La mirada invisible

di Diego Lerman
Argentina 2010

di Enrico Vannucci

Si può spezzare una lancia a favore di questo film asserendo che l’argomento trattato non risulta facilmente gestibile. Una tematica che, al contrario, è possibile definire a priori come controversa e difficilmente delineabile. Risulta dunque alto il rischio di cadere vittima dei cliché e, ancora di più, appare inevitabile che i realizzatori si debbano, quasi per forza, appellare a un giustificazionismo privo, però, di motivazioni etiche e morali.

La mirada invisible cade purtroppo vittima di tutta questa premessa. Il regista argentino Diego Lerman, qui alla sua terza opera, racconta la vita di una giovane donna durante il 1982, l’ultimo anno della dittatura della giunta militare nel suo paese. Marita lavora come controllore in una scuola che assomiglia, però, più una caserma a causa delle strette regole di comportamento alle quali i ragazzi sono tenuti ad attenersi. La vicenda ruota attorno al rapporto che intercorre tra la disciplina e l’ubbidienza all’ordine che il regime dittatoriale ha instaurato negli anni opposti alla voglia di vita fuori dagli schemi e il desiderio di ribellione che anima in modo particolare le generazioni più giovani che Marita è chiamata a frenare nelle loro espressioni vitali più “controverse”. Pulsioni verso le quali anche lei, man mano, si sente sempre più attratta. Nel racconto si viene a confrontare con due personaggi in particolare: uno studente del quale si sente innamorata e verso cui, per la morale della società in cui vive, è impossibilitata a rendere palese il proprio affetto e il desiderio che prova nei suoi confronti; e il direttore della scuola, un uomo molto più vecchio di lei e che tenta in ogni modo di corteggiarla da molto tempo, ricevendo, però, sempre dei rifiuti. Questo rapporto nasconde una tensione sessuale – che il regista non fa nulla per celare – che porterà a  una sublimazione che sfocia in una brutale violenza carnale – tra l’altro ampiamente prevedibile (e prevista) da parte dello spettatore.

E’ questa la pecca maggiore del film di Lerman. La sua prevedibilità. Tutto è già ben chiaro e delineato dall’inizio. L’equivalenza tra la dittatura militare e la scuola in cui i protagonisti vivono la loro vita è fin troppo rimarcata. Così come lo è il rapporto di subordinazione che sussiste tra la popolazione e il governo dei generali comparato a quello tra Marita e il direttore. Il giustificazionismo con cui il regista assolve i suoi compatrioti per non essersi ribellati ai soprusi di quegli anni si ritrova nella scena finale, quella della violenza. Qui lo stupro viene mostrato molto chiaramente mentre, al contrario, la vendetta della donna, che accoltella il suo carnefice, si intravede soltanto riflessa nello specchio e, per altro, fuori fuoco. Come dire che sia meglio fare finta di non vedere la ritorsione perché giusta, perché impunibile, perché, appunto, giustificata da tutto ciò che tutta la popolazione ha sofferto e dovuto subire in quegli anni bui. Però, perché giustificare coloro che non agendo – ed è il caso di Marita e di tutti i suoi colleghi di lavoro e della sua famiglia, a parte il padre, un oppositore desaparecidos – hanno condannato l’Argentina a quegli anni di dittatura? Non sono stati anche loro conniventi di un regime che ha fatto della “sguardo invisibile” il proprio metodo di controllo? Non è forse plausibile ritenere che quella mirada invisible sia anche il punto di vista di una popolazione che ha voluto vedere quello che in realtà non c’era (l’invisibile appunto, il falso benessere portato dalla dittatura) e non vedere ciò che in realtà è accaduto (il trauma dei desaparecidos e il decadimento delle libertà personali)? Forse la risposta è sì e tutto ciò non è giustificabile.



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16 maggio 2010

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