Se Sofia Coppola ha vinto la Mostra di Venezia con il suo film meno riuscito per quale motivo Paolo Sorrentino non dovrebbe vincere Cannes con questo This must be the place? Ciò non significa che l’ultima opera del regista campano non sia valida, anzi la pellicola è molto bella sebbene, quasi certamente, non sia la sua migliore. Ma poiché eventi come questo seguono logiche alquanto strane, potrebbe avere più chances de Il Divo di portarsi a casa la Palma d’Oro.
Scritto con Umberto Contarello, narra la storia di Cheyenne, una rockstar new wave/goth famosa durante gli anni Ottanta, ora caduta del dimenticatoio, che se ne vive a Dublino con la moglie in una villa immensa e praticamente deserta, scimmiottando sé stesso, ancora conciato come i tempi d’oro – Penn ricorda indubbiamente nell’aspetto Robert Smith di The Cure e nell’atteggiamento, la voce e il modo di trascinarsi in giro, non lo definirei certamente camminare, Ozzy Osbourne. In seguito alla morte del padre, deportato in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo il suo funerale a New York, il musicista si mette sulle tracce di un nazista a cui il padre aveva dato la caccia invano tutta la vita perché era stato uno dei suoi aguzzini in Germania. Seguendo i diari e gli scritti lasciati dal proprio genitore Cheyenne si avvia lungo un viaggio nell’America più rurale che non solo lo porterà a trovare quello che cerca ma soprattutto se stesso.
Sebbene Sorrentino sia un regista che deve molto a un certo tipo di cinema made in USA già per sua natura, questo This must be the place è sicuramente il più americano dei suoi film. Non solo perché è girato per la maggiorparte oltreoceano e parlato tutto in inglese quanto per il tipo di storia che narra. Il tema del viaggio alla ricerca di qualcosa o qualcuno – metafora di un’altro tipo di viaggio, corrispettivo, dentro il proprio io più nascosto – è un classico archetipo che buona parte di Hollywood ha utilizzato spesso nel tempo e la spina dorsale della pellicola si basa proprio su questo. Un tema d’altra parte non nuovo nemmeno per Contarello – molte sue sceneggiature infatti lo ripresentano – ma quasi una novità per Sorrentino i cui film precedenti mostravano una “sedentarietà” maggiore e nei quali i personaggi sembravano quasi ingabbiati dagli spazi che abitavano e vivevano. Cheyenne stesso si trova rinchiuso nella sua immensa e vuota casa o nel centro commerciale di Dublino che frequenta ma quando arriva negli Stati Uniti la sua sedentarietà lascia il posto a un movimento continuo – ottima l’idea di accompagnare il personaggio di Penn sempre da un oggetto che si trascina, un carrello della spesa oppure un trolley. Vi è un cambiamento di prospettiva perché il film a un certo punto ha un svolta decisa e diviene un vero e proprio road movie. In effetti si sente una differenza netta nella narrazione tra l’Irlanda e gli Stati Uniti, una discrepanza che fa quasi percepire allo spettatore la sensazione di trovarsi di fronte a due film diversi: uno più intimista, la prima parte, e uno più archetipico, appunto, la seconda. Inoltre alcune immagini poi sono degli omaggi veri e propri a uno dei registi americani, Tarantino, preferiti dal nostro, primo fra tutti il dettaglio di un piede a cui vengono colorate le unghie.
A livello registico sempre il solito Sorrentino: carrelli, dolly, steady-cam. La scena visivamente più bella è senza dubbio quella del concerto di David Byrne – anche autore delle musiche del film – un piano sequenza lungo quanto la canzone che viene cantata sul palco e che presenta una coordinazione perfetta tra i movimenti di camera – un carrello all’indietro con dolly – e il movimento in verticale e orrizzontale di una parte del palcoscenico stesso.
L’unica nota negativa è che per vederlo in Italia toccherà aspettare il 14 Ottobre quando Medusa, distributrice e co-produttrice del film con Indigo e Lucky Red, ha deciso di distribuirlo. Peccato. Speriamo in un ripensamento in caso di vittoria di un premio importante.


9 Commenti
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