Che fosse un megalomane lo si sapeva già. Melancholia non fa altro che confermarlo. L’ulitmo film di Lars Von Trier non è brutto però, forse, pecca un po’ della troppa autostima del regista. I primi dieci minuti vogliono essere un’opera audiovisiva totale, una specie di Gesamtkunstwerk Wagneriana che però in fin dei conti risulta essere solo un The tree of life depotenziato da un’estetica che ricorda assai quella del videoclip. Chiusa l’overture inizia il film vero e proprio e il regista torna al suo classico stile fatto di macchina a mano costantemente fuori fuoco, o a fuoco sul punto dell’immagine meno significativo, e di un montaggio abbastanza serrato che procede per jump-cut. E la storia pure è stutturata secondo la sua idea di narrazione ad atti. Il primo incestrato su justine e il secondo su claire, le due sorelle protagoniste di tutta la vicenda. Manca l’epilogo ma appare alquanto ovvio visto che la pellicola si conclude con la distruzione del mondo da parte del pianeta Melancholia, da qui il titolo, che si schianta contro la Terra. Nessun spoiler a rivelare il finale anche perché è lo stesso Von Trier che lo fa vedere agli spettatori alla fine del prologo, che a tutti gli effetti appare poi in seguito come un sogno o una premonizione che Justine ha avuto sul fato del pianeta. Rifelttendo un attimo sull’epilogo si può ipotizzare che in realtà sia presente, sebbene non specificato visivamente, nei dieci secondi di buio e silenzio post-distruzione della Terra. D’altronde se tutta l’esistenza è stata annientata, è il pensiero di Von Trier che non crede minimamente nel trascendente, che senso avrebbe mostrare un prologo diverso da uno schermo nero e silenzioso?
Melancholia si trova filosoficamente all’opposto di The tree of life. Se Malick parla del trascendente che si fa immanente, Von Trier cancella lo spirituale per portare tutto al terreno, scollegandolo completamente da un possibile doppio celeste di qualsiasi tipo. Justine (Kirsten Dunst) – che chiaramente altro non è che il doppio del regista, nella seconda parte è addirittura vestita come lui – confida alla sorella Claire (Charlotte Gainsbourg) che la vita esiste solo sulla Terra e in nessuna altra parte dell’universo. Né Dio né extraterresti. Von Trier per dirci che la vita fa schifo e che l’umanità è ancora peggio cade però nel cliché. La prima parte, sicuramente la peggiore del film, è una fiera del già visto: matrimonio di Justine che sembra felice ma non lo è e che lo stesso giorno molla il marito, lo sposo appunto cornuto e tradito con il primo che capita in quello stesso giorno, la sorella che è sposata con un ricco che guarda solo alle apparenze, i genitori divorziati e la madre che detesta il matrimonio e la felicità delle persone, il padre un’anaffettivo all’ennesima potenza, il capo che le offre unapromozione ma che la sfrutta anche nel giorno del matrimonio e che lei odia profondamente e decide di mandare a quel paese, Insomma, una specie di Festen però del cliché. La seconda parte del film invece è tutta incentrata sul pianeta Melancholia che si muove nel cosmo e che secondo gli studiosi passerà solo vicino alla terra mentre per Justine e qualche altro “paranoico di internet” distruggerà il pianeta, cosa che appunto accade. Qui è Claire ad avere la maggior importanza e Von Trier ci racconta la sua paranoia e la paura della morte che la attanaglia e dalla quale non riesce a scappare fino all’invevitabile fine.
Come dicevo all’inizio il film non è in fin dei conti brutto, anche perché vi sono elementi che lo popolano che sono del tutto incongrui. Come per esempio la buca numero diciannove su un campo da golf quando questi hanno, da sempre, solo diciotto holes. Per questo meriterebbe di essere rivisto e studiato con calma. Opportunità che si ripresenterà in autunno da noi con tutta probabilità.


7 Commenti
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