221;. E per le quasi due ore della durata della pellicola ci si rilassa, dimenticandosi quasi di essere a un Festival importante come quello di Cannes. <em>Vengeance</em>, lo fa intuire il titolo stesso, parla di una vendetta, quella di un padre che, ex killer in pensione e francese di nascita &#8211; interpretato da un Johnny Hollyday in splendida forma - assolda una squadra di professionisti per uccidere gli esecutori e il mandante responsabili dell&#8217;assassinio del genero e dei nipoti nonché, soprattutto, del grave ferimento della figlia. Inutile dire come la vicenda si possa concludere, i buoni vincono sempre no? Il film è puro Johnnie To, non c&#8217;è ombra di dubbio. Tutti gli stilemi tipici delle sue produzioni precedenti sono presenti, soprattutto i rallenty, usati veramente in abbondanza. E&#8217; per questo che la pellicola soddisfa tutte le aspettative e, ovviamente, a causa di ciò rende lo spettatore, almeno quello con una minima conoscenza della filmografia del regista, assai soddisfatto all&#8217;uscita della sala cinematografica. Gli applausi scroscianti all&#8217;accensione delle luci ne sono l&#8217;evidente controprova. Ovviamente qualcuno con un gusto più sopraffino potrebbe storcere il naso al pensiero che un blockbuster dagli occhi a mandorla come <em>Vengeance </em>sia stato<em> </em>inserito in concorso e non, ad esempio, il film di Coppola ma, oltre alla notorietà che To, giustamente, detiene come regista non dobbiamo lasciar cadere il fatto che ci troviamo di fronte a una produzione franco-honkonghese e che, quindi, la sua collocazione in competizione non deve assolutamente prendere alla sprovvista o destare sorpresa. D&#8217;altronde anche in Italia accadono scelte simili, più volte a Venezia si sono viste opere in concorso che non se lo sarebbero meritate, per non parlare poi del Festival di Roma. Un ultimo consiglio, vedetelo appena giungerà nel nostro paese, soprattutto se si ha l&#8217;intenzione di passare due ore divertendosi e rilassandosi.</p>
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		<title>Kinatay</title>
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		<pubDate>Sun, 17 May 2009 14:48:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Kinatay]]></category>
		<category><![CDATA[Mendoza]]></category>

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		<description><![CDATA[di Brillante Mendoza
Filippine 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Kinatay</em> è un viaggio all&#8217;inferno. Il personale viaggio all&#8217;inferno di un giovane cadetto della polizia che per arrotondare lo stipendio aiuta una gang dedita alla raccolta del pizzo dagli ambulanti di Manila. Questa volta, però, viene coinvolto in un gioco più grande di lui: una ballerina di lap dance viene rapita, portata in una casa fuori città e uccisa. Poi il corpo viene diviso in pezzi e questi vengono lasciati in punti diversi della città. Fine della vicenda. <em>Kinatay</em> è un film che si basa sul niente. La storia non è esiste, è tutto giocato sulle sensazioni del protgonista che il regista, oltre che per mezzo degli attori, rende attraverso la messa in scena. Per buoni quaranta minuti la vicenda si svolge in un angusto e claustrofobico camioncino che si dirige verso la casa della morte. Mendoza certamente realizza un lungometraggio che considerare particolare è dire poco. Eppure, nonostante la mancanza di trama, l&#8217;attenzione, in quei lunghi quaranta minuti di viaggio verso l&#8217;inferno, verso ciò che sta succedendo o, meglio, verso ciò che deve ancora accadere rimane, soprattutto perché lo spettatore non ha ancora ben chiaro dove il regista lo stia conducendo. Però, quando la vicenda viene portata a conclusione, chi guarda rimane con una certa sensazione di delusione piuttosto che con quella di un pugno nello stomaco come, vien da pensare, in teoria il regista avrebbe sperato. Intendiamoci, non che Mendoza non risulti capace a mettere in scena il suo racconto, sfido chiunque a mantenere l&#8217;attenzione per quaranta minuti su un veicolo in movimento senza che nulla di particolarmente rilevante accada durante tutto quel periodo assai lungo, ma la natura del tema trattato nel film, forse, risulterebbe più adatta a un racconto che a delle immagini in movimento. Sinceramente chi scrive non saprebbe dare un giudizio ulteriore sebbene abbia avuto tutta la notte per pensarci. Sicuramente però <em>Kinatay </em>non entrerà nella personale classifica dei migliori film visti quest&#8217;anno sulla Croisette sebbene meriti, credo, di essere presente nella selezione ufficiale e in concorso e di ambire, almeno, al premio per la miglior regia.</p>
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		<title>Taking Woodstock</title>
