“Once upon a time… in Nazi-occupied France”. E’ con questa scritta che inizia Inglorious Basterds. Tarantino, questa volta, lo rende subito esplicito e in modo alquanto diretto: le due ore e quaranta minuti alle quali stiamo per assistere sono una favola ed è bene che ce lo teniamo bene in mente. Ma questa è per caso una novità? No, per niente. Tarantino ci ha sempre raccontato delle favole, è solo che, questa volta, ce lo dice in faccia. E, ovviamente, non ci racconta niente di nuovo. Inglorius Basterds è Tarantino all’ennesima potenza, non solo per il citazionismo, esplicito, dei suoi miti cinematografici, quanto per l’autocitazionismo dei suoi precedenti lavori, a partire da i titoli di testa che sono un collage degli stili di quelli di tutti i lungometraggi precedenti: Le Iene, Pulp Fiction, Jacky Brown, Kill Bill. Tutte le immagini assumono un senso di dejavu, di già visto, perché, in effetti, tutto è stato già fatto, da lui o da qualcun’altro, e ora, in questo film, questo tutto viene solo ri-prodotto (nel senso fattuale del termine, di prodotto di nuovo) e mischiato insieme. Se c’è un autore postmoderno per eccellenza questi è senza dubbio Quentin Tarantino. A partire dal soggetto della storia – che nonostante sia stata ampiamente cambiata è un omaggio al film di Enzo G. Castellari Quel maledetto treno blindato – ci troviamo di fronte a un insieme di opere create originariamente da qualcun’altro e che il regista ha fatto proprie, ha immagazzinato, ha elaborato e ha riproposto secondo il suo tipico stile che prevede la coesistenza di registri assai differenti l’uno dall’altro. Il referente, anche qui, ancora una volta, non è il reale ma solo e unicamente l’immagine cinematografica. Tutto è finzione perché è la finzione il vero modello a cui Tarantino si ispira. E ciò è più dichiarato rispetto ad altre sue opere perché Inglorious Basterds è un film che parla di cinema, del cinema e al cinema – non solo autoreferenzialmente ma anche confrontandosi con la Storia della settima arte. La pellicola diventa un condensatore e un condensato d’immagini che richiamano altre immagini e sono queste, ovviamente, a costruire il nostro mondo ma anche a distruggerlo -come dimostra la bellissima scena conclusiva – in modo, così, da salvarlo. Come una grande catarsi le immagini che bruciano purificano il mondo tarantiniano, un mondo senza referenti ed è per questo che Hitler, Gobbels e tutti i gerarchi nazisti possono bruciare nel rogo del cinema. Tarantino sa che può permetterselo perché non vi è niente di reale, solo copie di copie di copie, come chiaramente sono Hitler, Gobbels, Churchill, imitazioni mal riuscite nelle quali la caricatura imperfetta non solo è esplicita ma necessaria per far emergere il loro status di copia. E’ il principio della litografia: più vengono stampate copie, più queste sono imperfette per il danneggiamento del negativo originale. In Tarantino è la stessa cosa. Ci troviamo all’ultimo stadio della copia in cui il negativo originale è ormai sbiadito e i prodotti del processo litografico sono assai differenti dal suo referente originale. Infatti, questo mondo fittizzio oramai deteriorato è destinato a bruciare a causa proprio della sostanza che lo compone: il nitrato d’argento.
Inglorius Basterds è un grande film. Credo che Tarantino, se volesse, potrebbe anche smettere con il cinema dopo questa prova, tutto quello che doveva dire lo ha già detto (ma, anche, è stato già detto – da qualcun’altro prima di lui). Ci troviamo di fronte alla fase più alta – e forse finale – della sua opera come autore.
Nota di folclore: la pellicola è parlata per un terzo in inglese, un terzo in tedesco e un terzo in francese. E questa differenza linguistica è basilare. Se decideranno di doppiarlo, mi auguro di no, ma credo di sì, uccideranno una parte importante del film e, soprattutto, smonteranno un’esilarante scena nella quale Brad Pitt parla nella nostra lingua.
Tag:Inglorius Basterds, Tarantino


2 Commenti
GODO
lo VOOOOOOGLIO troppo vedere…. cavoli!!! nn vedo l’ora!!!