Questo è un film che in Italia farà scandalo (sempre che trovi una distribuzione!). Se lo ha fatto una brutta produzione come Il codice Da Vinci perché non dovrebbe la pellicola di Amenabar. Il motivo è presto detto: i cristiani ci fanno la figura dei barbari ignoranti che, animati da una fede intransigente cancella tutte le civiltà che prima di loro abitavano la terra, mondo che, in questo caso, è ridotto al microcosmo di Alessandria d’Egitto, patria della biblioteca più nota del mondo antico, rasa al suolo proprio dalla ferocia iconoclasta dei paleocristiani. Il film narra infatti la lotta per il potere politico e di controllo della società ai tempi della caduta dell’Impero Romano. I tre gruppi ben distinti sono i pagani ellenisti, gli ebrei e i cristiani, appunto. Questi ultimi sono coloro che, mossi dalla fede che non prevede la messa in discussione di alcun dogma da loro creduto, prima prendono il potere con la forza sottraendolo ai pagani e costringendoli a convertirsi al cristianesimo poi, una volta eliminati i diretti concorrenti per il controllo della società, si dedicano a discreditare e perseguire gli ebrei, iniziando una tradizione di antisemitismo che, innegabilmente, è durata per quasi duemila anni e che, purtroppo, anche oggi non pare essere del tutto scomparsa. Non c’è dubbio che il film di Amenabar abbia convinto. Non potrebbe essere altrimenti anche perché racconta come, effettivamente, gli avvenimenti storici si siano svolti, ovvero: il Cristianesimo è sopravvissuto solo grazie all’intuizione di Paolo di Tarso di predicare il Vangelo anche ai gentili e, secondariamente, la natura del messaggio rivolto soprattutto verso uno strato di una popolazione che si sentiva oppressa e alla quale veniva promessa uguaglianza, almeno nell’aldilà, ha reso possibile smuovere grandi masse con le quali prendere il controllo attraverso l’uso della forza, giustificando una vera e propria conquista e cancellazione di culture antiche millenni secondo un credo che non ammette dubbi. Ed è proprio sotto questo ultimo punto che il film risulta attuale, almeno nel nostro paese. Amenabar lo dichiara chiaramente: per vivere assieme e in pace non possiamo partire da posizioni dogmatiche che, inevitabilmente, portano solo al contrasto tra le persone ma sono la ragione e la messa in dubbio dei nostri stessi principi – che per alcuni devono essere considerati non discutibili – l’unica maniera che l’umanità ha, anche oggi, di aspirare a un dialogo proficuo tra culture diverse, in un epoca in cui le guerre di religione e l’inconciliabilità di pensieri e credi differenti paiono essere, di nuovo, delle verità universali per la maggioranza della popolazione. Una lezione, questa, che alcuni signori nel nostro paese dovrebbero per lo meno ricordarsi prima di permettersi di criticare il resto dell’umanità che non la pensa come loro. A livello registico è sublime l’uso che Amenabar fa della prospettiva di Dio il quale, per più volte, è tirato in ballo durante lo svolgimento della pellicola ma che, nell’intenzione del metteur en scène, invece di parteggiare per una o per l’altra fazione, si limita, impotente, a osservare la stupidità umana fare il suo corso.
In conclusione devo dichiarare la mia invidia verso gli spagnoli che meritano un grande applauso per come da un paio di anni a questa parte riescono a imbastire produzioni così impressionanti, a livello scenico, da essere comparabili al cinema americano. Complimenti sul serio. Inutile dire che a parere di chi scrive Agora si meritasse di essere in competizione.
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2 Commenti
Paolone di Tarso la vide lunga
Effettivamente, Paolo di Tarso è il Cristianesimo.
Non dubito che il film ti sia piaciuto molto, conoscendoti…