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		<pubDate>Fri, 15 May 2009 17:49:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Ang Lee]]></category>
		<category><![CDATA[Taking Woodstock]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ang Lee
USA 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Peccato. Peccato perché si è assistito a tutto meno che a un film di Ang Lee, sebbene i titoli di testa mostrino chiaramente il suo nome sotto la scritta &#8220;directed by&#8221;, anche se, in realtà, non pare proprio. Non pare perché questo <em>Taking Woodstock </em>ricorda molto da vicino un film come <em>Hulk,</em> non perché tratta di supereroi ma perché, come per la pellicola sul personaggio della Marvel Comics, Ang Lee si è piegato totalmente allo show business. D&#8217;accordo, è una parte del lavoro anche la regia dei blockbuster ma la direzione del Festival di Cannes si sarebbe mai posta il problema di mettere in concorso un lavoro come <em>Hulk</em>? Domanda retorica, ovviamente no. Allora perché <em>Taking Woodstock</em> si trova in corsa per la Palma d&#8217;Oro? Sinceramente il criterio di scelta a volte appare poco chiaro. Molto poco. E poi, diciamolo, il due volte vincitore di Venezia e di Berlino nonché dell&#8217;Oscar meritava più rispetto. E il rispetto in questo caso derivava dal non azzardarsi a inserire in concorso un film evidentemente minore nel panorama della sua straordinaria filmografia.</p>
<p style="text-align: justify;">Intendiamoci, non è che <em>Taking Woodstock </em>sia brutto e non si lasci guardare, anzi, è l&#8217;esatto contrario; a volte si ride pure tanto ma, purtroppo, questo non risulta essere una pellicola nelle corde del regista di Taiwan. Per un argomento del genere l&#8217;autore che meglio avrebbe portato a termine il compito è, senza ombra di dubbio, Cameron Crowe sebbene, immagino, dopo il suo riuscito <em>Almost Famous </em>non avrebbe accettato di realizzare un&#8217;altra pellicola sugli stessi anni e dal tema assai simile. Il lungometraggio di Lee ricorda <em>Hulk</em> anche per l&#8217;uso frequente che il regista fa dello split screen che però, in questa occasione, risulta non troppo utile allo scopo narrativo, per non dire del tutto superfluo. Ma non tutto è da buttare. Interessante è come il regista ci presenta la folla di persone che si aggregano a Woodstock perché, come il titolo suggerisce, la storia racconta il modo in cui è nata quella tre giorni musicale che ha fatto la storia. Gli attori non sono assolutamente da biasimare, anzi, producono delle ottime perfomance sullo schermo, soprattutto Liev Schrieber, e non solo perché chi scrive ha un debole per la sua recitazione, e Imelda Staunton, bravissima nel ruolo della madre del protagonista. Il resto del film, purtroppo, a partire dalla sceneggiatura, caratterizzata da un&#8217;inizio assai lento, risulta assai debole. Nuovamente peccato perché le aspettative erano alte ma, forse, leggendo prima della proiezione il press-book che è stato distribuito alla stampa, avremmo capito che, forse, sarebbe stato opportuno non crearsele.</p>
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		<title>Bright Star</title>
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		<pubDate>Fri, 15 May 2009 10:13:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Bright Star]]></category>
		<category><![CDATA[Campion]]></category>

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		<description><![CDATA[di Jane Campion
Australia 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sicuramente Jane Campion si candida in maniera prepotente per ricevere un premio alla Croisette. Questo <em>Bright Star - <span style="font-style: normal; ">film sulla vita sentimentale del poeta romantico John Keats, raccontato però dal punto di vista della sua amata, Miss. Fanny Brawne &#8211; è una pellicola assai riuscita. Ciò che più colpisce è il modo in cui la Campion mette in scena &#8211; anche a parole avendo scritto lei la sceneggiatura &#8211; questa storia d&#8217;amore senza mai cadere nel melodrammatico. Il film non prende mai delle linee rette ma lavora sempre ai fianchi, non mettendo mai a fuoco gli elementi più melò ma lasciandoli sullo sfondo, senza però trascurare il sentimento amoroso. La pellicola assume, dunque, una sostanza che potremmo definire aerea. Fluttua nell&#8217;aria. La regista è stata capace di portare sullo schermo quel sentimento che, forse, è il più difficile da trattare, tra tutti gli altri, senza incorrere nel rischio di cadere nel patetico: l&#8217;amore. Il suo tocco leggero, che caratterizza le due ore della pellicola, funziona. Funziona provocando emozioni forti, proprio come quelle che i personaggi vivono sullo schermo. Jane Campion si dimostra ancora una volta una regista che sa esattamente maneggiare il materiale che si trova tra le mani. Un materiale