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Mother

di Bong Joon Ho
Corea del Sud 2009

di Enrico Vannucci

Qui si ha come l’impressione, ma ormai sono anni a dire la verità, che il cinema coreano stia producendo molte tra le cose più interessanti che si vedono sugli schermi da un po’ di tempo a questa parte. Mother non tradisce certo questa sensazione. Bong Joon Ho ha il merito di realizzare un grande film che richiama molto da vicino, nello stile, l’opera del suo connazionale Chan-Park Wook. Tra i due, però, il Festival ha dovuto effettuare una scelta, non volendo, come si può credere, inserire due pellicole provenienti dalla Corea del Sud entrambe in concorso. Mother, dunque, si è ritrovata in Un Certain Regard, forse, non del tutto meritandosi questa, seppur prestigiosa, collocazione ma che rimane pur sempre secondaria. Il film si divide in due parti ben precise: nella prima assistiamo a una specie di “madre coraggio” che cerca di proteggere il proprio figlio, un adolescente un po’ ritardato, soprattutto quando viene accusato per un omicidio che lui afferma di non aver commesso, mentre nella seconda prendiamo parte alla ricerca della donna del vero assassino e, qui, si assiste a diversi colpi di scena che rendono il film, soprattuto in questo secondo tempo, memorabile. Non mancano anche le citazioni: una su tutte, la scoperta dell’assassino è pressoché identica a quella di Profondo Rosso di Dario Argento in cui Clara Calamai è riflessa nello specchio e il protagonista ha un ricordo lucido di quell’immagine. C’è da chiedersi come mai il cinema coreano riesca a essere così potente. Sia per le storie che racconta sia per le immagini attraverso le quali le mette in scena. A livello di sceneggiatura i cineasti del paese orientale riescono sempre a narrare accadimenti anche improbabili ma in modo del tutto sempre credibile - ricordiamoci dei vampiri di Park Chan-Wook - e a connotare ogni loro copione di una vena umoristica, soprattutto a livello gestuale, che ha pochi epigoni nel cinema contemporaneo che siamo solitamente abituati a vedere. Forse è però nella messa in scena che alcuni registi di quella nazione asiatica sono divenuti dei veri e propri “maestri”. Bong Joon Ho, senza arrivare agli eccessi, a volte quasi manieristici, di Park Chan-Wok, dimostra ancora una volta di saper maneggiare la macchina da presa in maniera sublime, sempre focalizzandosi sull’essenziale, su ciò che è importante per portare avanti lo svolgimento della storia forte che ha deciso di raccontare. Questo è un film che potremmo vedere sui nostri schermi, anche se probabilmente in una piccola distribuzione. Nel caso che ciò succeda non bisogna assolutamente lasciarselo scappare.



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16 maggio 2009

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