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Kasi az gorbehaye irani khabar nadareh

di Bahman Ghobadi
IRAN 2009

di Enrico Vannucci

No one knows about persian cats, questo il titolo tradotto in inglese, è un film che tutti dovrebbero vedere. Tutti. E’ una di quelle pellicole che, con una semplicità disarmante, parla al cuore e al cervello degli uomini. La storia è semplice: un ragazzo e una ragazza sono alla ricerca di altri componenti per un gruppo musicale indie rock e noi li seguiamo mentre – con l’aiuto di un amico improvvisatosi agente – girano la città nel tentativo di scovare gli strumentisti che farebbero al caso loro, sospinti dal sogno di raggiungere Londra il più presto possibile dove tentare la fortuna con la loro musica.

Una trama quasi banale si direbbe. Una trama banale se non fosse ambientata in Iran. I due giovani, infatti, incorrono in problemi che per noi occidentali paiono non solo stupidi – come trovare passaporti e visti per espatriare, questa è infatti la loro maggiore preoccupazione – ma del tutto assurdi. Ghobadi ci mostra un Iran diverso da quello che siamo soliti sentirci raccontare dai media di tutto il mondo occidentale, ovvero composto da fanatici religiosi pronti a dare la vita per la supremazia dell’Islam. Il regista ci porta nell’Iran nascosto, quello underground, dove i ragazzi (e le ragazze) non solo vestono all’occidentale ma dimostrano i medesimi gusti e interessi dei loro coetanei europei e americani. E’ un paese vivo quello che si nasconde alle autorità ufficiali. Sì, loro sono una parte della società che si  sente veramente  oppressa – infatti sono tutti convinti che non si possa fare musica, almeno quella che piace a loro, in quel luogo – ma, al contempo, tengono duro, sopravvivono con quello che hanno e con quello che possono “rubare” – gli spazi, i tempi – allo Stato che li opprime, nella speranza che, prima o poi, si riesca scappare da quell’inferno. Scappare. Non cambiare. Solo in pochi sono convinti di non voler emigrare all’estero; e forse quei pochi sono anche i più realisti perché i sogni di gloria verranno presto infranti e la dura realtà prenderà il sopravvento.

Un film duro, raccontato però alquanto giovanilmente, piegando la fiction ( sebbene sia ispirato a una storia vera) a uno stile che spazia dal documentario fino a sequenze del tutto consimili a un videoclip ma che rimangono, però, sempre molto narrative e che raccontano un altro Iran invisibile, quello delle persone colte da un’estrema povertà e dei reietti, coloro che la rivoluzione religiosa non ha aiutato affatto. Si deve sperare che il film venga distribuito in Italia perché merita di essere visto il più possibile nel mondo. Sinceramente non si capisce come possa essere stato relegato in una categoria come Un Certain Regard, certamente prestigiosa, ma pur sempre non il Concorso Ufficiale. Un vero peccato.



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14 maggio 2009

Un Commento

  1. monch ha scritto il 15 maggio 2009 | Permalink

    Si, questo in Italia lo distribuiscono col piffero

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