Nang mai in lingua thai significa Ninfa. Ed è proprio quella speciale creatura dei boschi l’oggetto misterioso di questo film che definirei un horror in salsa tailandese. Niente a che vedere però con i film di tale genere che siamo abituati a vedere solitamente nelle sale occidentali. La pellicola è infatti assai lenta, estenuantemente lenta per essere appunto un film dell’orrore. Se questa deve esserlo, certamente non è parente prossima della New Horror americana e dei suoi discendenti ma, se dovessimo darle un progenitore, direi che questo può essere il genere orrorifico degli anni ‘50 e i film di Val Newton, nei quali l’oggetto che provocava il terrore non era mai inquadrato ma era e restava sempre fuoricampo. Un po’ come quella mosca bianca che è stata The Blair Witch Project, nel quale non si riusciva mai a vedere veramente l’origine e la fonte della paura. In Nang mai è più o meno la stessa cosa. Ma se non lo vogliamo considerare un horror, forse anche giustamente, il film può essere visto come una storia d’amore tra moglie e marito e il loro ricongiungimento attraverso una misteriosa epifania naturale. La Ninfa del titolo infatti potremmo considerarla come una divinità che riporta l’amore in una coppia di sposi tra i quali è caduto il silenzio. La moglie sostituisce il dialogo con il marito a quello, attraverso il cellulare, con l’amante. L’uomo, rapito dalla Ninfa, trova in lei quell’appagamento sessuale che la compagna non vuole dargli. La donna, sì, è preoccupata per la scomparsa dell’uomo ma, ancora di più, è resa gelosa dall’assenza di questi. Attraverso la mancanza lei scopre nuovamente di amarlo e fa di tutto per riportarlo a casa, anche “litigare” (è questa la parola con la quale il marito descrive ciò che è successo all’amante della moglie) con il corpo fisico, un albero, della Ninfa. Come si capisce il film di Pen-Ek Ratanaruang è assai strano e sorprendente. Forse meriterebbe di essere visto, se si riesce a superare la prima mezz’ora di, apparentemente, vuoto narrativo.
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