Sicuramente Jane Campion si candida in maniera prepotente per ricevere un premio alla Croisette. Questo Bright Star - film sulla vita sentimentale del poeta romantico John Keats, raccontato però dal punto di vista della sua amata, Miss. Fanny Brawne – è una pellicola assai riuscita. Ciò che più colpisce è il modo in cui la Campion mette in scena – anche a parole avendo scritto lei la sceneggiatura – questa storia d’amore senza mai cadere nel melodrammatico. Il film non prende mai delle linee rette ma lavora sempre ai fianchi, non mettendo mai a fuoco gli elementi più melò ma lasciandoli sullo sfondo, senza però trascurare il sentimento amoroso. La pellicola assume, dunque, una sostanza che potremmo definire aerea. Fluttua nell’aria. La regista è stata capace di portare sullo schermo quel sentimento che, forse, è il più difficile da trattare, tra tutti gli altri, senza incorrere nel rischio di cadere nel patetico: l’amore. Il suo tocco leggero, che caratterizza le due ore della pellicola, funziona. Funziona provocando emozioni forti, proprio come quelle che i personaggi vivono sullo schermo. Jane Campion si dimostra ancora una volta una regista che sa esattamente maneggiare il materiale che si trova tra le mani. Un materiale non facilmente malleabile se privi di talento ma, sicuramente, a lei questo non manca. La messa in scena è assai semplice, inquadrature fisse, ben centrate sui personaggi e sul piccolo mondo agricolo che li circonda. Inquadrature che però non invadono morbosamente la privacy dei caratteri che si muovo sullo schermo ma che fluttuano leggere come le farfalle che Keats, alla propria amata, suggerisce di catturare e “allevare”. Una pellicola che riesce anche a sostenere un lungo scambio epistolare tra i due protagonisti, certamente cosa non facile. Ci troviamo di fronte a un film che profuma di classico, sebbene classico non è. Pare esserlo ma proprio la mancanza dell’aspetto più melodrammatico ce lo fa in un qualche modo, idealmente, collegare con la Marie Antoinette di Sofia Coppola, senza, però, raggiungere quei livelli di rarefazione, né, ovviamente, di pop culture postmoderna. Un film elegante giocato su piccole situazioni mai sviluppate più dello stretto necessario, senza alcun tipo di sottolineatura eccessiva che vada oltremisura. Perfettamente equilibrato in se stesso. E’ un piacere osservare opere del genere, non solo perché chi scrive ha una passione per i pizzi e merletti dei film in costume quanto perché pellicole come questa ti ricordano che il cinema, in fin dei conti, ha sempre avuto la capacità – e continua ad averla – di affascinarti e di emozionarti. Quando un regista riesce a comunicare ciò non vi è altro da chiedere e da pretendere.
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