La scelta di inserire Van Sant in Un Certain Regard rientra dentro quella logica di programmazione secondo la quale alcuni film certamente più meritevoli di altri selezionati invece per concorrere per la Palma d’Oro sono messi nel concorso secondario al fine di alzarne la qualità. All’interno di logiche politiche che coivolgono ogni manifestazione di questo tipo una decisione di tal specie risulta in fin dei conti accettabile, artisticamente no.
Restless, appunto il film d’apertura della sezione secondaria del Festival, è un piccolo gioiellino che avrebbe sicuramente meritato più spazio rispetto a quello concessagli. Van Sant realizza una pellicola molto delicata e commovente. E’ la storia di due giovani che, in realtà, sono già morti. Enoch, trascina la sua esistenza di ragazzo asociale passando da un servizio funebre all’altro fin da quando, anni prima, ha perso entrambi i genitori in seguito a un incidente stradale nel quale anche lui è rimasto coinvolto e, a suo dire, è deceduto per tre minuti prima di tornare indietro. Da quel momento in poi Enoch inizia a vedere il fantasma di un pilota giapponese kamikaze durante la seconda guerra mondiale che diviene il suo compagno indivisibile. La vita però inizia a cambiare quando, ovviamente a un servizio funebre, incontra Annabel, una ragazza malata di tumore al cervello e a cui non rimane molto da vivere, circa tre mesi secondo il parere del medico che l’ha in cura. La storia si dipana lungo questo tempo, dal loro primo incontro fino alla morte di Annabel. Inutile dire che i due stringono un rapporto che travalica i canoni dell’amicizia per divenire un affetto più forte. In un conto alla rovescia verso un evento inevitabile che li separerà, Enoch e Annabel torneranno a scoprire la vita, riuscendo così a sconfiggere la morte apparente che aleggiava su di loro.
Il tema della morte è assolutamente centrale a tutta la pellicola: dai funerali a cui si incontrano, alla festa di Halloween dove, per la prima volta, fanno l’amore, al reparto ospedaliero per malati terminali che Annabel deve frequentare, all’obitorio nel quale i ragazzi si rifugiano, fino alla presenza di un fantasma vero e proprio, colui che ha già sperimentato l’esperienza del decesso. Un tema che, però, Van Sant gestisce con estrema grazia, senza mai cadere nel patetico – e i rischi c’erano tutti, vedi un filmaccio come Autumn in New York – ben conscio che il suo racconto vuole essere prima di tutto quello di un riscatto per due persone che hanno perso ogni speranza. Tutta la pellicola comunica una sensazione mortuaria, in particolar modo i costumi scelti per i due personaggi, costantemente fuori dal proprio tempo, ma piuttosto vicini a degli stili e a delle mode del passato, in maggioranza degli anni venti del Secolo scorso. Una scelta che di certo non può essere ritenuta, banalmente, casuale. E’ anche proprio grazie al loro modo di vestire che i due risultano fuori luogo in ogni situazione in cui si vengono a trovare se rapportati con il mondo esterno e che al contrario fa si che tra di loro nasca qualcosa e che questo sentimento li conduca a un catarsi che esorcizzi la prematura morte di cui entrambi erano vittime e, soprattutto, quella reale di Annabel.
Indubbiamente un’ottima pellicola anche grazie a una regia leggera e non invadente che piazza la macchina da presa a quella giusta distanza dai propri personaggi riuscendo così a raccontarli al meglio. Un film che, senza alcun dubbio, rimarrà uno dei migliori presenti quest’anno a Cannes. Se le aspettative erano giustamente alte, e il tutto esaurito delle proiezioni ufficiali lo ha dimostrato, Van Sant non ha certamente deluso i suoi spettatori.
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Un Commento
Be’, questo non vedo l’ora che esca