Polytechnique è ispirato a una vicenda realmente accaduta e simile ai noti eventi occursi alla Columbine High School. Nel 1989 a Montreal, in Quebec, un ragazzo, sentendosi frustrato dal sesso femminile, entra nel politecnico di cui il titolo parla e uccide quasi una quarantina di donne prima di togliersi la vita. Denis Villeneuve racconta la storia attraverso un bianco e nero che priva la vicenda di una qualsiasi umanità, rendendola ancora più cruda di quella che in effetti già è. Il regista segue principalmente tre personaggi: l’assassino, una ragazza rimasta ferita ma che riesce a sopravvivere alla morte e un ragazzo che, sentendosi in colpa per non essere riuscito a fermare il giovane, dopo diverso tempo si toglie la vita per il rimorso. La pellicola dura poco, solo un’ora e un quarto ma è il tempo necessario per raccontare questa piccola vicenda. Ben bilanciata, senza troppi fronzoli, la vicenda, nella sua brutalità, scorre bene. Interessante è la scena finale nella quale il mondo è capovolto. La macchina da presa è ribaltata a testa in giù e pare caminnare sul soffitto dei corridoi della scuola. Per il resto la messa in scena è molto movimentata tra carrelli, camera a mano e steady-cam con l’ovvio intento di comunicare l’inquietudine e l’angoscia di quei momenti. In effetti l’opera pare riuscita anche se, dobbiamo essere onesti, non emoziona come un film tipo Elephant che, in fin dei conti, tratta una tematica assai simile. Ma il film di Van Sant vinse il Festival di Cannes, quello di Villeneuve probabilmente non vincerà la Quinzaine des réalizateur nella quale è in concorso. Ma questo, certamente, non è un demerito. I premi, in fin dei conti, significano assai poco altrimenti se dovessimo misurare la bontà di un film o meno dalle sue vittorie più o meno prestigiose, un cineasta come Stanley Kubrick si sarebbe già dovuto dimenticarcelo, invece sappiamo come, probabilmente, sia stato il migliore di tutti quanti, certamente, un unico irripetibile.
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