non facilmente malleabile se privi di talento ma, sicuramente, a lei questo non manca. La messa in scena è assai semplice, inquadrature fisse, ben centrate sui personaggi e sul piccolo mondo agricolo che li circonda. Inquadrature che però non invadono morbosamente la privacy dei caratteri che si muovo sullo schermo ma che fluttuano leggere come le farfalle che Keats, alla propria amata, suggerisce di catturare e &#8220;allevare&#8221;. Una pellicola che riesce anche a sostenere un lungo scambio epistolare tra i due protagonisti, certamente cosa non facile. Ci troviamo di fronte a un film che profuma di classico, sebbene classico non è. Pare esserlo ma proprio la mancanza dell&#8217;aspetto più melodrammatico ce lo fa in un qualche modo, idealmente, collegare con la </span><span style="font-style: normal; ">Marie Antoinette</span><span style="font-style: normal; "> di Sofia Coppola, senza, però, raggiungere quei livelli di rarefazione, né, ovviamente, di pop culture postmoderna. Un film elegante giocato su piccole situazioni mai sviluppate più dello stretto necessario, senza alcun tipo di sottolineatura eccessiva che vada oltremisura. Perfettamente equilibrato in se stesso. E&#8217; un piacere osservare opere del genere, non solo perché chi scrive ha una passione per i pizzi e merletti dei film in costume quanto perché pellicole come questa ti ricordano che il cinema, in fin dei conti, ha sempre avuto la capacità &#8211; e continua ad averla &#8211; di affascinarti e di emozionarti. Quando un regista riesce a comunicare ciò non vi è altro da chiedere e da pretendere.</span></em></p>
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		<title>Bak-jwi</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 18:53:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>
		<category><![CDATA[Bak-jwi]]></category>
		<category><![CDATA[Park Chan-Wook]]></category>
		<category><![CDATA[Thirst]]></category>

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		<description><![CDATA[di Park Chan-Wook
Corea del Sud 2009 ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><span>Park Chan-Wook porta sulla Croisette un film di vampiri. Una pellicola che definire bizzarra è dire poco. Bizzarra perché narra la storia di un prete, Sang-hyun, che a causa di un virus killer, noto con il nome di Emmanuel e che, per spirito missionario, si fa iniettare a scopo di ricerca, muore e immediatamente risorge, completamente guarito da ogni male che lo aveva afflitto sin dall’intossicazione. Eppure, questa misteriosa e incredibile guarigione – è lui infatti l’unico di 500 cavie sottopostosi volontariamente al vaccino a rimanere vivo – è dovuta probabilmente a una trasfusione di sangue vampiresco. Tornato in patria e scoperto di essere divenuto una creatura della notte, decide di abbandonare l’ordine religioso. Si innamora di Tae-ju, sposa di un vecchio amico d’infanzia malato di cancro, creduto guarito dalla madre di questi proprio grazie all’intervento del prete, divenuto per molti, dopo la notizia della guarigione miracolosa, un vero e proprio santo . Sang-hyun cade nella tela preparatagli da Tae-ju che lo induce, ingannandolo, a uccidere il marito. A causa di quest&#8217;evento, colpita probabilmente da un ictus, la suocera rimane paralizzata per la gioia della giovane donna che, in un colpo solo, si è liberata di quella famiglia che l’ha sempre maltrattata. Ma quando il prete scopre la menzogna alla base dell’omicidio dell’amico, uccide la propria compagna, salvo poi ripensarci e riportarla in vita come vampiro. Una volta divenuta anche lei una creatura della notte, la situazione diviene presto fuori controllo. Le uccisioni e le morti d’innocenti si moltiplicano, uccisioni e morti che il prete ha sempre rifiutato di praticare, limitandosi a succhiare il sangue solo a persone in coma, senza però porre mai fine alla loro vita. Nel finale toccherà proprio a Sang-hyun fermare Tae-ju costringendo se stesso e la donna a osservare l’alba che nasce su un nuovo giorno, suicidandosi.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il riassunto della trama certamente non rende giustizia al film. Sicuramente, come ho già detto, la storia è alquanto bizzarra ma Park Chan-Wook si dimostra ancora una volta un grande regista: almeno come </span><em>metteur en scéne</em><span> di sequenze spettacolari anche quando si tratta esclusivamente di un dialogo a due o più personaggi. Ci troviamo di fronte a un virtuoso della macchina da presa, proprio come un De Palma in salsa orientale. Le aspettative erano alte e, forse, proprio a causa della storia, sono state disattese per i più se si considerano gli applausi molto lievi e brevi durante la proiezione stampa. Si deve però notare che nonostante la bizzarria dei fatti narrati questi continuino a risultare credibili così come lo erano le altrettanto bizzarre trame della trilogia della Vendetta. Perché qualcosa del genere non accade anche nel nostro paese? Perché se tale racconto fosse stato narrato in Italia si sarebbe urlato allo scandalo mentre qui si applaude al capolavoro (e qui mi riferisco più all’intera filmografia del regista piuttosto che a questo film in particolare)? E’ una domanda alla quale ancora il sottoscritto non riesce a darsi una risposta.