Qualcuno credeva che Almodovar avrebbe presentato una pellicola sciatta o insignificante sulla Croisette? E infatti non è così. Non ci troviamo di fronte forse a un capolavoro ma sicuramente Los abrazos rotos è un ottimo film. Soprattutto per come maneggia, anche lui dopo Bellocchio, la materia metacinematografica. La pellicola - che racconta, attraverso l’uso di flash back e flash forward, la vita del personaggio principale, uno sceneggiatore di cinema ora cieco – ci parla dell’accettazione di noi stessi, della comprensione del nostro essere che però non avviene in maniera immediata, naturale, ma solo attraverso un allontanamento da se stessi, attraverso un’obbligatoria trasformazione in qualcos’altro – non solo cambiando mestiere, da regista a sceneggiatore, ma anche assumendo un’altra identità, proprio come fa il protagonista – che ci permette, attraverso la distanza, di mettere a fuoco ciò che effettivamente noi siamo. C’è una scena nella pellicola che dichiaratamente racconta tutto ciò, quella nella quale Penelope Cruz e Lluìs Homar si fanno un autoscatto mentre entrambi stanno guardando, commuovendosi – lei in maniera particiolare – la proiezione di Viaggio in Italia di Rossellini alla televisione. Si arriva alla conoscenza solo attraverso le immagini, solo attraverso la distanza che si crea tra ciò che è la realtà e ciò che è invece l’immagine in movimento. Si comprende la propria situazione solo attraverso ciò che il cinema ci racconta, perché esso ci porta, sì, a una distanza ontologica dal proprio referente ma, al contempo, anche a un’immedesimazione con ciò che osserviamo. Il film riflette proprio su questa ricostruzione dell’io attraverso l’immagine. Altro esempio di questa tematica che permea la pellicola è il tentativo da parte del figlio della migliore amica del protagonista di incollare vecchie foto scattate dal regista/sceneggiatore distrutte tempo prima proprio da quest’ultimo. Si ricostruisce a ritroso, dunque, si rimettono i pezzi al loro posto, proprio come in un puzzle. O come in un montaggio, come quello che il protagonista si decide a ultimare, nonostante la cecità, dell’unica pellicola che non aveva mai portato a termine perché scalzato, nella fase conclusiva, dal produttore/padrone. Una volta appropriatosi della propria esistenza, una volta conosciutosi realmente, solo allora quel film diverrà soltanto suo. D’ora in poi, come afferma egli stesso, l’handicap di cui è portatore non è più vissuto come un problema. E poi, i film, una volta iniziati, devono essere portati a conclusione, proprio come le vite delle persone, almeno per il rispetto non solo di noi stessi ma anche di chi ci ha amato e di chi si è amato e che ora, purtroppo, non c’è più. Che la pellicola, poi, sia incentrata sullo sguardo è fuori di dubbio fin dalla prima immagine: un close-up su un occhio, quello del protagonista, che però è cieco. Uno sguardo, dunque, che non riesce a vedere. L’handicap diventa così metafora di una condizione esistenziale che solo in seguito ci verrà spiegata.
Almodovar sforna dunque un altro grande film, condito, ovviamente, da una divina interpretazione di Penelope Cruz che potrebbe essere in lizza per la migliore interpretazione femminile, così come il film esserlo per la Palma d’Oro.
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Un Commento
a me almodovar nn ha mai fatto impazzire ma sono aperta a farmi smentire…a leggere quello che hai scritto mi pare molto interessante il film…