Kinatay è un viaggio all’inferno. Il personale viaggio all’inferno di un giovane cadetto della polizia che per arrotondare lo stipendio aiuta una gang dedita alla raccolta del pizzo dagli ambulanti di Manila. Questa volta, però, viene coinvolto in un gioco più grande di lui: una ballerina di lap dance viene rapita, portata in una casa fuori città e uccisa. Poi il corpo viene diviso in pezzi e questi vengono lasciati in punti diversi della città. Fine della vicenda. Kinatay è un film che si basa sul niente. La storia non è esiste, è tutto giocato sulle sensazioni del protgonista che il regista, oltre che per mezzo degli attori, rende attraverso la messa in scena. Per buoni quaranta minuti la vicenda si svolge in un angusto e claustrofobico camioncino che si dirige verso la casa della morte. Mendoza certamente realizza un lungometraggio che considerare particolare è dire poco. Eppure, nonostante la mancanza di trama, l’attenzione, in quei lunghi quaranta minuti di viaggio verso l’inferno, verso ciò che sta succedendo o, meglio, verso ciò che deve ancora accadere rimane, soprattutto perché lo spettatore non ha ancora ben chiaro dove il regista lo stia conducendo. Però, quando la vicenda viene portata a conclusione, chi guarda rimane con una certa sensazione di delusione piuttosto che con quella di un pugno nello stomaco come, vien da pensare, in teoria il regista avrebbe sperato. Intendiamoci, non che Mendoza non risulti capace a mettere in scena il suo racconto, sfido chiunque a mantenere l’attenzione per quaranta minuti su un veicolo in movimento senza che nulla di particolarmente rilevante accada durante tutto quel periodo assai lungo, ma la natura del tema trattato nel film, forse, risulterebbe più adatta a un racconto che a delle immagini in movimento. Sinceramente chi scrive non saprebbe dare un giudizio ulteriore sebbene abbia avuto tutta la notte per pensarci. Sicuramente però Kinatay non entrerà nella personale classifica dei migliori film visti quest’anno sulla Croisette sebbene meriti, credo, di essere presente nella selezione ufficiale e in concorso e di ambire, almeno, al premio per la miglior regia.
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