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Sicuramente il film verrà distribuito nel nostro paese. Consigliato ai duri di stomaco, si vede molto sangue. E anche molto sesso, lunghe scene dirette in maniera altamente magistrale. Probabilmente la lunghezza è un attimo eccessiva, due ore e un quarto, ma il film rimane godibile. A parere di chi scrive è assai arduo che possa vincere il Festival però potrebbe essere in corsa come premio per la miglior regia. </span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Fish Tank</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 17:33:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Vannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[* Selezione Ufficiale]]></category>
		<category><![CDATA[- En Compétition]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Arnold
UK 2009]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Fish Tank</em> è senza dubbio un buon film. Inoltre, nuovamente senza dubbio, risente, e molto, della sua origine britannica. Non ci si trova di fronte a una commedia divertente come quelle, tante, prodotte oltremanica nell’ultimo decennio, <em>Fish Tank</em> racconta una storia che ricorda diverse opere di Ken Loach. Sebbene non raggiunga i livelli estremi di disperazione umana che si trovano nelle pellicole più riuscite del regista inglese, la storia di Mia &#8211; inquieta quindicenne di un sobborgo suburbano alla periferia di una grande città come ce ne sono tanti &#8211; si rifà certamente al cinema di quel filone. La vita della protagonista si divide tra l’amore per il ballo hip-hop, delle amiche con le quali ha rotto i rapporti, una madre e una sorella con cui non riesce ad avere un dialogo e un cavallo bianco, malconcio, imprigionato a una catena da un paio di ragazzotti che vivono dentro a delle roulotte. La sua vita, che odia, pare avere una svolta quando fa capolino Connor, il nuovo fidanzato della madre. Il rapporto all’inizio si sviluppa in modo conflittuale ma, in seguito, pian piano, l’uomo riesce ad affascinare la ragazza, entrando in piena sintonia con lei. Troppo in sintonia. Mia s’innamora chiaramente di lui e dei suoi modi gentili che, per la prima volta nella vita, la fanno sentire diversa: nessuno prima di allora si era dimostrato attento a lei e ai suoi interessi.  E’ Connor, infatti, che la spinge a perseguire il sogno del ballo, anche suggerendole di partecipare a un’audizione per ragazze. Quando tutto sembra andare per il meglio, però, ovviamente, ecco che ciò che non avrebbe dovuto accadere capita: Mia e Connor si trovano a consumare un rapporto sessuale sul divano dell&#8217;abitazione. Per questo, e per  il senso di colpa, l’uomo lascia la casa, facendo cadere nella disperazione la madre della ragazza. Mia decide di andare a parlargli ma quando scopre dove l’uomo risiede ha la piacevole sorpresa di trovarsi in una casa abitata non solo da lui ma anche dalla moglie e, soprattutto, dalla figlia. In preda alla rabbia e all’impulsività, l’adolescente rapisce la bambina e la porta con sé. Inevitabilmente, dopo aver sfiorato la tragedia, Mia riporta la ragazzina dalla propria famiglia. E’ l’ultimo atto – assieme alla scoperta che il concorso per ballerine non era altro che un casting per aspiranti lap dancers – di una vita che non sente più sua. Scoperto che anche il cavallo bianco, che più  volte aveva cercato di liberare, è morto di vecchiaia, decide di accettare l’offerta del più gentile di quei ragazzotti che accudivano l’animale e partire con lui, abbandonando la famiglia, in Galles dove re-iniziare da capo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene non ci troviamo di fronte a Ken Loach il film è sicuramente buono. Coinvolge dall’inizio alla fine. Forse, l’unica pecca si può riscontrare in una sceneggiatura facilmente prevedibile nel suo svolgersi senza però, attenzione, non inficiare per questo la qualità della storia. Le interpretazioni sono credibili e forti, così come la regia è ben bilanciata al mondo che narra. Un mondo nel quale solo i più forti possono sopravvivere, proprio come Mia che, è lei stessa a dirlo, se potesse si reincarnerebbe in una tigre bianca. Sicuramente un animale tutt’altro che debole. Una curiosità per concludere: la pellicola è stato girata e proiettata nel vecchissimo formato 4:3.</p>
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