Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, presentato all’interno del programma della Quinzaine des realizateurs, rischia seriamente di essere ricordato come “il film” di questa edizione del Festival di Cannes. Un vero capolavoro che avrebbe forse meritato di essere inserito nel palinsesto ufficiale, sebbene la categoria collaterale nella quale è stato mostrato al pubblico rimane comunque di notevole importanza.
Una pellicola che si basa totalmente sul racconto attraverso le immagini. Le parole, poche a dire la verità, risultano totalmente inutili ai fini della storia che il regista racconta allo spettatore. La voce viene così trattata alla stregua di tutti gli altri suoni d’ambiente, solo in maniera descrittiva, per comunicare l’atmosfera di luoghi in cui la presenza degli esseri umani è equiparata a quella di tutti gli altri oggetti che vengono inquadrati. Noi non siamo i protagonisti come ci si potrebbe aspettare da un film, ma rimaniamo soltantoo elementi di un quadro, sia visivo sia narrativo che Frammartino, mano a mano, assembla e rende chiaro.
In effett,i all’inizio, lo spettatore prova un senso di spiazzamento dovuto proprio al fatto di non comprendere cosa il regista gli stia mostrando e dove lo voglia portare con il racconto. Il turning point – o l’illuminazione – si ha quando colui che fino ad allora era stato il protagonista della vicenda, un anziano pastore di capre, improvvisamente muore dopo che, per circa mezz’ora, avevamo seguito la sua semplice vita. Basta un raccordo di montaggio tra la lapide che viene posta sulla sua tomba e un capretto che viene partorito per farci comprendere che Frammartino ci sta mostrando il ciclo della vita. Dopo la vicenda del capretto, abbiamo quella di un abete, luogo in cui l’animale era spirato, che, a sua volta, dopo essere stato scelto e utilizzato come albero della cuccagna, viene tagliato e utilizzato da un gruppo di carbonari, finendo per divenire semplice carbonella. Nella conclusione il racconto si fa circolare. La carbonaia è infatti il primo luogo ad apparire nel film. La cenere è il medicamento che il vecchio pastore utilizzava per curare la sua asma. La stessa cenere che, perduta per una banalità, lo porta alla morte.
Una pellicola sorprendente, intensa, che strappa applausi da una platea prima spiazzata e poi, all’accensione delle luci, davvero in subbuglio e che ha attribuito al regista italiano un lungo applauso. Un film che si merita questo riconoscimento, sebbene solo morale, e che meriterebbe, ancor di più, di ricevere una distribuzione degna – in Italia ad opera dall’Istituto Luce – e un di essere visto anche del grande pubblico. Purtroppo, immagino, tutto ciò rimarrà pura utopia. Se si avesse la possibilità d’incrociarlo, non bisogna assolutamente farselo scappare. Come dicono i francesi qui presenti: bravò!


8 Commenti
tristemente immagino che un film di questo tipo non avrà mai una distribuzione… tristemente davvero!!!
e come si può recuperare? DVD?
io penso che forse nelle sale Lumiere di Bologna e Truffaut di Modena si possa recuperare… quest’anno i documentari italiani presentati a Cannes l’anno scorso sono stati inseriti in programmazione diverse volte quindi forse pure questo avrà una vita simile!
Son of a gun, this is so hlepufl!
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