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Kuki Ningyo

di Hirokazu Kore-eda
Giappone 2009

di Enrico Vannucci

Può una bambola gonfiabile, un sostituto del piacere sessuale naturale, mostrare i difetti degli uomini e avere il potere di curarli? Secondo il regista giapponese Hirokazu Kore-eda evidentemente sì. E a ragione. Il film in effetti è ben fatto. In breve, una bambola gonfiabile, usata come compagna di vita da un uomo prossimo alla mezza età, trovando un cuore, prende vita. Come succeda tutta questo e perché non ci è dato saperlo, ma non importa. Ciò che conta, infatti, non è il “perché” ma il “quale”, ovvero, lo scopo per cui questo pezzo di plastica inanimato prende vita. La bambola, interpretata poi per la maggior parte del film da un’attrice in carne ed ossa, viene alla luce per salvare il genere umano dalla quotidianità nella quale è caduto. Un mondo che la bambola impara a conoscere pian piano. Quest’ultima, infatti, si comporta come una bambina appena nata che – a parte per la parola della quale è già dotata – apprende tutti i comportamenti umani imitando ciò che vede. Comportamenti che, a volte, smaschera anche a causa della loro insensatezza.

Dopo Up, che continua il filone intrapreso da Pixar - e prima ancora dall’animazione in generale – sull’umanizzazione dell’oggetto, ora anche questa pellicola giapponese porta alla ribalta la medesima tematica. Gli oggetti divengono sempre più non solo uno specchio del genere umano ma un suo vero e proprio sostituto. Per certi versi anche migliore. L’inanimato pare abbia raccolto dall’uomo ciò che egli ha perso in questi anni in cui la società lo ha spinto a divenire sempre più un oggetto lui stesso, un oggetto in balia della società stessa.  Contenitori vuoti, pieni di aria, proprio come la bambola. Il referente per l’umanità perduta non è più un ricordo di noi stessi ma un nuovo esempio, un nuovo modo di vivere – che poi è simile, per non dire identico, a quello che il genere umano pare essersi completamente scordato – e che solo un oggetto che si fa altro da sé ci può insegnare di nuovo per mezzo del suo esempio e del suo, vero e proprio, martirio. C’è qualcosa di cristologico in questa Air Doll – che è anche il titolo in inglese – dagli occhi a mandorla. Venuta senza una motivazione certa, si è fatta carico delle incongruenze umane per redimerle con il suo esempio. Emblematica è la scena finale nella quale una giovane ragazza bulimica, che più volte è apparsa nella storia, affacciandosi dalla finestra della propria casa, osserva il corpo ormai privo di aria della bambola, abbandonato in strada in mezzo a una pila di rifiuti. Un’immagine questa – un corpo rinsecchito circondato da rifiuti di cibo – che richiama esattamente alla mente la situazione della giovane bulimica e che più volte ci era stata presentata. Quest’ultima, affacciata alla finestra, nell’osservare la scena esclama: <<Bellissimo>>. Esattamente le stesse parole che aveva pronunciato l’air doll nel momento in cui aveva preso vita. Il cerchio si è chiuso. L’umanità è stata redenta. Ci sarebbe da sperare che lo sia stata per sempre ma, credo, questo è un sogno destinato a non diventare, probabilmente, mai realtà.



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14 maggio 2009

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